martedì 24 aprile 2007
di Elvira Corona
«Uscire dal quadrato del possibile per entrare nella sfera dell'impossibile. Solo così si cambia il mondo». Non ha dubbi Riccardo Petrella, economista capace di indignarsi per le ingiustizie planetarie, padre del Manifesto dell'Acqua. Indica come obiettivi ciò che altri liquiderebbero come utopia, ma può permetterselo, dall'alto di un curriculum che intimidisce. Da consulente per la Commissione europea a docente nel Collège Européen di Bruges, dall'Università cattolica di Lovanio, in Belgio (dove ancora oggi insegna materie come Economia pubblica, Mondializzazione, Società dell'informazione) alla direzione del Centro europeo di coordinamento delle ricerche in Scienze economiche e sociali, a Vienna.
Nel 1997 fondò con Mario Soares, ex-presidente del Portogallo, il Comitato internazionale per il Contratto mondiale dell'acqua, di cui è il segretario generale. E più di recente ha accettato una sfida quasi disperata, la presidenza dell'Acquedotto Pugliese, conclusa lo scorso dicembre con una lettera di dimissioni «perché la politica, anche quella di sinistra, è ancora lontana dal capire il concetto di bene comune». Bene comune come l'acqua, appunto, diritto umano universale, e come la conoscenza: un'altra creatura di Petrella è l'Università del Bene Comune (motto: “immaginare, condividere ed agire per costruire un mondo diverso”).
Ieri il professore che preferisce farsi chiamare operaio della parola era a San Sperate per un incontro su “Diritti e beni pubblici” organizzato dall'associazione Asquer e da Rifondazione comunista (che con la marcia per il lavoro ha fatto tappa proprio nel paese dei murales). Alla fine del dibattito Riccardo Petrella ha risposto ad alcune domande.
Da Lisbona a Bruxelles: quali passi avanti sono stati fatti dalla redazione del Manifesto dell'Acqua alla recente Assemblea mondiale dei cittadini ed eletti per l'acqua?
«Due obiettivi importanti sono stati raggiunti in questi anni. Uno sicuramente è quello di essere riusciti a far inserire il problema dell'acqua come una priorità nell'agenda politica di tutti i paesi europei. L'acqua è una risorsa fondamentale. Politica dell'acqua significa politica della vita: da qui il secondo obiettivo raggiunto, aver contribuito nel far prendere coscienza alla gente che l'acqua è un bene comune. Ora è un concetto che sta passando, lo si sente dire più spesso di quanto avvenisse prima di Lisbona».
Quali sono le nuove sfide dopo l'incontro di Bruxelles?
«Due, principalmente: battersi contro la privatizzazione della gestione dell'acqua e arrestare il ricorso a denaro privato per finanziare gli investimenti in un settore che è pubblico più di qualunque altro».
Il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, le aveva proposto la presidenza dell'Acquedotto Pugliese: lei ha accettato, per poi dimettersi qualche mese fa. Una resa?
«Le forze politiche di sinistra non si sono ancora liberate del complesso di inferiorità nei confronti del privato. I concetti di efficienza e buona gestione sembra che siano solo caratteristiche della gestione privata, mentre alla gestione pubblica vengono associati ancora corruzione, inefficienza e quant'altro di negativo. Ma non è sempre così. Le mie dimissioni non le vedo come una sconfitta: continuo a lavorare per gli stessi obiettivi ma da fuori, come ho sempre fatto».
La gestione delle risorse idriche ora è affidata a società a maggioranza pubblica ma di fatto la gente paga l'acqua che consuma al prezzo di mercato. Che cosa c'è di veramente pubblico, allora?
