
domenica 8 aprile 2007
di Nanni Spissu
Penso spesso a Cagliari. La penso da dentro, da cittadino che attraversa le sue strade, s'inerpica per le strade dei suoi colli, cresciuto in un rione così amabile e umanamente ricco come quello di Stampace. Abitavo in Sa Passillara, invidiato da alcuni amici abitanti de Su Brugu, che avrebbero sbavato all'idea di poter dire: «anch'io ero de Sa Passillara». Ma, malgrado li roda una terribile invidia, riconoscono la nobile collocazione de Sa Passillara e dal fondo del borgo aggiungono, a quella amicizia che li accompagna da tanto, la riverenza dovuta. Un piccolo scorcio di vita connotata dai luoghi e dagli scambi frequenti in una città riconoscibile e che abbiamo amato.
Ognuno di noi, non più giovane, ha dato vita a un piccolo pezzo di storia di Cagliari e tanti sono stati molto più di un piccolo pezzo e la loro vicenda si salda a quella di altre persone che della città hanno costruito davvero la vicenda umana e civile.
Io non posso che ricordare il tempo dal dopoguerra a oggi. Tanti hanno attraversato in quel tempo, con un cursus honorum di altissimo prestigio e di grande spessore sostanziale, tutti i livelli delle Istituzioni, dal Comune alla Regione, al Parlamento nazionale.
Ma allora, io mi chiedo, perché la città non riuscì, nel tempo, anche con contributi di intelligenze e di alta qualità politica, a crescere su un progetto condiviso e strutturato, anche dopo che la tragedia bellica aveva in qualche modo riportato a zero il discorso sul suo destino e sviluppo, rovesciando su un tavolo tutte le carte, che allora avrebbero potuto essere rimescolate in tanti modi diversi?
Certo gli apporti della classe dirigente cagliaritana si differenziarono evidentemente, nella diversa collocazione, di qua e di là della diretta responsabilità di governo. E per questo, mentre conosco alcune risposte che mi vengono da uno sguardo alla città del dopoguerra e della ricostruzione, risposte come speculazione, assenza di reale cultura urbanistica e architettonica e di cultura della tutela, l'urgenza di restituire ai cagliaritani le loro case, o una casa, comunque, non trovo altrettante risposte quando mi interrogo su quale disegno alternativo per la città fosse nelle menti e nella cultura di quei grandi che, pur nelle istituzioni, non ne avevano il governo diretto.
Naturalmente so bene che stare fuori del governo, in minoranza numerica, anche se spesso alcune spanne sopra per qualità culturale e politica, significa non prendere parte alle decisioni e magari subirle, malgrado tutto.
Ma l'assenza di un reale radicamento a Cagliari di una sinistra moderata di governo, non può essere segno di un destino ineluttabile per una città troppo “bottegaia”, borghese, quando va bene, e comunque moderata per tradizione e sensibilità delle sue classi dirigenti.
Io non trovo risposta e penso alla debolezza di un seria cultura della città, forse perché, a un certo punto, l'ottica dell'interesse politico si è spostata in prevalenza sugli obiettivi del governo della Regione, fortemente orientata a politiche di sviluppo delle zone interne, davanti a una Cagliari accerchiata e incapace di inventare il suo ruolo di capoluogo e di difenderlo.
Cagliari ha perso identità anche quando ha attratto verso di sé flussi di inurbamento dovuto all'insediamento della Regione e alla crescita della sua organizzazione amministrativa. Questo è stato positivo, perché i nuovi arrivati hanno arricchito il contesto civile della città, anche se talvolta hanno mantenuto pregiudizi e una distanza da essa spesso concretamente percepibile.
Ma Cagliari, non avendo saputo manifestare, nei disegni chi l'ha governata allora, un'idea definita della sua identità e del suo destino, è diventata terra di conquista di una classe dirigente regionale che non la amava e che guardava allo sviluppo dell'isola come cosa che non riguardava la città capoluogo. In compenso raffineria, chimica, espansione senza progetto, porto canale, razzia con una sorta di accondiscendenza diffusa e certo, si sa, anche tante voci illuminate, profeti inascoltati in un deserto.
Io so dell'impegno profuso da tanti di quelli di cui ricordiamo il valore e la dedizione. Ma cerco nella città dei segni che mi rendano visibile quell'impegno e non li trovo, davanti a uno sviluppo urbanistico talmente incolto da non aver avuto la capacità elementare di capire che, in una città dei colli, il profilo doveva essere salvato dallo svettare di orribili mostri che intercettano lo sguardo e interrompono la vista verso il mare o le lagune.
Andare ad Assisi può aiutare a capire come si risolvono questi problemi nel rispetto delle skyline del paesaggio. Siamo davanti a una qualità architettonica scadente, operazioni devastanti come Sant'Elia uno e due sono passate non nella distrazione generale, ma nella condivisione incredibile di modelli mostruosi di concentrazione del disagio e di violento impatto visivo, orribili quinte tra terra e mare.
C'è, poi, un esempio incredibile, che racconta tantissimo del disamore verso la città di Istituzioni come la Regione. Essa l'ha usata con la disinvoltura di chi ha ritenuto di poter fare violenza all'approdo dalla via Roma, il primo impatto per chi osservi Cagliari dal mare, rompendo con violenza l'equilibrio cromatico e stilistico della palazzata ottocentesca, con il mostro minaccioso del palazzo del Consiglio, scuro, torvo, incurante del danno che produce, anche sfottente verso una storia di amore e di buon gusto.
Fu, quella, una vicenda lunga e tormentata, dovendosi utilizzare un'area resa vuota dai bombardamenti, e il risultato è un'architettura banale, figlia di nessuno o meglio di una cooperativa anonima, poiché nessuno ne riconosce la paternità progettuale.
Trovo tutto ciò distante dall'amore di chi la città la sa e la vive, tra le allegre beghe tra quartieri, ma nella comune gelosia per il suo habitat. Questa città dobbiamo riprendere a pensarla come nostra e chiedere risarcimento con un progetto che coinvolga tutte le istituzioni e le persone di buona volontà, con una unità di intenti e con strumenti adeguati.
Vedo le difficoltà, le incomprensioni, quando penso al bisogno di ascolto reciproco e di sinergie, ma vedo anche segnali importanti che possono ridare slancio e positività a un progetto virtuoso per Cagliari.

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