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domenica 22 aprile 2007

Interventi.

Troppe favole attorno alle pale rotanti
L'energia pulita in Sardegna
non può arrivare soltanto dal vento

di Stefano Deliperi, Gruppo d'Intervento Giuridico e Amici della Terra

Greenpeace lancia la campagna “Non c'è vento da perdere” per sponsorizzare la realizzazione di centrali eoliche in Sardegna, anche per raggiungere l'obiettivo della riduzione dell'effetto serra del 20% entro il 2020 nel territorio dell'Unione Europea. Secondo l'associzione, si devono realizzare 1.500 torri eoliche in Sardegna, con un enorme vantaggio occupazionale («per ogni megawatt installato si creano due posti di lavoro, senza contare l'indotto»).

Non si capisce proprio da quale studio scientifico vengano queste valutazioni. Greenpeace, assieme ad altre associazioni ambientaliste, il 25 ottobre 2005 ha stipulato un protocollo d'intesa che prevede la promozione dell'energia eolica, il “Patto per Kyoto”, con l'A.N.E.V., l'associazione che raggruppa gli “imprenditori del vento”, ovviamente disinteressati alla realizzazione delle centrali eoliche. Questa, evidentemente, è la loro linea.

Non siamo d'accordo. Greenpeace, per quanto riguarda la Sardegna, dà una risposta sbagliata (centrali eoliche a gogò) ad un problema reale e serio (effetto serra). In Sardegna sono piovute, grazie ai forti incentivi economici e fiscali allora presenti e al redditizio commercio dei “certificati verdi” (la quota del 2% di energia prodotta da fonti rinnovabili che ogni prodottore deve dimostrare per poter accedere alla vendita dell'energia al G.R.T.N.), ben 88 istanze di centrali eoliche, pari a 2.814 aereogeneratori, per una produzione totale di 3.765 megawatt (dati Servizio V.I.A. Assessorato difesa ambiente Regione Sardegna, 2004). La più alta concentrazione in Italia.

Centrali eoliche progettate dappertutto: sulle creste del Limbàra, sul Gennargentu, sui Sette Fratelli, in aree ad alta densità di testimonianze archeologiche. Per pochi soldi ai Comuni ed ai proprietari terrieri. Più volte senza nemmeno prevedere la necessaria fase del decommissioning, lo smantellamento al termine del ciclo produttivo.

I posti di lavoro prodotti dalle centrali eoliche realizzate sono ben lontani dalle ottimistiche previsioni di Greenpeace: solo alcuni addetti per la gestione degli impianti e nulla più. Soltanto a partire dal 2004 è divenuto obbligatorio il preventivo e vincolante procedimento di valutazione di impatto ambientale. L'attuale quadro normativo regionale vigente prevede, in sostanza, la potenziale ubicazione delle centrali eoliche nelle aree industriali e in quelle comunque già compromesse, per una potenza complessiva di circa 550 megawatt.

Gli Amici della Terra e il Gruppo d'Intervento Giuridico ritengono che si debba dare una risposta equilibrata e ambientalmente sostenibile alla necessità di ridurre del 20% l'effetto serra a livello nazionale e comunitario. Ogni regione dovrà fare la sua parte. Deve essere predisposto un piano nazionale delle energie alternative e la Sardegna non dev'essere trasformata in una selva di torri eoliche, in una “piattaforma di produzione energetica” per interessi imprenditoriali ed energetici che con la Sardegna hanno poco a che fare.

Questo non vuol dire esser favorevoli all'uso sconsiderato dei combustibili fossili e del carbone in particolare. Solo un idiota può pensarlo. Significa, invece, che l'Italia e la Sardegna in particolare devono uscire più rapidamente possibile dall'attuale fase energetica transitoria e andare verso un uso sempre più pronunciato delle fonti rinnovabili, in particolare il fotovoltaico ed il solare termico.

Fase transitoria attuale che vede, purtroppo, ancora l'uso del carbone, estratto dall'unica miniera italiana in attività, quella di Monte Sinni - Seruci (Gonnesa - Carbonia), gestita dalla Carbosulcis s.p.a. e oggetto di un bando internazionale. Attività mineraria che vede non «pochi posti di lavoro», come affermato da Greenpeace, ma centinaia di addetti che non possono certo essere buttati sulla strada dall'oggi al domani, così come sistemi industriali (il polo di Portovesme) che attraversano già una pesante crisi.

Significa anche che devono essere potenziati i controlli ambientali dell'A.R.P.A.S. e che devono essere effettivamente irrogate le sanzioni a chi vìola la legge. Tuttavia l'utilizzo del carbone Sulcis, pur avverandosi le migliori ed ottimistiche previsioni della ricerca avviata sull'eliminazione delle emissioni di CO2, fatto che allo stato non appare per niente certo, comporterebbe sempre la necessità di ampie discariche per i residui di processo vetrificati, alla lunga non sostenibile.

In queste direzioni e con le necessarie modifiche, a nostro parere, deve andare anche il piano energetico regionale, attualmente in fase di discussione.


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