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domenica 22 aprile 2007

La ricerca dello sviluppo sfuggente
non drogato dai soldi pubblici
Le ricette di Pigliaru, Selis e Paci

di Michele Fioraso

Lo sviluppo sembra l'eterna chimera della Sardegna. Una specie di Eldorado o di sette città di Cibola, un obiettivo favoloso e lontano di cui si vagheggia negli incontri politici e nelle campagne elettorali, nelle televisioni e sui giornali, ma che nessuno poi sa bene come raggiungere davvero. Una parolina magica, ottima per infarcire qualsiasi discorso, da infilare in miracolose ricettine che però si sbriciolano di fronte alla furia dei mercati mondiali e del progresso che oggi porta l'ex sud del mondo a dettare la linea in campo materiale ed economico, mettendo in crisi le grandi potenze.

Se l'Europa arranca dietro le tigri asiatiche, e l'Italia fa fatica a stare dietro all'Europa, la Sardegna ha grossi problemi a rimanere agganciata allo scalcagnato trenino italiano. Una sorta di ruota di scorta dell'ultima ruota del carro: lo dicono tutti gli indicatori economici che, anno dopo anno, certificano i flebili segnali di quasi morte dell'economia isolana.

Basti dire che la Sardegna rimane la regione italiana più lontana dagli obiettivi fissati per il 2010 dalla strategia di Lisbona (cioè il raggiungimento di un tasso reale di incremento del Pil, in media, del 3% annuo; un tasso di occupazione pari al 70% per la popolazione in età da lavoro; un tasso pari al 60% dell'occupazione femminile; un'incidenza della spesa in ricerca e sviluppo sul Pil pari al 3%).

Non senza qualche contestazione su dati non recentissimi, la distanza della Sardegna dagli obiettivi del 2010 è stata certificata appena un mese fa da una ricerca del Sole 24ore - Centro Studi Sintesi di Venezia, calibrata su quattro parametri: occupazione, innovazione, coesione sociale e sostenibilità ambientale. Il dato nazionale registra che il punteggio medio nazionale di distanza da Lisbona è di 50,6 con un una velocità di avvicinamento di 4,8. Mentre Valle d'Aosta e Piemonte ottengono le migliori performance con punteggio, rispettivamente, 22,8 e 27,4, la Sardegna è in ultima posizione con 100, il peggior risultato sulle venti regioni italiane.

Ma anche senza guardare le statistiche, che non sono vangelo e sovente si basano su dati non aggiornati, a una lettura anche distratta dei quotidiani non sfugge la perenne crisi dell'industria sarda, il dramma occupazionale, lo spopolamento delle zone interne, le manifestazioni di protesta davanti alle sedi istituzionali, i settori produttivi in subbuglio, solo per citare i problemi più citati.

Non esiste ovviamente una formula infallibile per uscire dalla crisi eterna, né un programma di governo che riesca, nel breve volgere di qualche anno, a invertire tendenze che da anni vanno a picco. Lo sa bene Francesco Pigliaru, economista ed ex assessore regionale della programmazione, autore del programma con cui Renato Soru vinse le elezioni regionali del 2004.

Per lui non si può inquadrare il problema dello sviluppo se non si parte dallo scenario generale, cioè lo «straordinario sviluppo globale» di questi anni: «Il vero sviluppo lo determina il mercato», dice. «L'economia deve organizzarsi per avere la massima flessibilità. Il mercato sta dettando e detterà cambiamenti molto importanti». Dunque, «le economie che hanno successo sono quelle che fanno investimenti infrastrutturali di base, che investono in conoscenza e si dotano di strumenti di protezione sociale adeguata e flessibile, per consentire i cambiamenti limitando i costi per le persone». La flessibilità non si può avere senza «investire molto nel welfare, per essere pronti ad accompagnare i disoccupati verso nuovi lavori con una progettualità adeguata, senza cedere a tentazioni dirigiste o protezioniste», aggiunge.

Gli esempi in Europa, spiega Pigliaru, sono sotto gli occhi di tutti. «I paesi che hanno avuto grandissimo successo, cioè Finlandia, Danimarca, Svezia, Spagna, hanno fatto grandi investimenti nelle cose giuste: capitale umano, innovazione e ricerca e sistema sociale. Se a qualcuno capita di diventare disoccupato, non si fanno drammi perché la società se ne fa carico in senso attivo e moderno». Invece l'Italia è lontanissima da questi standard, «come dimostra la vicenda Telecom: le regole sono incerte, gli investimenti balbettano, quelli in conoscenza sono notoriamente inadeguati, il sistema di welfare è il peggiore d'Europa ad eccezione della Grecia».

Cosa può fare allora la Regione? «Dovrebbe compensare per quanto possibile errori che sono soprattutto nazionali», afferma Pigliaru. «Cioè, bisogna fare bene le cose di base e fare in modo che la gente sia preparata a affrontare un mondo che cambia continuamente e che non si fa certo condizionare da una leggina o dall'invenzione di qualcuno in una piccola isoletta».

