mercoledì 25 aprile 2007
di Matteo Bordiga
Sì convinto, determinato e ultimativo alla trasparenza su stipendi e indennità dei consiglieri regionali e no ai privilegi «vergognosi» di cui godono gli 85 onorevoli sardi. Sì con riserva alla riduzione dei compensi extra, da affidare comunque alla burocrazia del Consiglio regionale e non agli slanci umorali del popolo.
La posizione dei sindacati, invitati dal portavoce del comitato “Lu Puntulgiu” Franco Masu a dire la loro sui generosi emolumenti dei consiglieri di via Roma, è intransigente ma non troppo: basta con l'ostruzionismo istituzionale, gli stipendi degli onorevoli devono essere noti a tutti con annesse indennità, rimborsi spese, agevolazioni varie e viaggi gratuiti. Attenzione, però, a non cavalcare acriticamente la protesta dei cittadini che, «se potessero, ridurrebbero gli stipendi dei consiglieri a 1.000 euro al mese», come fa notare il segretario regionale della Cgil Giampaolo Diana.
Più esplicito ed eticamente connotato il monito che proviene dagli uomini di chiesa: «Davanti all'incedere della povertà, con 300.000 sardi al di sotto della soglia di sussistenza, è tempo che i consiglieri regionali si rendano conto delle reali priorità dell'Isola e imparino a ridistribuire il denaro in maniera meno ingiusta e immorale». Le parole sono di don Marco Lai, direttore della Caritas diocesana di Cagliari.
Lo scandalo dei paperoni di via Roma, le cui indennità sono fra le più ricche d'Italia (come base, l'80% di quelle spettanti ai deputati nazionali, più molte altre accessorie ed esentasse), non può lasciare nessuno indifferente. E le critiche per i consiglieri, unite agli inviti a rendere finalmente pubblica la reale entità dei loro stipendi, arrivano da più parti. Secondo Mario Medde, segretario regionale della Cisl, «deve assolutamente essere fatta chiarezza sull'entità complessiva dei compensi. Il sindacato è favorevole alla pubblicazione su Internet dei dati su rimborsi e indennità. Tra l'altro, non mi sembra che la politica sarda, a fronte di stipendi così ricchi e gratificanti, sappia ripagare i cittadini operando con la massima efficienza ed efficacia».
Detto questo, Medde sottolinea però che «bisogna evitare di sottoporre il problema degli emolumenti dei consiglieri a una sorta di referendum popolare: a decidere per un'eventuale riduzione delle indennità, piuttosto, dovrebbe essere lo stesso Consiglio regionale. I cittadini, al massimo, possono marcare a uomo i politici, spronandoli ad affrontare e risolvere quanto prima un problema così spinoso».
Il segretario Cisl teme, insomma, che iniziative come la proposta di legge per un taglio ai compensi degli onorevoli presentata con 17mila firme dal comitato algherese “Lu Puntulgiu” possano degenerare nel populismo e prestare il fianco alla retorica spicciola della demagogia. Tuttavia, al Consiglio regionale Medde chiede un piccolo ma significativo sforzo: «Prima di discutere dei possibili ridimensionamenti delle indennità, l'Assemblea dovrebbe rendere obbligatoria la pubblicazione dei dati completi su stipendi e introiti extra. Gli elettori hanno diritto a sapere quanto pagano un loro rappresentante».
Giampaolo Diana, dal canto suo, concorda pienamente sull'idea di diffondere tramite il web le crude cifre delle buste paga («Solo puntando sulla trasparenza i politici ottengono la fiducia dei cittadini»), e conferma che «l'iniziativa di Masu è lodevole, ma il popolo non deve essere mai chiamato a legiferare su faccende di questo tipo. Rischiano di entrare in gioco componenti populistiche».
E allora anche Diana richiama il Consiglio regionale ai suoi doveri e alle sue responsabilità: «Siccome è indubbio che i consiglieri godano di retribuzioni eccessive, peraltro inspiegabilmente non sottoposte a regime di tassazione, il Consiglio dovrebbe sentire il dovere morale di intervenire quanto prima per dare una brusca sterzata a questa intollerabile situazione. È tempo che anche la Giunta, colpevole di non aver mai fatto nulla per arginare il problema, abbia un rigurgito di dignità. Anche i sindacati, che finora si sono fatti sentire poco su un tema così importante, dovranno contribuire al ridimensionamento dei costi della politica».
