giovedì 3 maggio 2007
di Francesca Falchi
«…In quegli anni '48-49, scoprivo Gramsci. Il quale mi offriva la possibilità di fare un bilancio della mia situazione personale. Attraverso Gramsci, la posizione dell'intellettuale - piccolo-borghese di origine o di adozione - la situavo ormai tra il partito e le masse, vero e proprio perno di mediazione tra le classi, e soprattutto verificavo sul piano teorico l'importanza del mondo contadino nella prospettiva rivoluzionaria. La risonanza dell'opera di Gramsci fu per me determinante».
Il debito di Pasolini nei confronti di Gramsci è evidente nella sua formazione ed evoluzione di poeta ed intellettuale impegnato, di cui Le ceneri di Gramsci costituiscono la dimostrazione più alta di un insegnamento la cui messa in atto è limitata dall'incapacità del poeta a rispondere, in maniera adeguata, alle richieste del suo “maestro”.
Esiste, tra Pasolini e Gramsci, una struttura formativa comune, che risiede nel rapporto, evocato dallo stesso Pasolini in un'intervista concessa a Jean Duflot, con la “questione intellettuale”; esiste anche una continuità oggettiva tra l'esperienza letteraria di Pasolini e il pensiero gramsciano relativo ad un “certo tipo” di cultura comunista, ad un tentativo di trovare un punto d'incontro tra intelligenza e volontà.
Nel parlare di pessimismo della ragione, con la sua statica lucidità, e di ottimismo della volontà, che tale staticità deve smuovere, anche forzandole i limiti che essa stessa si impone, Gramsci tentava di fornire una soluzione sintetica alla sua intera riflessione teorica e politica: non una opposizione tra passione e “ideologia”, conoscenza ed impegno attivo, ma superamento reale, sia pratico che intellettuale, imputando all'ideologia la sconfitta di fronte ad ogni tentativo di cambiamento, monolite immobile, incapace di apportare riforme concrete ad un presente che si deve mantenere inalterato, e conferendo alla passione, alla volontà, la fiammella utopica di una speranza autoconsolatoria e votata al sacrificio personale.
L'entusiasmo della volontà, il voler trasformare il reale che lo circonda, attraverso la conoscenza dei suoi meccanismi evolutivi, evidenzia un desiderio di rottura delle strutture immobilizzate di un punto di vista, che alla lotta preferisce la conservazione contemplativa, di nascita di una cultura che non sia mantenimento di un passato storico, ma azione critica verso quel passato, verso una cultura come storicamente si è costituita, che non spinge, attraverso la lotta, in direzione di una trasformazione della società.
La riflessione sugli intellettuali italiani costituisce uno dei punti fondamentali attorno al quale ruota il discorso gramsciano, la cui complessa analisi teorica sfocia nella distinzione famosa tra intellettuale tradizionale e intellettuale organico: quest'ultimo è un nuovo tipo di intellettuale, “organico” con il proletariato, che rompe la continuità della cultura borghese e capitalista, dando vita ad una scissione. Scissione da un rapporto di schiavitù subalterna, che impedisce alle masse, all'intera società di improntare di sé la storia.
Il nuovo intellettuale deve conoscere le esigenze di questa soggettività politica, e collocandosi al di fuori dei confini di un determinato ceto sociale, deve realizzare un processo di ricomposizione di questa separazione. Il concetto chiave del marxismo gramsciano in relazione alla figura dell'intellettuale risiede dunque nella funzione direttiva, organizzativa ed educativa a lui demandata.
È stato Pasolini, lungo le tappe della sua personale e sofferta ricerca espressiva, a vedere, più di ogni altro, la contraddizione a lungo irrisolta nell'intellettuale italiano: quella dell'impossibilità della Cultura a farsi organica, a compenetrare ed interpretare le esigenze dei soggetti della trasformazione sociale, rendendo possibile, attraverso una partecipazione attiva, la realizzazione di una nuova cultura, che da subordinata diventa egemone, imponendo così una nuova direzione alla Storia.
Pasolini viveva in maniera assoluta questa contraddizione che risolveva mediante una regressione salvifica verso l'isolamento sacrale della poesia, confidando nel potere consolatorio ma nel contempo emarginante della “diversità”, che rifiuta l'evoluzione storica. Pasolini desiderava essere comunista, ma non poteva, e confessa questa sua impossibilità sulla tomba di Gramsci: la mancata identificazione col pensatore sardo è imputabile alla sua natura di poeta («…Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere / con te e contro te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere…»).