Perché «il mercato è uno tsunami e sta modificando cose che si pensavano fino all'altro giorno. Pensavamo di produrre jeans, ma ora è ridicolo farlo. Tante altre cose non erano state previste da nessuno: per esempio, il fatto che la ragioneria di tante aziende americane si faccia in India».

Di fronte a uno scenario tanto complesso e diversificato, la bussola deve puntare sulle cose che hanno un sicuro valore come la conoscenza», accettando che «alcune linee di produzione in cui andavi bene fino a ieri, oggi siano messe fuori mercato da nuovi entranti». Per rispondere all'offensiva dei paesi emergenti sul fronte della diversificazione e della produttività bisogna «avere forza lavoro straqualificata, molta più di quella di cui dispone l'Italia in questo momento, e devi avere un sistema sociale che è pronto ad assicurare contro il rischio le persone che di volta in volta possano trovarsi senza lavoro».

Manco a dirlo, sui parametri di competitività «siamo molto indietro, c'è tanto da recuperare». Lo certifica Raffaele Paci, preside della facoltà di Scienze politiche dell'Università di Cagliari e direttore del Crenos, il centro di ricerche economiche che ogni anno fa il check-up al sistema Sardegna.

Paci concorda che si debba «puntare sull'accumulazione dei fattori immateriali: conoscenza, innovazione, capitale sociale», senza comunque eliminare «le industrie produttive e basate sull'innovazione». Le infrastrutture fisiche sono tra le priorità, «la rete di telecomunicazioni, quelle energetiche, la rete dei trasporti», perché anche su queste scontiamo un ritardo. «Ma ora sono meno strategiche», sostiene Paci, perché nel mercato globale la sopravvivenza si gioca sulla conoscenza.

La competitività dunque «passa attraverso il rafforzamento dell'istruzione e dell'innovazione: bisogna investire risorse su questi fattori perché ci vogliono buone leggi, ma anche e soprattutto fondi per sostenerle». Secondo Paci, in questo senso il governo regionale ha iniziato a muoversi correttamente: «Sono aumentate le risorse in questi campi», ma nessuna bacchetta magica, perchè «gli effetti si vedranno nel medio periodo e ci vorranno anni». Però la strada, a giudizio del direttore del Crenos, «è giusta».

Ma bisogna stare attenti a non ripetere gli errori del passato, avverte Gian Mario Selis che, prima di entrare in Consiglio regionale nel 1989, era stato direttore del Centro regionale di programmazione. Già vent'anni fa Selis parlava di «benessere senza sviluppo», una formula che, secondo lui, spiega perché i tanti soldi pubblici spesi negli anni dalle varie amministrazioni non abbiano mai innescato un circolo virtuoso per il sistema economico sardo.

«Se le risorse vanno ad alimentare più i consumi che gli investimenti, si genera un benessere transitorio e drogato, che è stato alimentato anche dalla finanza pubblica a briglie sciolte della scorsa legislatura», spiega. «Lo sviluppo dipende dalla capacità che abbiamo di alimentare gli investimenti e non solo la domanda, dunque anche di sostenere la produzione nel quadro di una competizione globale». Uno dei problemi di questo “benessere a corto respiro”, illusorio, è la sua incapacità di «creare vera occupazione legata alla produzione», perché la produzione stessa risulta comunque inadeguata alle richieste del mercato.

Non appena la Giunta regionale, nel 2004, ha messo mano allo spaventoso indebitamento pubblico, tagliando le risorse e «interrompendo il circuito», il “miraggio sviluppo” si è dissolto e tante magagne, che avevano prosperato sulla disponibilità di soldi pubblici, sono venute allo scoperto.

Esiste anche un altro problema però, ammonisce Gian Mario Selis. «Le politiche di sviluppo non consistono tanto nel dire che cosa fare, ma chi lo farà», spiega. «L'indicatore principale dello sviluppo è la qualità della classe dirigente, non solo politica ma anche amministrativa e burocratica, senza tralasciare quella privata». Da essa infatti dipende «la capacità di far crescere il sistema»: ma anche su questo fronte, l'ex presidente del Consiglio regionale non lo dice esplicitamente, la Sardegna è deficitaria.

E questo è uno dei campi dove dovrebbe intervenire la politica, che non ha solo il compito di seminare denaro. Perché la scorsa legislatura è stata «disastrosa e dannata sia per quello che non hanno fatto, sia per i soldi che hanno sprecato, sia per l'indebitamento decuplicato», però il problema, osserva Selis, è «capire se la legislatura attuale sia in grado di attivare un processo virtuoso: io vedo molte difficoltà e l'assenza di adeguate politiche che stimolino la crescita di una nuova dirigenza».

Ma il mondo della politica e quello economico-produttivo, quali prospettive disegnano per lo sviluppo di una Regione che, nonostante i tanti miliardi spesi nel corso degli anni, stenta ad uscire dal sottosviluppo? Lo vedremo nei prossimi giorni.

(1. continua)


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