venerdì 27 aprile 2007
di Michele Fioraso
Lo sviluppo della Sardegna è un rompicapo ingannevole come un cubo di Rubik. Le parti in gioco si sono scervellate per decenni nel tentativo di risolverlo faccia per faccia, invece di affrontare il problema con una visione d'insieme che consentisse di venirne a capo poco per volta. Ma l'esigenza di una strategia unitaria sembra ineludibile: dopo i pareri degli economisti e le strategie della politica, sembra questa la posizione di chi sul cubo del sottosviluppo sardo sbatte il muso ogni giorno, cioè gli imprenditori e le parti sociali.
La diagnosi sul tessuto produttivo della Sardegna la fornisce subito Roberto Saba, segretario generale di Confindustria Sardegna: «Abbiamo un sistema produttivo caratterizzato da micro-imprese che operano su mercati “maturi”, cioè affollati, e con prodotti “maturi”, cioè a contenuto di servizio e innovazione molto basso», dice. «Mentre altrove i settori economici che tirano maggiormente sono caratterizzati dalla presenza di grandi industrie e di prodotti che richiedono innovazione e ricerca».
Giampaolo Diana, segretario regionale della Cgil, aggiunge un altro elemento: «In Sardegna c'è un modello di sviluppo squilibrato. Se diamo valore 100 alla produzione di ricchezza, appena il 13% è prodotto dall'industria in senso stretto, il 4% viene dall'agricoltura e oltre il 76% da parte dei servizi, compresi pubblica amministrazione, trasporti, turismo». Insomma, «c'è uno squilibrio rispetto alla media nazionale, e a quella delle regioni sviluppate».
Ancora Saba: «Se uno guarda i dati, una parte di Pil ed esportazioni dipendono da settori fondamentali come manifatturiero, energetico, chimico, petrolifero, meccanico», spiega. «Nel tempo si è assistito a un forte incremento dei servizi. Ma questa crescita contiene alcune problematicità: è gonfiata dal servizio pubblico ed è in gran parte dovuta al commercio». Mancano cioè «i servizi alle imprese e i servizi di imprese, caratteristica delle grandi società industriali».
In un contesto in cui l'industria ha scelto la delocalizzazione della produzione in paesi più convenienti («ma in Veneto si sta assistendo a una fase di rientro delle aziende», avverte Saba), questo passaggio al post-industriale, nelle aree maggiori, è stato accompagnato dalla conversione del tessuto produttivo a un maggiore contenuto di servizi. Ma in Sardegna «questo processo è molto debole».
Luigi Filippini, fondatore e amministratore delegato di Energit, un'azienda che opera nel campo energetico e della comunicazione, nata ad agosto del 2000 e ora in grado di dare lavoro a 60 persone e produrre un fatturato da cento milioni di euro all'anno, ritiene che «certe scelte del passato siano state sbagliate, anche se allora non lo sembravano: però ora è trasversalmente riconosciuto che la chimica o il tessile non erano poi una grande idea».
Ma secondo Filippini, la Sardegna paga l'immobilismo della classe imprenditoriale: «In tante altre parti d'Italia si facevano chimica e tessile come da noi, ma in questi anni hanno trovato soluzioni alternative. Per esempio, noi abbiamo comprato una piccola centrale elettrica nel Biellese, un territorio devastato dall'abbandono del tessile. Gli imprenditori hanno imparato a riconvertirsi e fanno altre cose: c'è chi ha delocalizzato, c'è chi fa solo progettazione e design che poi i cinesi realizzano». Ma il cambio di rotta non è stato pensato dall'oggi al domani, una volta che i buoi erano scappati dalla stalla, e con loro le quote di mercato: «Lo hanno pensato nel corso degli ultimi dieci anni. Aprendo il giornale e leggendo della Legler viene da chiedersi: ma fino a ieri dov'erano quelli che potevano fare qualcosa?».
