martedì 24 aprile 2007
Interventi.
di Andrea Pubusa
La questione sui costi della politica sollecita una riflessione su diversi versanti. Anzitutto, è istituzionalmente opportuno che sul trattamento decidano gli stessi beneficiari? O non è questa la classica materia in cui fissare nuove regole e sperimentare la cosiddetta democrazia partecipativa o deliberativa, spostando la decisione al di fuori del Consiglio regionale?
Come ho più volte denunciato (all'inizio in solitudine), questo monumento alle decisioni monocratiche e di élite che è la legge statutaria sarda vuole addirittura escludere il referendum abrogativo sulla materia. Al contrario, su di essa bisognerebbe prevedere un referendum deliberativo. Ogni adeguamento del trattamento dovrebbe essere approvato dai cittadini. E per evitare i costi del referendum, potrebbe anche essere studiata una consultazione con un campione diffuso di elettori, estratti a sorte. Insomma, si può discutere la modalità, ma senza portare fuori dal Consiglio regionale la decisione, ogni speranza di autolimitazione e ragionevolezza è pia illusione.
Sul trattamento, concordo con Andrea Raggio: esso andrebbe semplificato. Oggi è difficile conoscere l'appannaggio dei consiglieri perché al trattamento base si aggiungono tante indennità e rimborsi, così da creare una giungla inestricabile e incomprensibile (la cortina di fumo è ovviamente dolosa). Nel merito: il trattamento dei parlamentari nazionali e regionali dev'essere adeguato a svolgere con dignità la funzione, ma non deve dare privilegi. La proposta di legge popolare di 17 mila sardi da questo punto di vista mi pare colga nel segno.
Infine, il vitalizio (e qui parlo da beneficiario, essendo stato consigliere regionale per due legislature). La materia andrebbe disciplinata secondo lo schema della legge Bacchelli per gli artisti. Mi spiego. Se, giunto all'età pensionabile (poniamo 65 anni), l'ex consigliere ha un reddito inferiore ad una soglia minima prestabilita (2.500 euro?), il Consiglio integra il trattamento fino a raggiungerla.
In caso contrario, e cioè quando l'ex consigliere ha entrate proprie per campare (ossia raggiunge il minimo predeterminato), non riceve alcun trattamento ulteriore. In questo modo, si risparmierebbe una montagna di soldi, per di più spesi per accordare un privilegio, mentre le pensioni - com'è noto - dovrebbero solo consentire una vita libera e dignitosa a chi non può più lavorare, per ragioni d'età. Si farebbe anche un'opera di giustizia: è del tutto ingiustificato che il mandato parlamentare o regionale di per sé dia diritto ad un trattamento aggiuntivo spesso di gran lunga superiore a quello di chi ha duramente lavorato per una vita intera.
Ma qui torniamo a monte: chi decide? Può una decisione del genere essere rimessa ai beneficiari? Parliamone e non abbassiamo la guardia. E attenzione alle leggi di casta (come la legge statutaria di Soru): tendono, mutatis mutandis, a creare una situazione pre '79 (intendo 1779). Quale era l'asse del sistema? Il sovrano a spese dell'erario conviveva con un ceto di perdigiorno a cui assicurava laute prebende. Ma poi sappiamo com'è andata a finire…

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