La poesia possiede una natura diversa, che supera la storia, la società, la diversificazione in ruoli specifici. La lotta ed il desiderio di trasformazione necessitano di una natura differente, fatta non di pensiero ma d'azione, non d'ideali nutriti d'aria ma di fatti di carne e sangue. Pasolini attribuisce a questa diversa natura, a questa resistenza della coscienza all'agire volontario, l'impossibilità dell'intellettuale di abbracciare la causa della trasformazione, la critica del reale.
Per l'intellettuale Pasolini la poesia, considerata come la più alta espressione della sua natura, poteva sì presentarsi come rottura dell'ordine presente, ma perché, istituzionalmente, sintesi del passato, da lui considerato come civiltà superiore ed eterna, dalla quale era impossibile prescindere. Per questo la poesia è caratterizzata da una incapacità al comunismo, «perché il comunismo vuol dire essere mutamento, coscienza dei bisogni, movimento critico della continuità». Il poeta, in quanto figlio di quella cultura borghese, perché formatosi e nutritosi di essa, si trova dilaniato da un conflitto irrisolto e dichiara, con disarmante sincerità, la sua impossibile adesione al comunismo, perché la possibilità di cambiare la propria coscienza è un'impresa che supera le sue capacità morali ed intellettuali, non potendo scegliere tra due modi di essere che sono inconciliabili fra loro.
Gli anni tra il '50 ed il '60 vengono definiti come gli anni dell'apprendistato “politico” della poetica pasoliniana, dell'impegno, della tensione politico-culturale. L'evoluzione lirica è accompagnata da una evoluzione “ideologica”, che investe la poetica pasoliniana e la cui maturazione si attua tra il 1953 ed il 1957, in una serie di scritti che confluiranno nella raccolta saggistica intitolata Passione e ideologia. È l'ideologia marxista rivoluzionaria (di stampo gramsciano-leninista), impegnata nella lotta, che sottende al populismo pasoliniano, che da istintivo prima, cosciente poi, comincia adesso a caricarsi di un preciso significato politico.
Pasolini, a dispetto della mancanza di rigore marxista all'interno del suo pensiero, riconosce al marxismo la capacità di rivelare sia la crisi in cui si dibatte la società, abbattendo l'ipocrisia morale ed ideale che la cela, sia quella dell'individuo e dell'intellettuale borghese, che si dibatte in una «…situazione… di scelta non compiuta… di dramma irrisolto per ipocrisia o debolezza», nel tentativo di superare il proprio essere borghese. Questa lotta all'interno della coscienza dell'intellettuale ha prodotto la crisi della cultura e della società borghese nella quale vive, originando una situazione caratterizzata da un dramma irrisolto. Ed è questa la condizione produttiva della poesia: che il dramma resti irrisolto.
Le ceneri di Gramsci, la raccolta di poemetti composti tra il 1951-1956, rappresenta l'espressione poetica dello stato di crisi aperto, nell'animo di Pasolini, dalla delusione creata dall'incapacità del marxismo di prendere atto e risolvere, tenendo conto del momento storico presente, la lacerazione creata dall'avvento del neocapitalismo, unita alla consapevolezza del poeta della propria incapacità a superare l'intima contraddizione dell'essere un intellettuale, suo malgrado, borghese, e l'impossibilità di una scelta ideologica nuova. Crisi aperta dall'inevitabile conflitto tra i rigidi confini razionali dell'ideologia (marxista) e la violenta passionalità del poeta, coincidente con quella del mito del sottoproletariato romano.
Su tutto aleggia lo «spirito… del Gramsci ‘carcerato’ tanto più libero quanto più segregato dal mondo… ridotto a puro ed eroico pensiero».
La poesia delle Ceneri è indubbiamente la sua poesia più matura: il poeta non si isola, ma si confronta con il paese. La sua riflessione è più lucida e spietata, la descrizione è quella di un dramma storico, il dramma storico dell'Italia e del mondo occidentale. Il comunismo di Pasolini si trasforma in questa raccolta poetica in romantico e crea una poesia civile né trionfale né celebrativa, dal momento che il poeta si presenta ormai spogliato di ogni illusione, non credendo più nella possibilità di una rivoluzione o di un cambiamento da parte di un popolo ormai fagocitato dalla società consumistica e votato all'indifferenza.
