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martedì 24 aprile 2007

Sviluppo, se bastassero tanti soldi…
I limiti di politica e Regione,
ci vogliono industria e leva fiscale

di Michele Fioraso

La politica sarda e lo sviluppo: se non è un'ossessione, poco ci manca. Solo per restare all'oggi, si prenda in mano il “Programma regionale di sviluppo”, approvato velocemente la settimana scorsa nella terza commissione del Consiglio,e si conti quante volte la parola magica compare nelle 149 pagine del documento. Si otterrà il risultato di 221 citazioni, nelle sue varie declinazioni (“sviluppo locale”, “sviluppo economico e civile”, “sviluppo culturale”, “sviluppo sostenibile”, solo per citare le ricorrenze più frequenti), con un massimo di 6 menzioni in una sola pagina (la 8, parte dell'introduzione).

Qualche mese fa, nel “Bilancio di metà legislatura” diffuso all'inizio del 2007 dalla Giunta regionale, la parola tornava 117 volte in 95 pagine, mentre nel programma di governo con cui nel 2004 Renato Soru ha vinto le elezioni si citava lo sviluppo per 161 volte in 69 pagine. L'utilizzo martellante dello stesso termine svela la consapevolezza del grave ritardo che la nostra regione soffre rispetto all'Italia e all'Europa: un gap che non avrebbe bisogno di ricerche o statistiche per essere percepito, per colmare il quale la classe politica si affanna da decine di anni.

«La Regione non può cambiare le regole del mercato o la convenienza degli investimenti», ammette Pietrino Soddu, che il problema dello sviluppo sardo l'ha affrontato più volte nel corso della sua lunga carriera politica da presidente della Regione, deputato, consigliere regionale per cinque legislature. Anzi, dice Soddu, in alcuni campi la Regione «è impotente perché mancano strumenti e strutture operative e può solo tamponare qualche buco: si pensi al caso della Legler, per la quale stanno facendo salti mortali senza riuscire a cavarne piede».

Il problema base è l'apertura planetaria dei mercati, la globalizzazione che potrebbe essere il motore della crescita per chi può giocare le carte giuste, ma che la Sardegna non ha ancora imparato a sfruttare: «Siamo in una congiuntura economica che sta modificando gli equilibri della produzione non solo industriale ma anche agricola», riflette l'ex presidente Soddu. «Ci sono elementi di dinamismo su scala mondiale che portano a spostare la manifattura nei paesi dove costa meno il lavoro».

In un orizzonte che, proprio perché ormai sconfinato, ha limitato il raggio d'azione della Regione, quest'ultima può «accelerare la spesa e la costruzione di infrastrutture, sbloccare i fondi europei», perché «l'occupazione si fa anche nelle opere pubbliche e nel turismo», e «mantenere i contributi sugli investimenti», perché aiutano la Sardegna a competere con le regioni più forti per attirare chi vuole investire. Secondo Soddu, il futuro deve però passare ancora per l'industria: «Nessuno stato moderno deve averla alla base, sennò chi fa la produzione di beni o di valore aggiunto? Non possiamo campare solo di commercio o di turismo. In tutto il mondo il turismo è importante ma non influisce mai più del 10% sulla ricchezza prodotta».

«Prima di tutto non bisogna lasciare morire l'industria che c'è, e cercare di specializzarla», dice Soddu. «Il presidente della Regione parla di industria specializzata in alta tecnologia e informatica, che potrebbero stabilirsi in Sardegna come hanno fatto per esempio in India». Però «fino adesso non si è vista una grande politica industriale».

La marcia verso lo sviluppo è uno dei temi conduttori del programma di governo della coalizione di centrosinistra che oggi governa l'isola, «uno sviluppo auto-indotto, che inneschi un meccanismo virtuoso e crei un rilancio che altrimenti da fuori non verrà», conferma Eliseo Secci (Margherita), vice-presidente del Consiglio regionale, già presidente della commissione Bilancio nella precedente legislatura di centrosinistra e nella prima metà di quella attuale. La strada perseguita storicamente dai governi che si sono succeduti alla guida della Regione, cioè «mettere un mare di risorse nei settori strategici con piani di rinascita, finanziamenti Por e quant'altro», ha avuto risultati non esaltanti: «Se si analizzano i fattori di crescita, si vede che il nostro ritardo è rimasto costante», osserva Secci. «Il nostro Pil è tra il 76 e l'80% della media nazionale, con un ritardo che continua a accumularsi».

Ma ci sono altri problemi collaterali di non poco conto, come la creazione di «un sistema economico assistito». Per esempio, le risorse per l'occupazione, uno scoglio su cui tutti i governi regionali (incluso quello attuale) hanno rischiato di arenarsi. E per cosa poi? «Dal 1998 al 2004 abbiamo destinato 330 miliardi di vecchie lire per sette-otto anni», spiega Secci. «Parliamo di 1.800 miliardi di vecchie lire, ma il risultato è drammatico: i cantieri di lavoro sono stati occasioni di lavoro precario che hanno comunque lasciato la Sardegna come si trovava».

Anche chi vorrebbe fare impresa e produrre ricchezza incontra ancora troppi problemi a causa della «poca produttività della pubblica amministrazione: un problema che si pone sempre e che sembra che sia un enunciato astratto, ma è anche un generatore impressionante di ritardi», spiega Secci. «Per l'autorizzazione a esercitare una qualsiasi attività, abbiamo un'attesa media che supera gli anni. Se riuscissimo a portarla alla media europea di 4-6 mesi, dall'idea alla effettiva partenza dell'attività, quanta ricchezza in più si creerebbe?».