Luigi Crisponi, imprenditore turistico e presidente regionale di Federalberghi, riconosce invece l'esistenza di «una grinta imprenditoriale». «Per poter operare in Sardegna devi essere grintoso e caparbio, devi avere la testa dura per davvero», dice. «È innegabile che ci siano imprenditori con questo genere di qualità». Ma, scorza dura a parte, la buona riuscita dell'intrapresa non dipende solo dall'imprenditore: resistono «situazioni di arretratezza e di bassa utenza che sono un autentico freno per le potenzialità di un'isola così bella».
Ma Filippini ribatte: «Non esiste una classe imprenditoriale sarda. Guardiamo le grandi aziende: per esempio, la Saras, la prima azienda per fatturato in Sardegna, è di un sardo? No. Nelle classifiche delle imprese in base al fatturato, quelle dei sardi sono i supermercati o i concessionari di automobili. Che sono sicuramente imprese, ma non nel senso industriale del termine».
Ma non c'è solo il nanismo delle aziende o la mentalità poco dinamica degli imprenditori: se dalle imprese sarde di oggi sembra nascere uno sviluppo monco, forse è il brodo di coltura a non essere quello più adatto. «L'ambiente favorevole alla crescita, se guardiamo le altre regioni che si sono sviluppate, nasce da quattro fattori: amministrazione efficiente, ricerca e innovazione (istruzione compresa), infrastrutture, un sistema finanziario in grado di sostenere le imprese», osserva Roberto Saba.
Per esempio, continua, «l'impresa ha necessità della semplificazione amministrativa, cioè una regolamentazione certa e tempi di autorizzazione umani». Sennò «un incentivo dato dopo 260 giorni che hai presentato la domanda, non serve a nulla». Giampaolo Diana aggiunge: «Non regge che, prima di due-tre anni, la pubblica amministrazione non sia in grado di dare risposta a un imprenditore che voglia allocare una produzione. Lo fanno impazzire in mille autorizzazioni. È una situazione che ha necessità di interventi a 360 gradi». Aggiunge Saba: «Ci sono alcuni progetti in corso cui stiamo partecipando, per esempio un moderno disegno di legge sulla semplificazione già depositato in Consiglio regionale. Auspichiamo che le cose cambino in meglio».
Anche in campo turistico la strada è in salita. Luigi Crisponi sottolinea che «per qualità delle strutture potremmo competere ad armi pari coi concorrenti mediterranei, cioè Turchia, Grecia, Spagna, Sicilia», Ma «in questa partita ci mancano alcuni uomini in campo, cioè manca una buona amministrazione che attivi linee politiche coerenti con le capacità di sviluppo dei territori».
«Manca un piano strategico di sviluppo, che non deve guardare alla Sardegna nel suo insieme, ma alle peculiarità dei suoi territori e della sua morfologia», osserva il presidente di Federalberghi. «Le zone dell'interno avrebbero bisogno di un accordo di programma generale, che avesse una prospettiva di un quinquennio o di un decennio, per attuare un modello-laboratorio che dia certezza di sviluppo». Dunque, «ci vuole sinergia tra impresa e amministrazioni, a livello comunale, provinciale e regionale», dice Crisponi. «Molti ostacoli sono frapposti da amministrazioni che incrociano maldestramente le proprie esigenze e le proprie attività».
Filippini critica anche l'irragionevolezza del sistema degli incentivi: «Viviamo in una Regione dove vogliamo attirare persone brave, professionali e capaci, ma ci sono mille aziende che ricevono contributi a pioggia e strapagano le persone, in qualche caso per non far nulla». Per il fondatore di Energit, «siamo arrivati al punto in cui le azioni che stiamo facendo per far uscire la Sardegna dalla crisi rischiano di farla entrare in una crisi più nera, in cui il mercato è deformato e coltivato con gli steroidi». C'è quasi da rimpiangere l'assistenzialismo selvaggio degli anni passati, che era «quasi benefico, a pioggia ma per tutti». Adesso, è la critica dell'imprenditore, c'è un sistema «più devastante: se ti assisto, ti dò cento milioni di euro, sennò ti lascio morire».