«La proprietà pubblica è solo teorica, e il fatto che la gente paghi il servizio quanto lo pagherebbe da un privato lo dimostra. Ma queste società prendono anche i finanziamenti pubblici, innanzi tutto dall'Unione europea, e in particolare in alcune regioni d'Italia che fanno ancora parte di obiettivi di sviluppo UE. Allo stesso tempo i privati investono in questi titoli, condizionandone quindi l'andamento. Tra il 2003 e il 2006 gli investimenti nei fondi del settore acqua sono aumentati del 35%, con l'incoraggiamento dei governi, mentre quelli del petrolio solo del 29%. L'acqua rappresenta un buon affare, a quanto pare. Allora è il caso di regolamentare diversamente tutto. La gestione di un bene comune non può che essere realmente pubblica».
Nel programma dell'Unione si parla anche del ritorno all'acqua pubblica. Come mai allora è necessaria una proposta di legge di iniziativa popolare?
«In realtà sentendo frasi come quella del ministro Bersani sulla vicenda Endesa-Enel, “quando il mercato parla i governi devono stare zitti”, c'è da preoccuparsi. La voce del mercato non deve interessarci quando si discute di beni comuni e insostituibili come l'acqua. Il principio che il privato possa essere garante dei diritti fondamentali dei cittadini non è credibile e non deve essere accettato. Solo forze politiche considerate della sinistra radicale, come i Verdi, Rifondazione comunista e Comunisti italiani stanno appoggiando la raccolta firme e ci stanno aiutando nella sensibilizzazione al problema».
Nel suo libro “Una nuova narrazione del mondo” lei dice che il dibattito dominante oggi è ispirato da fede nella tecnologia, fiducia nel capitalismo, convinzione dell'impossibilità di alternative al sistema attuale…
«Per costruire un mondo differente è necessario narrare un altro mondo. Questo concetto si può riassumere in una serie principi, di cui quello base è il principio della vita, in contrapposizione al principio del profitto. La partecipazione della collettività alla produzione dei servizi e il principio dell'auto-organizzazione sono fondamentali. Il diritto alla vita deve prevalere su tutto. Le persone ora cominciano a capire che siamo parte di un insieme, che tutto il mondo è collegato, che quindi quello che succede in Russia ha conseguenze in India, e quello che succede in Cina ne ha in Europa. Questo purtroppo anche grazie all'allarme clima lanciato di recente. La gente ha capito che le questioni individuali hanno ripercussioni globali. Preservando il principio della vita si arriva ai principi di umanità, di beni comuni, di democrazia, di responsabilità, di utopia».
Non saranno forse utopici gli stessi principi che lei cita?
«Le persone che sognano sono quelle che costruiscono il futuro. Chi rimane nel quadrato del possibile non cambia le cose. Oggi c'è bisogno di gente che si indigni di fronte alle ingiustizie e che si rifiuti di subire il presente. Se 2,6 miliardi di persone nel mondo oggi non hanno accesso ai servizi igienici non è perché non ci sia niente da fare, ma perché non si vuole fare. La ricchezza mondiale nel 2005 ammontava a 47.000 miliardi di dollari, bastano 27 miliardi per dare accesso ai servizi igienici e all'acqua potabile nei paesi poveri. È solo questione di scelte».
Nel 2000 la maggior parte dei capi di stato e di governo avevano sottoscritto a New York gli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio”. Fra gli altri, eliminare la fame e la povertà e garantire l'accesso all'acqua potabile a tutti entro il 2015. A che punto siamo?
«Attenzione, l'obiettivo non era quello di eliminare la povertà, bensì quello di dimezzarla. Se pensiamo che questo documento è stato sottoscritto non solo dai governi, ma anche da grandi organizzazioni umanitarie come la Caritas internazionale o altri organismi non governativi, c'è davvero da indignarsi. Sottoscrivendo quel documento si accetta che metà della popolazione che oggi versa in condizioni di estrema povertà, cioè vive con meno di 80 centesimi al giorno, continui a farlo anche dopo il 2015: insomma, gli si nega il diritto alla vita. E il bilancio di medio termine dice che neppure questo obiettivo dimezzato sarà raggiunto alla scadenza fissata. Io penso sia inaccettabile. Il mondo non può essere pensato senza tenere conto di queste persone».
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