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sabato 21 aprile 2007

Consiglio, insabbiata la proposta
di dimezzare le indennità
Bavaglio in bocca a 17 mila sardi

di Matteo Bordiga

Uno schiaffo alla volontà popolare. Ovvero come rendere inutili, con una frase laconica e definitiva («la richiesta è da considerarsi non urgente»), 17 mila firme liberamente raccolte fra i cittadini sardi per lanciare una proposta di legge che prevede il dimezzamento delle indennità dei consiglieri regionali. «Un tabù, proibito, vietato: da rimuovere». Franco Masu, animatore dell'iniziativa, è lapidario e indignato. «I rappresentanti del popolo se ne fregano del popolo: la sua voce è inascoltata e, peggio, repressa».

In via Roma, oltre a mantenere un impenetrabile riserbo sugli emolumenti degli onorevoli (mentre 15 regioni italiane hanno già pubblicato su Internet tutti i dati relativi a stipendi, indennità, pensioni e rimborsi dei consiglieri), giocano anche a un gioco vecchio quanto la politica: l'insabbiamento delle leggi scomode, quelle che sgonfiano i generosi portafogli degli “addetti ai lavori”, sottraendo ai consiglieri i privilegi più clamorosi e meglio occultati. Senza auto blu, prestiti a risibili tassi di interesse e viaggi gratis tuttocompreso nelle capitali europee.

Il Consiglio regionale, da un anno e mezzo, ha messo il bavaglio a una proposta di legge di iniziativa popolare redatta nel novembre del 2004 dal comitato “Lu Puntulgiu” e sottoscritta nel giro di pochi mesi da 17mila sardi. Il testo della norma è dirompente: «L'indennità, l'indennità di carica, la diaria spettanti ai membri del Consiglio regionale della Sardegna e il rimborso delle spese di segreteria e rappresentanza sono stabiliti dall'Ufficio di presidenza del Consiglio regionale in misura non superiore al 40% di quella fissata dalla legge n. 1261 del 31 ottobre 1965 per le indennità dei deputati nazionali».

Attualmente, gli 85 consiglieri regionali percepiscono un'indennità pari all'80% di quella dei deputati. Quindi, se venisse approvata la modifica proposta dal comitato “Lu Puntulgiu” dovrebbero rassegnarsi all'idea di perdere esattamente la metà delle entrate-extra di cui beneficiano.

Ma chi dovrebbe approvare questa legge di iniziativa popolare? Lo stesso Consiglio regionale, naturalmente. E allora diventa facile immaginare quello che deve essere successo il 15 dicembre del 2005, quando il presidente Giacomo Spissu informò i consiglieri di questa istanza popolare: «Nel momento in cui si iniziò a discutere sull'eventualità di inserirla nell'ordine del giorno, in Consiglio scattò un fuggi fuggi generale», racconta Franco Masu, presidente e rappresentante legale di “Lu Puntulgiu”, «pateticamente giustificato con la scusa che i capigruppo non erano stati messi al corrente del testo della proposta di legge. L'assemblea fu sospesa per circa un'ora. Poi il presidente della prima commissione, Stefano Pinna, prese la parola e spiegò che «la richiesta è da considerarsi non prioritaria. La discussione va pertanto trasferita alla commissione».

In questo modo, si è finito per equiparare una proposta di legge avanzata da 17 mila cittadini («si sono recati negli uffici dei Comuni e l'hanno firmata in piena libertà, senza che il comitato abbia mai dovuto piazzare per strada banchetti o capanni», sottolinea Masu) a una bozza presentata da un singolo individuo. Facendole fare, in buona sostanza, lo stesso iter burocratico cui va incontro un testo redatto da un unico consigliere regionale. «Anzi, lasciandola a marcire nei cassetti della prima commissione», prosegue Masu, «perché, il giorno stesso, il Consiglio aveva espresso il proprio voto sulla possibilità di inserire la nostra proposta fra gli argomenti da affrontare nei mesi successivi. Ebbene, 63 dei 65 consiglieri presenti avevano votato contro, mentre soltanto 2, Maria Grazia Caligaris e Paolo Pisu, si erano astenuti».

Così, dal 15 dicembre del 2005 a oggi nessuno, in via Roma, ha più parlato dell'iniziativa di “Lu Puntulgiu”.«Ovviamente, l'intenzione degli onorevoli è quella di far scivolare la cosa nel dimenticatoio. Ma noi continueremo a lottare e a far valere le nostre ragioni», prosegue Masu. «In primo luogo per difendere i principi della democrazia, che non possono essere calpestati ignorando spudoratamente le richieste di un numero così elevato di cittadini. E, in seconda battuta, perché lo Statuto sardo ci dà ragione, prescrivendo che le leggi di iniziativa popolare debbano essere discusse dal Consiglio regionale: non ci stiamo a farci mettere il sasso in bocca».

Con queste argomentazioni, il comitato è intenzionato a rivolgersi al Tribunale di Strasburgo per i diritti dell'uomo: «Una via drastica ma, se nei prossimi mesi tutto continuerà a tacere, non avremo altra scelta. Cosa chiederemo? Banalmente, che vengano tutelati i nostri diritti e applicato il nostro Statuto». E che, finalmente, i magnifici 85 si decidano a prendere in considerazione l'ipotesi di diventare un po' meno consiglieri e un po' più cittadini.


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