Dalla Cgil ecco la proposta: «Ci vogliono leggi di settore che premiano le imprese in grado di presentare progetti il cui punto di forza siano la qualità dei prodotti e la capacità di esportazione», sostiene Giampaolo Diana. «Abbiamo tante leggi di incentivazione, ma spesso finalizzate a un sostegno dell'impresa in quanto tale e non allo sviluppo mirato all'innovazione del processo produttivo e del prodotto». In questo modo, le imprese «si sono adagiate sulla sopravvivenza e sul piccolo profitto, invece di creare un sistema competitivo». Basta dunque «con i contributi pubblici in conto occupazione: le persone si assumono perché se ne ha bisogno, non perché la Regione dà soldi».
«Le leggi di incentivazione sono uno degli ingredienti», dice Roberto Saba. Ma è fondamentale la centralità del progetto e la sua collocazione all'interno «degli obiettivi di sviluppo che la Regione si vuole dare», senza dimenticare «procedure semplici e rapide. Banche, sistemi di credito e la stessa Regione devono individuare strumenti in grado di sostenere idee e progetti». E Diana osserva: «Non abbiamo una banca d'affari, ma neppure un sistema del credito vicino al mondo della produzione».
Per quanto riguarda invece formazione, istruzione, ricerca e innovazione, sempre secondo il dirigente di Confindustria il punto principale è «il contenuto di innovazione tecnologica dei servizi e dei prodotti che vengono resi, elementi che dovrebbero connaturati in ogni azienda: si può continuare a produrre yogurt come lo faceva la nonna, oppure utilizzare procedure studiate insieme all'università».
È il modello ad essere cambiato molto, riflette Filippini. «Un tempo c'erano grandi aziende monolitiche che facevano tutto: avevano l'ufficio del personale, il commercialista, la mensa e il settore ricerca, per esempio». Ma questo modello non esiste più. «Adesso l'azienda si concentra sul suo obiettivo e tutto il resto lo fa fare fuori. Anche per la ricerca questa è la strada: la si può commissionare all'università o ai centri di eccellenza». Ma «bisogna sapere di averne bisogno, mentre molte aziende credono il contrario: hanno il prodotto e basta». «Cosa ci inventiamo oggi?», è il motto di Luigi Filippini: «Se per due giorni o due mesi stiamo fermi, il mercato ci sorpassa con la velocità della luce».
Esiste dunque la «necessità di avere imprese che operino in settori ad alto valore aggiunto, dove la ricerca è strategica», dichiara Roberto Saba. «Bisogna individuare le specificità della Sardegna in questi campi: per esempio nella biomedicina e nella biotecnologie ci sono punte di eccellenza che vanno sostenute e allargate».
«I settori su cui vale la pena sperare per la Sardegna sono quelli ad alto valore aggiunto, ad altissima tecnologia», dice Filippini. «Non possiamo pensare di fare milioni di tonnellate di alluminio o clorosoda per poi avere ritorni bassissimi. Nelle tecnologie c'è il vantaggio che, se fai quelle giuste, ne puoi far poche. Crei il valore aggiunto non sul prodotto in sé ma sulla tecnologia per realizzarlo e distribuirlo. Questo è l'unico filone che può dare una speranza. Ma se ci mettiamo a fare le calze di cotone, non andiamo lontano».
Tutto questo lo puoi fare solo «se hai dietro un sistema della formazione e dell'istruzione strutturato per questo obiettivo, cosa assolutamente embrionale da noi», aggiunge Saba, perché un'impresa che ha bisogno di una continua innovazione di prodotti deve avere personale fortemente specializzato e competente».
«La dotazione delle infrastrutture immateriali non fa invidia a nessuna regione italiana o europea», riconosce Giampaolo Diana. «Siamo fortemente in ritardo sia come tasso di diplomati, di laureati, abbiamo una fortissima dispersione scolastica e una formazione professionale di pessima qualità che è servita a sostenere il sistema ma non si è mai curata di formare i ragazzi dopo l'obbligo scolastico».
