giovedì 3 maggio 2007
di Laura Monni *
Nel dibattito sulla legge finanziaria in Consiglio regionale, i limiti e gli incentivi agli impianti eolici saranno nuovamente terreno di scontro, anche all'interno della maggioranza. Per comprendere meglio la questione, l'AltraVoce ha chiesto un contributo a una giovane ricercatrice sarda che si occupa di energia e ambiente alla “Bocconi” di Milano.
Il dibattito sulle scelte di politica energetica e su come conciliare le esigenze di approvvigionamento energetico, di tutela dell'ambiente e di sostegno alla competitività economica è in corso a livello europeo e nazionale e coinvolge direttamente anche le Regioni. La Commissione europea e il Governo hanno varato provvedimenti sull'energia con particolare attenzione alle rinnovabili e all'efficienza. Nei prossimi mesi verranno definite le ripartizioni tra i singoli Paesi dell'impegno vincolante assunto dai capi di Governo europei di portare al 20% i consumi di energia derivante da fonti rinnovabili.
Per poter valutare l'impatto di questo obiettivo nel nostro Paese occorre determinare la percentuale di energia verde che sarà attribuita, rispetto ai consumi indicati nello scenario tendenziale. Una volta attribuita questa percentuale si dovrà decidere quali misure adottare per poter adempire agli obblighi imposti. Supponendo di voler raggiungere tutto l'obiettivo con interventi realizzati esclusivamente in Italia, senza ricorrere agli strumenti flessibili previsti dal protocollo di Kyoto, si deve valutare se il target è raggiungibile nei tempi brevi stabiliti dalla Commissione, poi individuare le tecnologie su cui puntare e valutarne i costi.
Spesso si sente osservare che gli obiettivi che ci si pone per le rinnovabili e per l'efficienza non sono raggiungibili e non sono compatibili con il nostro sistema industriale e costerebbero troppo ai consumatori, anche in termini di impatti ambientali elevati.
Recenti studi dell'agenzia internazionale dell'energia (IEA) mostrano, invece, come l'attuale trend di aumento della domanda di energia, per usi industriali e civili, e di emissioni di gas serra è insostenibile senza una efficace introduzione di nuove politiche energetiche e la conseguenza sarà un futuro “insicuro, sporco e costoso”.
Occorre intervenire con misure adeguate e la prospettiva futura più realista si conferma essere quella di un deciso aumento della produzione di energia verde.
La realtà italiana, su questo fronte, purtroppo è poco rassicurante: a fronte di aumento della domanda di energia, si registra un incremento delle polemiche sull'opportunità di puntare sulle energie rinnovabili. Il caso più emblematico delle contraddizioni esistenti è quello dell'eolico.
L'eolico è una fonte energetica che riceve incentivi economici molto generosi nel nostro Paese, eppure la sua diffusione è continuamente rallentata. L'opposizione all'eolico sta diventando una “questione di civiltà” secondo molti opinionisti. Le obiezioni più rilevanti sono: la tutela del paesaggio, il rispetto dei beni archeologici e la salvaguardia di un patrimonio collettivo. La prima cosa che viene in mente sono i vari eco-mostri che deturpano il nostro territorio, come gli impianti industriali obsoleti o le varie speculazioni edilizie.
In Italia, il dibattito sull'eolico va avanti da troppo tempo, per diversi motivi tra i quali la mancanza di una chiara disciplina legislativa in materia di localizzazione di impianti a fonti rinnovabili. I primi passi da compiere riguardano la valutazione da parte delle Regioni del contributo che possono dare all'energia dal vento. La situazione attuale risente della mancanza di precise linee guida nazionali, che dovrebbero essere redatte dai ministeri dell'Ambiente, dei Beni culturali e dello Sviluppo economico, sulla base della direttiva europea sull'elettricità prodotta da fonti rinnovabili. Tali linee guida dovrebbero contenere gli indirizzi per lo svolgimento dei procedimenti autorizzativi e per un corretto inserimento degli impianti eolici nel paesaggio.
Le linee guida nazionali dovrebbero trovare attuazione grazie alle linee guida regionali, nelle quali si dovrebbero identificare aree e siti non idonei alla installazione degli impianti. Secondo l'articolo 12 del decreto legislativo 387/2003, infatti, le Regioni hanno il compito di attribuire l'autorizzazione unica per la costruzione e l'esercizio degli impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.
Ci troviamo di fronte a una situazione di vuoto normativo in cui diverse Regioni hanno legiferato in totale autonomia, seguendo criteri e procedimenti molto diversi tra loro e, a volte, lontani anche dallo spirito della direttiva europea, assumendo posizioni negative nei confronti dell'eolico.
Non deve stupire la situazione della Basilicata, dove si pretende di ricavare dei vantaggi economici dai parchi eolici, o quella della Sicilia dove i parchi sono stati incentivati con fondi europei e poi bloccati da regolamenti regionali restrittivi.
In Sardegna la situazione è ancora più ambigua. La Regione ha approvato nel 2006 con una deliberazione il Piano paesaggistico regionale (Ppr), delineato con una legge del 2004. Il Ppr prevedeva il divieto di realizzare impianti eolici nell'intero territorio regionale fino alla sua completa approvazione. La Regione Sardegna ha anche approvato il piano energetico, che prevede un ricorso consistente all'eolico seppure opportunamente regolamentato, tenendo in considerazione i limiti imposti dalla connessione elettrica con la penisola e la valutazione di un necessario equilibrio dei ruoli di produzione che le diverse fonti di energia ed i diversi produttori devono avere.