Paolo Maninchedda, fondatore del movimento “Sardegna e Libertà”, voce critica del centrosinistra in rotta verso un terzo polo, indica ulteriori fattori strategici dello sviluppo. «Passa per una nuova politica fiscale, cioè di sgravi: è l'unica leva che possa favorire processi di accumulazione di capitale e che la Sardegna aspetta da sempre», afferma. «Noi abbiamo l'80% delle aziende industriali della Sardegna nate dopo il 1961, cioè abbiamo un capitalismo di 50 anni d'età, che non ha avuto il tempo di accumulare i capitali e renderli disponibili per gli investimenti».

«È quello che il governo regionale non capisce: in Sardegna non ci sono i capitali per fare impresa, ma con meno tasse e una forte riduzione delle imposte, le imprese renderebbero più redditizio il lavoro e smetterebbero di indebitarsi». Quello che è stato fatto in Irlanda, un paese che sta rallentando solo ora, ma che negli ultimi dieci anni ha recuperato strada a ritmi forsennati, con percentuali di crescita che viaggiavano intorno al 10% fino a qualche anno fa e la disoccupazione crollata al 3,5%.

Ci vorrebbe anche «una politica differente nella gestione del territorio, cioè una riforma del piano paesaggistico, che sia più coerente tra conservazione e trasformazione e regolamenti questi due aspetti, perché così com'è oggi non va bene». Infine, secondo l'ex di Progetto Sardegna, urge «una riforma del sistema scolastico, e formativo in genere, che non sia nella direzione del tutto statale, ma invece sfrutti tutte le potenzialità formative private e pubbliche presenti nel territorio», per creare «un mercato delle opportunità in grado di rispondere sia alle esigenze del mondo del lavoro sia a quelle della persona». Questo sistema formativo dovrebbe essere «innovativo e legato alla ricerca e alla produzione», in modo da mantenere, «per esempio, un manifatturiero di qualità ma anche un agroalimentare di qualità».

Sull'altro emisfero politico, il capogruppo di Forza Italia Giorgio La Spisa - un altro che i problemi legati al sottosviluppo sardo li ha toccati con mano durante la sua esperienza come assessore regionale dell'Industria - rivendica la bontà dell'azione di governo del centrodestra a livello regionale e nazionale: «Per cinque anni, sia a Roma sia in Sardegna, la pressione fiscale non è stata aumentata di un euro, e i benefici si stanno vedendo adesso. Un'azione limitata, perché non tutto si riduce a quello, ma che è ugualmente significativa». Poi non può che riconoscere i problemi che funestarono la XII legislatura, legati soprattutto all'instabilità del Consiglio: «Qui salta il Consiglio se viene modificato un articoletto sull'eolico, allora saltavano le finanziarie», commenta La Spisa. «Non si può fare un paragone tra la capacità di attuazione del programma di questa legislatura con tutte le precedenti di centrosinistra e centrodestra».

«Il problema fondamentale legato allo sviluppo è trovare la strada giusta, quella più corretta e lineare verso l'obiettivo», dice La Spisa. Guardando alle esperienze di altre regioni europee inizialmente in deficit di sviluppo, «ma che poi hanno trovato una via di riscatto sorprendente», come la già citata Irlanda o alcune regioni della Spagna», la strada «è quella di un incremento sia delle infrastrutture sia della formazione dei giovani a tutti i livelli, da quella primaria fino alla ricerca specialistica». E la formazione «dev'essere crescita educativa e non solo diffusione della conoscenza o di internet e della società dell'informazione»: si deve lavorare «sul rapporto educativo, investire sulla crescita delle persone e sulla diffusione della cultura di impresa».

Come terzo ingrediente, La Spisa concorda con Maninchedda e ipotizza «un diverso assetto di legislazione fiscale che incentivi gli investimenti, riduca le diseconomie e incrementi la competitività». Ma, a suo avviso, «questa strada è molto diversa da quella che oggi sta percorrendo la sinistra, sia quella nazionale sia quella regionale: la politica finanziaria e fiscale è tutto il contrario dell'alleggerimento della pressione e di un reperimento di risorse innovative».

Non c'è nessuna «modalità diversa di approcciare il problema di aumento della competitività». Il governo regionale, dice l'esponente azzurro, «ha smantellato il vecchio sistema degli incentivi finanziari e non ha trovato un'alternativa: basta guardare la finanziaria 2007 e si ha un'idea di cosa sia per questo esecutivo il rapporto con le imprese». Invece, lo sviluppo avrebbe bisogno di «un clima di sostegno e di fiducia nei confronti del sistema delle imprese e nei confronti di tutta la società, mentre invece c'è un atteggiamento dirigista, centralizzato e fondato sul vincolo», come denunciano, per esempio, oltre a Confindustria, Cna e Confartigianato, «due organizzazioni che sicuramente non hanno un'ispirazione di centrodestra».

Ma non bisogna dimenticare che «lo sviluppo non è solo creazione di posti di lavoro per occupati nelle imprese che creano reddito», ammonisce infine Eliseo Secci. «Un sistema debole come il nostro mantiene oltre il 10% di disoccupati, molti dei quali sono i cosiddetti disoccupati marginali, cioè gente che non ha mestieri o difficilmente ricollocabile a causa dell'età», e uno dei problemi diventa «come orientare le risorse, cioè se dobbiamo tentare di mantenere lo status quo o creare nuovi equilibri che riducano il bisogno per queste fasce deboli».

(2. continua)


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