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mercoledì 18 aprile 2007

Il “tesorone” della Finanziaria
e l'auto-inganno dei sardi
Siamo un disastro, ammettiamolo

di Giorgio Melis

Dopo un mese di guerriglia in commissione, ne avremo un altro in aula sulla Finanziaria, che arriva molto in ritardo con qualche giustificazione e molti errori della Giunta. Il rischio, ormai la certezza, è che le grandi risorse disponibili entrino in circolazione non prima di metà giugno od oltre. Un effetto quasi inevitabile, sul quale si consuma la quotidiana polemica che esonda dal Palazzo di via Roma e tracima senza soste nelle case dei sardi: annoiandoli, irritandoli, facendoli spesso imbestialire.

In verità la Finanziaria, tutte le Finanziarie di ogni tempo e di ogni luogo (in primis nel Parlamento) sono state e restano un allucinante mercato delle vacche, una vergogna nazionale e locale praticata dalla sinistra alla destra passando gloriosamente per il centro. Oltre la politica di bottega, trionfano gli interessi particolari e privati, i localismi e personalismi più sfrenati, i corporativismi più spudorati di tante categorie. In primis gli imprenditori immaginari che la Sardegna (a parte i comparti caseario, vinicolo e preziose nicchie di agro-alimentare di qualità) da decenni sente gridare, contestare e rivendicare senza aver visto industrie e sviluppo; semmai lotta a coltello per occupare posti “politici” di potere e rendite di posizione quali le Camere di commercio, i Consorzi industriali deserti di ciminiere, le presidenze di categorie, fiere campionarie e da ultimo , quelle degli aeroporti: il tutto finanziato da sempre e al cento per cento con denari pubblici senza una lira e ora un euro di investimento privato.

Giusto per chiarire che distinzioni manichee sono ridicole, tanto la malapolitica è intrecciata con la presunta imprenditoria politicante (basti pensare al re mattone e alla sanità cosiddetta privata) e che nessuno, proprio nessuno può impancarsi a vittima o accusatore: siamo (sono) tutti colpevoli in varia misura. Per favore, dunque, i palesi sepolcri imbiancati non provino neanche a stracciarsi le vesti e menare scandalo per quel che è accaduto in commissione e continuerà ad accadere in aula: è su connottu permanente, praticato con entusiasmo da tutti, di qualunque colore.

Soldi sempre troppo pochi per l'assalto degli interessi particolari

Tutto vecchio sotto il sole, dunque. Di nuovo, relativamente, è che la Sardegna è sprovvista di economia, ha una produzione agricola da sfasciarsi dalle risate, le industre sono sacchi vuoti che stanno finendo di afflosciarsi, campiamo di pensioni, impieghi pubblici, precariato miserabile nel terziario arretrato o finto innovativo: praticamente un sistema Sardegna alla bancarotta per concorso negativo di molti responsabili negli anni recenti e remoti. Una non lieve novità è che si è fermata la corsa all'indebitamento pazzesco. E che, anche se con una discussa performance del genere creativo, grazie al nuovo regime delle entrate strappato al governo, c'è un bel mucchio di soldi a disposizione. Complessivamente oltre otto miliardi, uno e mezzo più dell'anno scorso.

In proporzione al “tesoretto” che Prodi ha ricavato dall'extragettito fiscale, la Regione dispone di un “tesorone” sul quale occorre ragionare, non solo azzannarsi. Confrontarsi con un minimo di onestà intellettuale ed etica della responsabilità verso i sardi: non solo scannarsi e vociferare per strappare una riga o un titolo sui giornali o una battuta su tv locali fin troppo corrive.

Insomma, ci sono risorse, una provvista finanziaria importante. Naturalmente al di sotto delle esigenze che sono enormi. Ma fossero il doppio o il triplo, tutti a dire che non bastano e ciascuno (partito, gruppo, categoria) a tirare la coperta dalla propria parte, fottendosene allegramente degli altri. Ma diventa sempre più insopportabile, emetico, che attorno a scelte concrete, alla destinazione dei soldi disponbili, dei settori da privilegiare, dalle produzioni da incentivare, si finisca come sicuramente si finirà per esibirsi in risse politicanti, in stantie rigidità di bandiera, in contorte contrapposizioni anche sull'ovvio e contro il buon senso.

Parliamo di problemi, non in politichese e di ricandidature intempestive

C'è stata fin troppa politica politicante mentre premono i drammi sociali e i vescovi sardi sono costretti a fare nuovamente appello all'inesistente responsabilità di troppa politica. Anche l'auto-ricandidatura di Renato Soru e la sponsorizzazione di parte dei Ds, nel gelo di altri e della Margherita, sono state mosse intempestive e sbagliate. Perché le riconferme si chiedono a consuntivo e non mentre si è lontani da un bilancio soddisfacente sui temi concreti. Per evitare di personalizzare questioni che vanno affrontate con oggettività e rigore, senza anticipare davvero troppo un rerefendum deviante pro o contro un personaggio. Perché le bocce non sono ferme e anzi corrono vorticosamente anche su terreni scivolosi. E infine perché appunto la Finanziaria, col suo tesorone, è in grave ritardo, dev'essere approvata e richiederebbe un minimo di clima disteso e un dialogo costruttivo.