Seguendo quest'approccio, il Piano non dovrebbe essere chiuso, ma dovrebbe prevedere una revisione delle quote assegnate alle diverse fonti, in maniera da permettere alle nuove tecnologie di affermarsi il più velocemente possibile. Attualmente si parla di mini-eolico, di eolico off-shore, e si studia un sistema di captazione del vento ad alta quota tramite gli aquiloni. L'impatto di questi sistemi potrebbe essere notevolmente inferiore rispetto a quelli già in uso e con la possibilità di produrre maggiori quantità di energia: sarebbe poco proficuo aspettare una completa revisione del piano per poter introdurre le nuove tecnologie.
In tempi brevi dovrebbe arrivare comunque uno studio specifico per l'individuazione delle aree di basso valore paesaggistico dove poter installare l'eolico.
Solo in presenza di un chiaro riferimento normativo i cittadini si sentiranno tutelati da quelli che sembrano interventi speculativi e di impoverimento del territorio e avranno la certezza di contribuire allo sviluppo di un sistema di produzione di energia che integri le fonti tradizionali con quelle alternative.
La legge sulla valutazione d'impatto ambientale e la direttiva sulla valutazione ambientale strategica dei piani e programmi prevedono una informazione completa nei confronti dei cittadini e forme di partecipazione attiva; prevedono un'analisi completa del ciclo di vita dei materiali che saranno utilizzati per gli impianti (non si tratta solo di centrali, la normativa ha un campo di applicazione molto ampio) e dell'intero impianto e la realizzazione di importanti interventi di mitigazione degli impatti.
In questo modo si potrebbero evitare le polemiche sui parchi eolici e il silenzio totale sulla costruzione di una nuova centrale a carbone.
Non possiamo negare che i grandi sistemi attualmente adottati per la produzione di energia da fonti rinnovabili (eolico, idroelettrico, fotovoltaico) abbiano un impatto ambientale rilevante. Per quanto riguarda l'eolico gli aspetti negativi si riferiscono in primo luogo all'occupazione del territorio: almeno in via teorica, un impianto è costituito da più torri che devono essere opportunamente distanziate e di conseguenza occupa una notevole superficie. Nella pratica però l'effettiva occupazione di territorio risulta relativamente bassa, con valori non maggiori del 3% dell'area di riferimento, e con l'area circostante che non viene intaccata nelle vocazioni precedenti all'installazione, come ad esempio il suo utilizzo per il pascolo o per le coltivazioni agro-forestali.
Altro parametro limitante da tenere sotto controllo è il rumore prodotto da un aero-generatore. Esso è da imputare sostanzialmente al movimento delle pale nell'aria e, secondariamente, ai macchinari alloggiati nella navicella (moltiplicatore, generatore, macchine ausiliarie) che, negli ultimi modelli di generatori risulta molto contenuto e quindi trascurabile rispetto a quelli di prima generazione.
Il momento più delicato e potenzialmente più impattante di un impianto resta comunque la fase di realizzazione che, con la necessità di aprire strade di servizio e costruire le fondamenta delle pale nonché l'elettrodotto, presenta maggiori criticità.
Esistono, tuttavia, dei sistemi per limitare questi effetti negativi. L'impatto sul paesaggio viene mitigato con l'uso di turbine dello stesso tipo e della stessa taglia, l'uso di turbine tripala (ovvero il garantire che la posizione di stop del bipala o monopala non dia sensazione di asimmetria), la disposizione degli aero-generatori estesa in lunghezza, prevalentemente in file piuttosto che in grandi gruppi.
Per quanto riguarda il rumore aerodinamico, molti studi hanno dimostrato che a distanza di poche centinaia di metri, ovvero alle distanze tipiche di confine ormai canonizzate per limitare eventuali rischi per gli abitanti delle aree circostanti, questo diviene pressoché indistinguibile dal rumore di fondo.
Durante la fase di costruzione, attualmente, si pone la massima attenzione e disponibilità a minimizzare il disturbo agli habitat e alla vegetazione, a circoscrivere ed evitare i rischi di erosione causati dalla costruzione delle strade di servizio, a ripristinare opportunamente e velocemente la vegetazione preesistente e, infine, ad attuare ogni azione capace di compensare il danno migliorando le aree vicine.
Anche le polemiche sulle speculazioni e sulle mancate opportunità di sviluppo si potrebbero superare assegnando degli obiettivi minimi obbligatori di eolico per ciascuna Regione, come propongono all'APER (Associazione Produttori Energie Rinnovabili), prevedendo un sistema di compensazione e premi per le Regioni più virtuose. In questo modo si suddividerebbero tra le Regioni gli obiettivi di crescita della produzione di energie rinnovabili, evitando di usare e abusare di un unico territorio, garantendo equilibrio, sostenibilità e opportunità di sviluppo anche attraverso la definizione di una precisa entrata economica in funzione della produzione, esattamente come avviene oggi con il meccanismo di redistribuzione dell'addizionale comunale IRPEF.
* ricercatrice junior presso l'Istituto di Economia e Politica dell'Energia e dell'Ambiente
- Università Bocconi, Milano
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