Oltre alla formazione di base, ci vuole «un'università che lavori in forte raccordo col sistema produttivo e sia capace essa stessa di produrre imprese», sottolinea Saba. Questa filiera università-impresa «funziona nella misura in cui l'università è fortemente orientata verso l'impresa, cioè la vede come un'opportunità o come un mercato o una possibilità per il futuro, che è quello che accade in tutto il mondo: dalle università sono nati i colossi dell'informatica e della new economy».
Ma la Sardegna rimane «un territorio poco attrattivo», dice sconsolato Diana. «Se con 100 indichiamo l'infrastrutturazione media italiana, in Sardegna siamo sotto il 60%: è chiaro dunque che non c'è un capitale di rischio che viene in Sardegna preferendola a un'altra regione più dotata».
«La soluzione è fare finta di non essere in Sardegna, non c'è alternativa. Sono riuscito a fare un'impresa in Sardegna, un po' grande, che cresce pensando di essere su Marte e non qui, perché non ci sono vantaggi competitivi: ci sono handicap e svantaggi», scherza (ma neanche tanto) Luigi Filippini, per il quale si può «fare impresa tenendo sempre presente che il mondo è ben più grande della Sardegna: se ci si focalizza sul mercato sardo, questo è asfittico, conta poche aziende, poco interessato a risparmiare o a vantaggi. Bisogna trovare prodotti ad alto valore aggiunto e distribuibili facilmente».
Il turismo merita una parentesi a parte. Da sempre considerato uno dei possibili futuri della Sardegna, non riesce a portare molto più che benessere in aree circoscritte e lavori stagionali. «È una squadra da Champions League che milita in campionati di minor livello», sintetizza con immagine calcistica Crisponi. Per esempio, la destagionalizzazione rimane un miraggio anche se qualche passo avanti è stato compiuto, per esempio nel sistema dei trasporti «grazie all'arrivo di compagnie low-cost che hanno in effetti modificato un assetto, e per ora sta beneficiando le località vicine agli aeroporti, cioè Alghero, Olbia e Cagliari».
Qual è la formula per portare il turista e i suoi soldi dalle coste assolate al fascino di certe zone interne? «Ci vuole un turista consapevole della straordinaria specificità della nostra terra, che abbia sete di conoscere, che voglia provare quell'originalità che noi conserviamo ancora molto bene». Rafforzare il flusso turistico verso l'interno «è di vitale importanza anche dal punto di vista sociale: il turista che va nel cuore della Sardegna fa crescere l'occupazione, i consumi interni, le piccole produzioni locali, artigianali e agro-industriali». Sono piccoli passaggi che, se coltivati, possono «creare un modello che si perpetua e diventa una forza economica per un piccolo centro che vuole avere visibilità e si raccorda con le coste o le città più grandi dell'isola».
Una cosa però è sicura: non si può vivere di solo turismo. «Può essere un'economia-vetrina, cioè un luogo ideale dove far brillare i nostri saperi e le nostre produzioni, un luogo centrale ma innestato con gli supporti produttivi della nostra isola», dice Crisponi. «Ma non si può immaginare assolutamente un'isola che viva solamente di sole e mare».
E per le altre imprese, da dove passa il futuro? Secondo Giampaolo Diana, «le imprese devono avere la capacità di consorziarsi, perché sono minuscole, sottocapitalizzate, non hanno grandi capacità di ricerca e non sanno stare sul mercato». Devono spiegare le ali e andare oltre i confini regionali. La conclusione di Roberto Saba ha un qualcosa di filosofico: «Non bisogna aver paura della concorrenza: l'essere un'isola ci ha bloccato perché ha introdotto nella mentalità dei sardi la paura di confrontarsi col mondo circostante e di guardarlo invece come un'opportunità».
Le imprese che hanno saputo fare il salto per confrontarsi con realtà internazionali ora lavorano brillantemente anche all'estero. Molte di esse operano in settori di avanguardia, ma c'è chi riesce a crescere anche nelle produzioni tradizionali, come i vini vinicola o la lavorazione del marmo. «A queste eccellenze dobbiamo guardare in maniera propositiva» dice infine Saba. «Perché c'è ancora il problema di vivere l'insularità come un vincolo, ma ci sono anche molte sfide e molte opportunità».
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