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giovedì 3 maggio 2007

La grande musica per il grande pubblico
Dal Lirico dilaga nelle piazze
la magia della Scala con due russi memorabili

di Nanni Spissu

Il concerto della Filarmonica della Scala, diretto da Valery Gergiev, ripetuto a Cagliari il 1º maggio dopo il successo del giorno precedente nel teatro milanese, è andato anche in differita alle 21 su due maxischermi: al Lazzaretto e al Bastione. Questa è la novità vera: questa dilatazione dell'ascolto di un evento unico, con un direttore sommo, con un violinista solista straordinario, Nikolaj Znaider, con un orchestra ormai salita al top mondiale.

Superare le mura del teatro, raggiungere chi non vi ha potuto trovare spazio, significa trasformare il privilegio di pochi in un evento raggiungibile da tantissimi, in una condizione di ascolto collettivo che moltiplica il fascino dell'evento, con la complicità che unisce chi ascolta con atteggiamento nuovo. Ottima scelta del Comune e del Teatro, che segna una novità importante.

Noi fortunati stavamo dentro e, si sa, questo è un privilegio, perché l'ascolto diretto è altra cosa, il suono non riprodotto ha un sapore, un colore, una qualità non inimitabili.

Così Sant'Efisio che ci aveva già regalato Pollini, ci ha portato una smagliante orchestra, compatta, e levigata, condotta da un direttore così essenziale, così diretto e lucido nel fraseggio, chiaro nelle intenzioni, concentratissimo.

Spesso la classe di un direttore si può riconoscere per come accompagna un concerto per strumento solista e orchestra. Il direttore, qui, non è più solo, le intenzioni esecutive si devono sommare e il solista va assecondato mantenendo il controllo dell'orchestra. Controllo e flessibilità sono virtù necessarie per arrivare in porto assieme, senza patemi. Tutto ciò Gergiev lo ha fatto in maniera insuperabile, pochi gesti essenziali, sintonia con il solista per un Brahms sempre emozionante.

Tra tanti direttori che sanno accompagnare, con apparente umiltà, di fatto facendo una cosa difficilissima, i ricordi sono andati a tanti anni fa, a Cagliari, a uno strepitoso Pierre Derveaux che accompagnava il concerto per violino di Beethoven: stesso controllo, stesso capacità di adattarsi al respiro del solista, ma non rinunciando mai a tenere il gioco nelle proprie mani.

Vederlo da vicino è servito a sfatare l'idea di un Gergiev direttore dai sacri furori, secondo una rappresentazione oleografica del musicista russo tutto sangue e estasi, mentre qui contava l'efficacia del gesto, e la lucida e omogenea manifestazione di un progetto esecutivo molto trasparente, orientato alla ricerca della compattezza piuttosto che all'analisi alla Boulez, per dire: ricordando il concerto di quest'ultimo con la London Synphony a Cagliari e il suo Stravinskij.

Due vie, due punti di partenza, e quanto di meraviglioso abbiamo sentito a Cagliari martedì sera ci dice che il problema è, come si dice, il manico, e qui eravamo davvero ai vertici. D'altra parte precedenti esperienze di ascolto a Cagliari di direttori russi come Temirkanov o Rozhdestvenshy confermano la realtà di scuole di altissimo livello e di maestri che abbiamo scoperto tardi.

Lo confermano anche i pochi documenti visivi ora disponibili di una colonna come Mravinskij, con una efficacissima direzione dal gesto molto essenziale e controllato e una tecnica incredibile (ma un poco… “ambulatoriale” secondo Zurletti). Tralasciando non a caso il grandissimo violoncellista, da poco scomparso, Rostropovic, e il pianista Ashkenazy, ambedue decisamente preferibili come strumentisti.

Il concerto di Brahms non era una novità, ma tale è stata invece l'occasione che ce lo riproposto, bello, denso, con un bravissimo violinista, Nikolaj Znaider, rigoroso e lucido; divo antidivo, con gesto simpatico torna a sorpresa nella seconda parte e si siede in fondo alla fila dei secondi violini e suona disciplinatamente tutta la quinta sinfonia di Prokof'ev.

Che già era stata eseguita a Cagliari con l'Orchestra Filarmonica di S.Pietroburgo da Temirkanov. Così di Prokof'ev a Cagliari si possono ricordare anche la cantata Aleksandr Nevskij, la prima sinfonia (Classica), il balletto Romeo e Giulietta.

Prokof'ev ci riporta a alcune riflessioni già fatte su questa testata prima di Die Vögel, sul rapporto tra il lavoro del musicista e la politica in alcune realtà dell'Europa del novecento. Anche lui impatta con il regime staliniano e con le teorie sul realismo socialista. Cosmopolita per formazione, la scuola di Rimskij- Korsakov, l'incontro con Diaghilev, Parigi, gli Stati Uniti, primi trionfi in patria, ancora fuori poi dal 1932 definitivamente a casa. La collaborazione con Ejsenštejn, l'adesione alla rivoluzione. Dopo la seconda guerra mondiale fu anche per lui l'isolamento e l'accusa di formalismo, l'umiliazione dell'autocritica pubblica, che non valse comunque a risparmiargli ancora le critiche ufficiali. La quinta sinfonia è del 44, la dirige per la prima vota nel 45: risente del clima che si era creato intorno alla sua figura, ma testimonia anche la sua capacità di comporre assecondando diverse suggestioni e stimoli che sono presenti nella sua esperienza.

La serata si è chiusa in un bel clima di festa. Il ritorno delle orchestre ospiti ci restituisce il diritto di aprire il nostro orizzonte di ascolto: è positivo perché anche i confronti funzionano da stimolo. Questa della Scala è una gran bella realtà, che regge tranquillamente il confronto con le altre grandi che abbiamo ascoltato.


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