venerdì 20 aprile 2007
L'opinione pubblica dev'essere temuta dai consiglieri regionali come fosse un indiscreto, maligno ostile Grande Fratello? Al quale si può dunque opporre una privacy difensiva, negando la piena trasparenza su tutte le indennità e i privilegi degli onorevoli? Così vanno le cose in Sardegna. Che è alla retroguardia, un esempio negativo tra le altre Regioni. In 15 delle quali - come il nostro giornale ha chiesto e continuerà a chiedere - i Consigli regionali hanno già da tempo provveduto a mettere sui propri siti Internet, accessibili a tutti, i dati completi su compensi, pensioni, rimborsi e indennità dei loro onorevoli.
Trasparenza, vade retro: questa è invece la regola in Sardegna, che pure ha tanti consiglieri come la Lombardia o la Sicilia che hanno una popolazione quattro o cinque volte superiore. Le vetrate fumée del palazzo consiliare a questo punto diventano davvero il simbolo del rifiuto alla trasparenza. Non solo alla pubblicizzazione degli emolumenti. Anche alla quantificazione e varietà di indennità, molte delle quali estranee a quella di base prevista per legge e stabilite e versate discrezionalmente dall'ufficio di presidenza del parlamentino, senza alcun controllo esterno e senza che qualcuno possa chiedere e ottenere di vedere tutti i conti.
Insomma, è stata stesa e viene difesa da tutti (o quasi) una cortina fumogena che copre molte cose (e un mare di euro) cui costi e i ricavi degli onorevoli. Non è una sola nostra denuncia. È stata rilanciata in varie sedi ufficiali. Da ultimo, pochi mesi fa, in un dibattito alla presenza del senatore diessino Massimo Villone, che al grande scialo e all'enorme costo occulto della politica a tutti i livelli - dal Parlamento a Regioni, Province, Comuni, consigli circoscrizionali, comunità montane, un enorme quantità di società pubblico-private semifasulle e via elencando - ha dedicato un libro documentatissimo: dovrebbe essere la bibbia dei cittadini e un manuale di igiene morale da distribuire nelle scuole.
In quell'occasione, l'ex presidente del Consiglio ed ex deputato europeo Andrea Raggio e il consigliere regionale di Rifondazione Paolo Pisu, a lungo sindaco di Laconi, avevano dato un contributo (assieme ad Andrea Pubusa e qualche giornalista senza peli sulla lingua) alla conoscenza del sommerso del Consiglio regionale. Con “rivelazioni” che sarebbero sconvolgenti se fossero portate a conoscenza dei cittadini non con denunce generiche e omnicomprensive ma spiegando il dettaglio e aggiungendo nomi, dati e cifre che non si riesce a ottenere dal Consiglio, refrattario alla richiesta di metterle a disposizione.
Vengono solo pubblicati sul Buras i redditi annuali dei consiglieri, ma senza entrare nel merito di parti sconosciute. Buona parte dei compensi non figurano nei redditi denunciati perché sono esentasse. Distribuiti in forme varie - per rimborsi, spese singolari e benefit - e dunque esclusi dal computo dei ricavi, come fanno evasori ed elusori fiscali. Su questi aspetti, solo la trasparenza può portare alla luce una realtà “coperta” e concorrere a frenare la crescita esponenziale e incontrollata dei costi del Consiglio sotto tante forme, con un ulteriore finanziamento occulto dei partiti attraverso grandi elargizioni ai gruppi consiliari.
Il primo passo è l'adeguamento dell'assemblea regionale nella pubblicazione su internet. Come già avviene (lo ha documentato con una puntigliosa ricerca Paolo Pisu) «in ben 15 regioni che hanno reso di pubblico dominio tutte le entrate dei propri onorevoli, dagli stipendi alle indennità. Elencandole sui siti web dei rispettivi Consigli».
