martedì 1º maggio 2007
di Nanni Spissu
C'è un passo decisivo nella lezione che Philippe Daverio ha tenuto al Conservatorio, a conclusione di Monumenti aperti. Le persone così numerose che hanno visitato i 94 luoghi aperti (i dati provvisori parlano di 140.000), seppure popolo senza rappresentanza “di categoria”, ha detto, ci stanno silenziosamente raccontando di voler dire la loro su come Cagliari, ma non solo, possa crescere e svilupparsi.
Naturalmente sappiamo che queste persone hanno una loro rappresentanza, l'hanno scelta andando democraticamente a votare per il governo della città, come della regione o dello stato. Quindi accettiamo il paradosso, anche se sappiamo che ci sono, oltre alle istituzioni, associazioni culturali, ambientaliste, di consumatori, che hanno riconoscimento pieno del loro titolo a rappresentare interessi diffusi.
Ma quel paradosso funziona e non è affatto bizzarro, “oltre la ragione”: le rappresentanze di interessi diffusi sono variegate e specializzate, qui c'è un blocco di cittadini (questa è la definizione) che silenziosamente e civilmente, affrontando anche code e disagi con leggerezza e felicità, reclamano il rispetto del loro diritto, appunto, di cittadinanza, questa volta rispondendo a una chiamata dell'amministrazione comunale e delle associazioni che hanno organizzato e dato vita all'evento. Questa chiamata rende merito al Comune di Cagliari, che ha chiesto ai cittadini, accettandone il rischio, un segno e questo segno è li, con tutta la sua energia e evidenza.
Sapremo meglio quali luoghi quest'anno hanno vinto questa bella gara del numero di visitatori. Ma qualche segnale è gia disponibile e ci dice che sono quei luoghi nuovi rispetto a quelli sui quali, già nelle scorse edizioni, i cittadini avevano, alla cagliaritana, ghettau s'ogu (vedere per appropriarsene), come la Manifattura dei Tabacchi, già così importante nella memoria dell'economia cagliaritana e che noi, di Cagliari, abbiamo ricordato essere roba nostra, appunto, “gettandoci l'occhio” in massa.
Daverio ci ha poi raccontato come lui, visitatore per la prima volta della manifestazione, ma non della città, ha letto l'esperienza di Monumenti aperti. Essa è peculiare, ha detto, e diversa da altre simili: perché è diverso il plebiscito che i cittadini le hanno riservato, perché è originale l'approccio formativo che la segna strutturalmente e così la molteplicità degli stimoli che vengono offerti.
Due storie. Via Martini a Cagliari, Daverio è appena arrivato, la gente ammicca, è sorpresa, curiosa, riconosce Daverio, lo vede in televisione: e questo, se pensiamo che Passepartout è una delle poche cose di qualità altissima rimaste in televisione, ci deve confortare. Si scende in via Martini appunto, il professore e gli accompagnatori di Ipogeo, Imago Mundi e di Camù. La bella chiesa di Santa Lucia è aperta, si entra. Il professore viene preso in carico da una giovanissima accompagnatrice, 10 anni forse, grintosa e perfettamente a suo agio, che lo inchioda al rituale della visita senza fare sconti e autorevolmente guidandolo negli spazi interni, secondo una sequenza logica e ben studiata accompagnata da una dotta lezione, durante la quale sono stati esibiti (il conto è di Daverio) ben 14 appropriatissimi termini tecnici.
Un caso? No, un metodo. Una scuola che ha funzionato e dove “adottare un monumento” non è uno slogan, ma un processo, è crescere conoscendo, per poter restituire con competenza. Il che, possiamo dire noi, si accompagna benissimo al tema delle giornate gramsciane, in corso in contemporanea.
Altra storia. Il pranzo. C'è voluto coraggio, trasformare via Università in un grandissimo ristorante a cinque stelle en plein air, quattro chef blasonatissimi, una cucina perfettamente efficiente, piatti da gourmet caldi per duecentocinquanta convitati, felici e un poco increduli, una lunga tavola nobilmente apparecchiata, i formidabili ragazzi della Scuola di Iglesias, perfetti nel servire, eleganti e in gran tiro.
Gli chef: Christian Zana, Vicenza; Luigi Pomata, Carloforte; Roberto Pezza, Cagliari; Renato Rizzardi, Vicenza. Una bella gara, l'hanno vinta tutti, ma i veri vincitori sono stati i commensali. Tutto si è chiuso con un defilé, attorno ai tavoli, di questa schiera di professionali operatori della ristorazione, impeccabili. Grazie a loro, grazie alla Coldiretti e alle due Associazioni dei Commercianti, e a tante cantine, produttori. Hanno dimostrato di sapere che vino, cucina, alimentazione, sono un problema di cultura e che la qualità paga, se, ricordava Daverio, a fronte della riduzione a un terzo del consumo di vino, il fatturato il Italia è cresciuto di due terzi, grazie solo alla qualità.
Sul pranzo, dunque, Daverio raccontava la sua sorpresa, a suo dire, piacevolissima. La qualità e la professionalità avevano fatto la differenza, leggeva in questa idea del pranzo in questa giornata e in quella strada una conferma del fatto che il cibo è segno di sviluppo civile e culturale, sia nel momento della produzione, sia in quella della trasformazione dei prodotti nel luogo deputato. Nella cucina, infatti.
Due ultime notazione da Daverio.
In Italia e in Europa i Musei sono nati da una storia, da un contesto. Storia di famiglie, storia di luoghi e civiltà che si sviluppano e creano le collezioni, come un naturale accumularsi di oggetti, manufatti, che in quei luoghi e grazie a quelle persone hanno potuto essere. L'eccessiva concentrazione delle raccolte museali in luoghi determinati, può aver portato a una pressione eccessiva su quei luoghi, anche se tale pressione, sugli Uffizi, ad esempio, è naturale. Ma il futuro è il museo diffuso, in cui tutti i luoghi e le testimonianze parlano sempre il linguaggio della cultura, del genio, e comunque raccontano, anche con piccoli segni fortemente connotati da una storia. E quindi per l'acropoli di Cagliari, così ha chiamato il Castello, quale migliore vocazione.
Monumenti aperti, ha detto, conferma questa vocazione del Castello, perché là dentro c'è una storia, se non tutta, una parte grande della storia di Cagliari. Dentro quelle mura si può leggere una trama sottile e coerente, spesso non eclatante, ma di un'esemplare eloquenza.
Aveva aperto la sua lezione con una riflessione con cui si può chiudere, come in una sorte di forma ciclica grazie alla quale tutti i conti alla fine tornano.
Come può interpretare il suo futuro una nazione di 60 milioni di abitanti, l'Italia, davanti all'avanzare di grandi economie: la Cina, l'India, che saranno la nuova immagine della globalizzazione e i nuovi ricchi del mondo. Noi possiamo o soccombere o offrire la nostra sapienza: qualità della vita, le nostre eredità immateriali, modelli culturali, gusto, eleganza, conoscenza, musica, arte, rispetto del passato: in sintesi quello che siamo stati, se saremo ancora capaci di esserlo camminando coi tempi e nei tempi.
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