venerdì 20 aprile 2007
di Maria Letizia Pruna
In quest'epoca che non si è rivelata affatto quella della fine del lavoro, come qualcuno aveva profetizzato, il lavoro resta saldamente al centro dell'esistenza degli individui, non solo in quanto fonte di reddito diretta e differita (retribuzioni e pensioni) ma anche in quanto sfera di autorealizzazione professionale e umana, nonché ambito irrinunciabile di socializzazione. Si lavora per vivere, come è sempre stato, ma anche per impiegare e rafforzare capacità e competenze, sentirsi utili e gratificati dalla stima altrui, conoscere e imparare, avere relazioni sociali, essere autonomi e un po' più liberi.
Non dovrebbe quindi sorprendere che la difesa del posto di lavoro e la tutela dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici assuma una particolare rilevanza sociale e politica, anche in considerazione delle accentuate difficoltà di inserimento stabile e dignitoso nel mondo del lavoro e del complessivo indebolimento delle tutele. Deve piuttosto sorprendere che alla politica occorra troppo spesso ricordarlo (senza peraltro che ciò sortisca grandi effetti). In questa dimenticanza sostanziale della centralità del lavoro si potrebbe rinvenire una delle tracce più pesanti del distacco maturato dalla politica nei confronti della società reale.
Il sindacato è l'unico soggetto istituzionale che per ovvie ragioni non lo dimentica. In più, mostra di avere maggiormente presenti molti altri problemi che toccano la vita quotidiana delle persone: la casa, il costo della vita, la pensione, l'accesso ai servizi, le tasse, la scuola, i trasporti, le disabilità, l'emarginazione, i diritti nel senso più ampio del termine. In questa attenzione ai molteplici problemi della vita quotidiana delle famiglie e delle persone si potrebbe rintracciare la spiegazione del ruolo sempre più rilevante che il sindacato pare stia conquistando, sottraendo alla politica spazi crescenti di rappresentanza dei bisogni sociali concreti, ben al di là del diritto al lavoro.
I dati sull'andamento degli iscritti ai sindacati confederali Cgil Cisl e Uil sono piuttosto eloquenti e incomprensibilmente trascurati dalla politica: nel 2006 gli iscritti alla Cgil in Sardegna sono saliti a 152.888, rispetto al 1997 sono aumentati del 12%, cioè ad un ritmo di oltre 2.000 tessere in più ogni anno. Nello stesso arco di tempo, in Italia sono aumentati del 7% e hanno raggiunto la bella soglia di 5.566.609 aderenti. Alla Cisl aderiscono in Sardegna 147.696, con un incremento del 27% rispetto al 1997, pari ad un ritmo di crescita quasi doppio rispetto alla Cgil (circa 4.000 nuove tessere all'anno), mentre a livello nazionale sono 4.346.952, circa il 12% in più dal 1997. Il terzo sindacato confederale “storico”, la Uil, vanta in Sardegna, sempre nel 2006, 42.607 iscritti. In totale, dunque, nella nostra regione 343.191 persone risultano iscritte ai sindacati confederali, cioè più di un sardo su 5.
A queste cifre, rispetto alle quali l'adesione ai partiti appare quasi un fenomeno residuale, occorre aggiungere la capacità del sindacato di coinvolgere persone di ogni età, genere, condizione. Un sommario confronto tra le platee dei congressi regionali di partito (larghissimamente maschili e over 50) e il popolo dei convegni sindacali come quello della Cgil della scorsa settimana, danno l'idea della differenza tra ciò che è diventata la politica dei partiti e la rappresentanza anche politica che è in grado di esprimere il sindacato.
Ho avuto la preziosa opportunità di sedere al tavolo dei relatori nell'ultimo convegno regionale della Cgil, e da quella posizione ho potuto osservare con attenzione e a lungo l'intera platea. Ho visto la sala strapiena e le facce delle persone presenti, uomini e donne, di tutte le età e di molti mestieri, attente ad ascoltare, interessate a scambiarsi opinioni e ad esprimere consenso e disaccordo con la medesima passione. Mi sono resa conto che solo il sindacato oggi ha la capacità di coinvolgere una grande quantità di persone così diverse, sinceramente interessate e appassionate, attorno a questioni concrete e a ideali sociali e valori “alti”. Nessun partito riesce più a farlo.
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