Perché e come si può ancora rifiutare il principio della trasparenza adottato quasi ovunque, a partire dal Parlamento? Non si può, soprattutto perché, insiste Pisu, i consiglieri regionali godono di «privilegi economici vergognosi: compensi extra e agevolazioni che dovrebbero far indignare qualunque cittadino». Dai viaggi gratis per tutta la famiglia pagati dalla Regione, «con l'obiettivo di spingerci ad acculturarci nei paesi europei a spese di tutti i sardi», ai prestiti di 50 mila euro concessi al tasso di interesse dell'un per cento. Fino, naturalmente, ai vitalizi e alle indennità, «che corrispondono all'80% di quelle di cui gode un parlamentare della Repubblica italiana», documenta il consigliere di Rifondazione.
Eppure, in via Roma l'idea di far sapere per filo e per segno ai cittadini quanto costano i consiglieri fa venire l'orticaria a tutti. «Da questo punto di vista, nell'Isola si registra un trend molto diverso rispetto a quello della stragrande maggioranza delle regioni italiane e, in tutta franchezza, oltre che mancare di rispetto ai cittadini non facciamo esattamente una splendida figura agli occhi del Paese».
Ma i consiglieri regionali sono davvero dei privilegiati quasi super? Andrea Raggio ricorda che «usufruiscono di una doppia indennità: oltre a quella di base, possono fare affidamento anche su alcune altre accessorie. Si tratta di contributi, piuttosto cospicui, che vengono assegnati dall'ufficio di Presidenza in base agli incarichi interni al Consiglio. Esistono anche indennità per studio o per aggiornamento».
Non è roba da poco: basti pensare che i parlamentari europei hanno diritto esclusivamente alle indennità di base, mentre i consiglieri regionali riescono a intascare quelle accessorie, che non si riesce a quantificare. Cosa fare, tagliare drasticamente? Ma con quali voti, visto che sono i consiglieri a decidere su se stessi? «Non mi sentirei di alterare le indennità di base», spiega Raggio, «perché abbassarle significherebbe dequalificare il Consiglio. Noi abbiamo bisogno di consiglieri competenti, capaci e motivati. Dunque, dobbiamo pagarli in base al loro impegno e alle loro qualità. Piuttosto, si potrebbero ritoccare verso il basso le indennità accessorie. Che, fra l'altro, proprio per il fatto di essere frutto di vere e proprie delibere interne, danno luogo a problemi di trasparenza».
Secondo Raggio, la possibilità di assegnare indennità voluttarie «dovrebbe essere regolamentata dalla legge, come del resto avviene per le indennità di base. Insomma, non mi pare opportuno lasciare l'iniziativa e la discrezionalità nelle mani dell'ufficio di presidenza del Consiglio: si alimentano sospetti e non si fa chiarezza agli occhi dei cittadini».
E la trasparenza con la pubblicazione su Internet di tutte le voci che costituiscono il compenso a ogni titolo dei nostri onorevoli d'oro? «Mi sembra doveroso sostenere qualunque iniziativa che possa promuovere la trasparenza. Non vedo come i consiglieri possano opporsi. Sgombrare il campo da reticenze e sospettii è nell'interesse di tutti».
Ma Andrea Raggio richiama anche un altro problema, «ben più grave di quello delle indennità»: i costi enormi della politica. «Una larga parte del denaro che ruota attorno alla macchina della res publica è fagocitata da una pratica che io definisco clientelismo d'altobordo. In sostanza, si tratta di quella “rete del consenso” costruita attorno a soggetti politici che non vengono apertamente e concretamente sostenuti da un partito. Una rete che comprende segretari, pubblicità istituzionale, consulenti di ogni tipo e via discorrendo. Con un giro di soldi da far paura».
«E a beneficiarne, badiamo bene, sono gli individui: prima - conclude Raggio - erano i partiti a prendersi carico dei singoli soggetti politici. Ma ora lo scenario è decisamente cambiato. Per fare un esempio, oggi un presidente di Giunta regionale è sostenuto, nella sua campagna per raccogliere consensi, da un battage istituzional - consultivo - pubblicitario da far girare la testa. In definitiva, certamente la politica costa, ma non tutto il costo va alla politica».
(red)
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