Qui tutto brucia nel grande fuoco della storia e il poeta rimane col suo mondo interiore in cenere, e quelle ceneri sono il documento della sua crisi: racconta, descrive, ragiona, non a partire dal proprio io, ma da un interesse profondo ed intenso per la vita che lo circonda. Ed è a quel punto che riscopre Gramsci, che lo avvicina ad un linguaggio sociale con una nuova coscienza storico-ideologica.
Le ceneri di Gramsci, il poemetto che dà il titolo all'intera raccolta, fu scritto proprio in memoria di Gramsci, personalità che permette a Pasolini di ampliare un giudizio tecnico-estetico sul piano storico-culturale e offrirci un quadro della sua relazione con la dimensione politica e ideologica. Le ceneri di Gramsci sottolineano un momento di profondo turbamento nell'animo del poeta, turbamento che trova espressione di fronte ad una tomba che viene simbolicamente assunta come espressione di una desolazione privata e storica.
In sei «tappe” il poeta descrive lo sforzo dell'intellettuale borghese nel cercare una collocazione in un momento storico che vede lo svanire delle speranze resistenziali, nel tentativo di sopravvivere in una realtà in rovina. In una passeggiata simbolica, Pasolini visita le spoglie di Gramsci, per parlare con lui dell'inutilità del suo sacrificio di fronte ad un mondo indifferente. Accanto al dramma storico, si assiste al dramma del poeta, al suo “sentirsi diverso”, inteso come odio-amore verso il proprio essere borghese, che assume una connotazione ideologica, nel momento in cui “borghese” assume una doppia valenza: negativa, in opposizione a “popolo”, ma positiva in opposizione a “marxismo”.
Nel secondo caso il termine “borghese” accorpa in sé i caratteri di irrazionalismo e visceralità (che è il modo in cui il poeta affronta il rapporto col reale), ed il termine “marxismo” è valore-simbolo del razionalismo, dell'Autorità, che pretende un impegno storico rigoroso e cosciente. In tale contesto il contrasto tra passione ed ideologia si conclude a favore della prima, anche dal punto di vista strettamente formale: «Ancora di passioni / sfrenate senza scandalo…», «…questa disperata / passione di essere nel mondo», «…non ci sia altra passione / che per l'operare quotidiano…», «…potrò mai più con pura passione operare, / se so che la nostra storia è finita?».
Tra «il laico cimitero borghese» e «il lontano battere delle incudini» del Testaccio, si situa la figura di Gramsci, “umile fratello”, il Gramsci della prigionia sofferta, un Gramsci, secondo Asor Rosa, giovinetto adolescente, umiliato e offeso, confinato nella solitudine, anche adesso che è morto, dalla crudeltà della storia, non certo personaggio storico ma creato dalla sensibilità pasoliniana, dal quale il poeta si sente fatalmente attratto, in un misto di simpatia ed amore carnale, come lo era stato dai giovanetti del mitico mondo friulano.
Ma Gramsci si fonde anche con l'immagine del fratello morto, simbolo anch'egli di giovinezza tradita e delusa; ed è anche alter ego del poeta, diviso tra ragione e sentimento, specchio nel quale si riflette, ma nel contempo termine con il quale confrontarsi. Pasolini costringe Gramsci ad assumere il ruolo di suo doppio come personaggio emblematico della sua condizione di emarginato. Pasolini dunque non si pone di fronte al Gramsci politico o ideologo, ma alle sue ceneri per dar vita ad un nuovo schema di opposti: esistenza/scelta, vita/volontà, amore/odio. Si confrontano la morte viva di un pensatore e la vita morta di un testimone della storia, l'uno combattente e l'altro privo di stimoli per farlo. Morte e Vita si confrontano l'una con l'altra, come Memoria e Dimenticanza.
In definitiva Gramsci, anzi il suo fantasma, rappresenta il fallimento di un progetto: Gramsci come determinazione politica è morto e le sue ceneri testimoniano la sua riduzione a fantasma nell'ambito del presente storico, il suo essere confinato in un sito estraneo (il Cimitero degli Inglesi), polvere tra le macerie del decennio ormai trascorso. In definitiva le Ceneri appaiono come un dibattito in versi in cui si tenta un superamento della crisi che ha coinvolto i valori resistenziali e reso vana l'opera ed il sacrificio di Gramsci, divenuti strumenti di potere, e dove l'articolato mondo interiore del poeta si fonde con la coscienza dei conflitti e dei sogni di riscatto di una generazione.
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