Ciò detto, per la serie prediche inutili non richieste e tanto meno orecchiabili, in queste tenebre nuragiche sarebbe pensabile che il nostro parlamentino pletorico e straffogato di soldi provasse a impegnarsi, con una pausa nella lotta continua, in una fase di autoscoscienza: dovuta a chi lo mantiene nelle faraoniche prebende. Una tregua provvisoria nel vaniloquio polemico e distruttivo per provare a prendere insieme almeno alcune scelte cruciali e rispondere a questioni inevase da una parte e dall'altra.

Non ne possiamo più del reciproco scaricabarile, per cui tutto quel che viene dalla maggioranza è spazzatura per l'opposizione e viceversa. Il centrodestra è messo peggio del centrosinistra che pure non scherza, la smettesse di alzare barricate su tutto, occupazioni e manifestazioni folkloristiche. Non abbiamo dimenticato i suoi scandali, i disastri di malgoverno, il debito vertiginoso. Non otterrà la rivergination (alla Littizzetto) maledicendo Soru e gli avversari: gli sarebbe più agevole zittendo le prefiche e le cornacchie interne e accettando un confronto sulle cose senza invettive e scomuniche.

Sviluppo, lavoro: ma chi, come e dove? Nessuno risponde

Le grida e le invettive, ormai ce ne siamo convinti, servono per eludere le grandi questioni che tutti dribblano: è dura trovare risposte concrete. Tutti dicono lavoro, sviluppo, crescita, coesione sociale, occupazione non precaria. E chi non è d'accordo? Ma da quindici anni, nonostante un fiume di denari italiani ed europei sprecati più che investiti, nessuno ha risposto al chi deve, come si fa, dove e con quali strumenti e politiche e scelte si ottengono i risultati. Tutti dicono lavoro. Ma non si inventa per decreto di Giunta o legge consiliare. Certo, si possono distribuire grandi risorse per un'assistenza inderogabile: ma per un anno o due, poi non ci saranno soldi neanche per le elemosine.

Lavoro, dunque. Ma il lavoro non può venire da impieghi pubblici già saturati, o nella sanità e con diecimila nuovi forestali: mancano i soldi, la volontà potrebbe anche esserci. Il lavoro può venire solo dalle imprese sostenute e incentivate (lo sono state a oltranza, con risultati rovinosi), che producano merci vendibili in mercati conquistati con qualità, serietà in regime di competitività.

Ma questi imprenditori immaginari, che tanto strillano specie dalle anticamere degli assessori (almeno in passato) dove sono, chi li nasconde e gli impedisce di fecondare la Sardegna e assecondarne le magnifiche sorti e progressive, magari di arricchirsi e diventare protagonisti di uno sviluppo travolgente? Esistono o sono fantasmi vociferanti, avidi e imbelli? E se non esistono o non ci provano mentre fornicano incestuosamente con la malapolitica, possono scaturire da decreti e leggi regionali? Oppure, come si comincia a temere, l'imprenditorialità non è nella nostra genetica e nelle nostre pulsioni: magari fra due o tre generazioni avremo industriali che non siano funzionari statali mascherati come adesso.

La Finanziaria sia almeno una risposta onesta alla nostra incapacità

Naturalmente il discorso vale anche per altre categorie sociali, per i sindacati nelle loro manifestazioni più velleitarie, per i corporativismi e localismi che chiedono ma non danno, vogliono ma non sanno neanche proporre. Se questa è la situazione, ed è questa senza poterla imbellettare con l'ipocrisia e la demagogia, il Consiglio e non solo potrebbe almeno fare della Finanziaria una sfida di onestà, un momento di verità per sé e l'intera Sardegna. Dirsi e dire che per responsabilità globali e inadeguatezze generali non siamo capaci di produrre merci vendibili, non sappiamo sviluppare una media industria, negati perfino a un minimo di autosufficienza alimentare. Privi (con belle ma poche eccezioni) di imprenditori autentici capaci di andare nel mercato come hanno fatto in terre meno dotate e più depresse della nostra: depressa da noi stessi, atomizzata con otto ridicole provincette, mai autosufficiente con un territorio grande quasi come il Piemonte e risorse naturali straordinarie.

Il vulnus è nel demos, in noi stessi: migliorati enormemente ma anche grandemente peggiorati nelle tradizionali virtù. Privati di una qualità politica alta, responsabile e onesta che ci aveva distinto per decenni. Per ora possiamo solo vivere di trasferimenti pubblici in esaurimento. Perché non sappiamo fare sistema: come Soru non ha saputo fare squadra. Benché abbia ancora la possibilità, se ne sarà capace e glielo permetteranno, di dare seguito alle speranze miracolistiche che lui non ha affatto incoraggiato ma comunque si sono create e che ora gli si ritorcono contro perché non si avverano.

È il momento di essere onesti con noi stessi e soprattutto con i giovani. Un bagno di realismo può essere salutare, scuoterci da lagne intollerabili e illusioni immotivate Tre anni fa, le aspettative dei sardi sul futuro della loro terra erano sottozero: dopo i cinque anni di governo del Polo e i cinque precedenti disastrosi che però avevano portato un mare di soldi e progetti. Si sono innalzate troppo per e con Soru. Stanno ripiombando al suolo perché Soru o noi tutti o l'uno e gli altri ci siamo sbagliati credendo di vivere in una regione abitata da un popolo diverso dal nostro, in attesa di evoluzione ulteriore. Questa è la conclusione più corretta: benché disperante.


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