Diana conclude con una riflessione sulle ripercussioni negative che gli stipendi da nababbi potrebbero avere sul comportamento di ciascun consigliere regionale: «Un membro del Consiglio che guadagna così tanto rischia di diventare ostaggio dei suoi stessi privilegi economici: se in un qualsiasi dibattito le sue posizioni dovessero rivelarsi opposte rispetto a quelle di chi ha il potere di sciogliere l'assemblea, potrebbe anche essere pronto a chinare il capo e a dire “sissignore”. Insomma, anziché mollare tutto o lottare per le sue idee sarebbe tentato di salvaguardare il portafoglio».
Tutto il contrario di quello che dovrebbe fare un politico. Specie in una regione, come la Sardegna, «nella quale i redditi medi sono fra i più bassi del Paese», ricorda don Marco Lai, «e c'è tanta gente che vive con 100 euro al mese. Senza contare che la maggior parte delle pensioni sono irrisorie: noi della Caritas, che abbiamo il polso della situazione, sappiamo che tanti anziani tirano a campare con 250-300 euro al mese, e molti altri se la cavano con 400-500 euro mensili. Insomma, in un contesto simile, con circa 300 mila persone sotto la soglia di povertà, appare profondamente immorale che il Consiglio regionale si ritrovi unito e coeso solo quando c'è da proteggere e consolidare le ricche indennità dei consiglieri».
Piuttosto che preoccuparsi di tirare acqua al proprio mulino, i magnifici 85 dovrebbero concentrarsi sulla necessità di «prevedere dei redditi minimi di sussistenza per i disoccupati e le persone che proprio non ce la fanno a tirare avanti. Basterebbe seguire la via indicata da altre nazioni europee, come ad esempio la Germania: chi è disoccupato o sotto la soglia di povertà beneficia di un piccolo stipendio di sussistenza, garantito dallo Stato fino al momento in cui riesce a trovare un lavoro».
In Italia questo accorgimento non è mai stato adottato. Qualche sperimentazione sporadica in due o tre città e nulla più. «I soldi in eccesso dei consiglieri dovrebbero essere destinati proprio a questi scopi», ribadisce don Lai, «perché i redditi di sussistenza sono una priorità assoluta per far fronte alla povertà dilagante. E invece, soprattutto nell'Isola, si continua e navigare nel mare dell'immoralità e della vergogna. I consiglieri regionali, anziché ad arricchirsi, dovrebbero pensare a promuovere valide politiche occupazionali e, nel frattempo, a proteggere i cittadini più deboli con una minima retribuzione: questo è il comportamento che ci si aspetterebbe da una società civile e solidaristica».
Anche monsignor Tarcisio Pillolla, vescovo di Iglesias, in passato si era espresso sui “carissimi” onorevoli regionali. In un articolo pubblicato su L'Unione Sarda il 23 luglio 2004, scriveva che «il costo pagato dalla comunità per i propri rappresentanti è molto alto. Infatti, tra lo stipendio, che comprende una indennità di base, diarie e contributi vari, ogni consigliere regionale come minimo percepisce mensilmente 18.500 euro se risiede a Cagliari e 19.500 euro se ha la residenza fuori dal capoluogo».
Dopo aver indicato le cifre, spogliate di tutti gli altri benefit come i viaggi gratis e i prestiti agevolati, monsignor Pillola aveva sottolineato nel suo articolo che «gli iglesienti, quando sono venuti a conoscenza di queste somme, hanno espresso il proprio malcontento. Infatti il Sulcis-Iglesiente si trova da anni in una situazione di grave emergenza di carattere economico e sociale: il 31 dicembre 2003 i disoccupati erano ben 31.775, su una popolazione complessiva di circa 145.000 abitanti». Così, il vescovo di Iglesias aveva rivolto un appello a Renato Soru: «Il presidente della Regione ha manifestato il proposito di evitare gli sprechi, ma sarebbe maggiormente opportuno che, parallelamente alla riduzione del numero delle auto blu, si facesse promotore di un'azione comune per convincere i consiglieri regionali a ridimensionare la loro indennità».
Oggi, a distanza di tre anni, monsignor Pillola afferma di non voler «riprendere un tema che ho già trattato», ribadendo però «che i nostri consiglieri continuano a costarci caro». La speranza è che quanti tre anni fa avevano prestato orecchie da mercante ai richiami di Pillolla (e nel 2005 hanno insabbiato l'iniziativa popolare di Masu, accantonandola ad ammuffire in un cassetto della prima commissione) ora finalmente rispondano alla chiamata della coscienza pubblica. E che 85 figlioli prodighi si redimano e rinuncino a una parte dei loro emolumenti, come segnale e contributo personale nella lotta alla povertà e all'esclusione sociale.
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