
mercoledì 4 aprile 2007
di Andrea Pusceddu
Mai visto un politico - da destra, centro o sinistra - urlare e litigare durante Porta a porta a proposito degli aumenti di stipendio dei parlamentari, delle pensioni a vita che scattano in automatico dopo mezza legislatura, dei riconoscimenti per i conviventi che lorsignori possono avere senza correre il rischio di - Dio ci perdoni - scardinare il sistema famiglia su cui si basa la nostra beneamata società.
In questi casi, leggine decreti e commi vengono approvati con celerità e riservatezza tutte svizzere. Quando lo sterile dibattito tra parti politiche diventa improvvisamente moderato, sobrio e costruttivo, è il caso di andare a leggere le righe piccole, in cerca della fregatura. Una salutare diffidenza è giustificata, ad esempio, per i contatti, anzi gli strusciamenti, che stanno avvenendo tra partiti e coalizioni a riguardo della riforma elettorale.
Se il recente collasso strutturale del governo Prodi è servito a qualcosa, infatti, è stato proprio nel rendere assolutamente evidente l'inadeguatezza di un sistema che sparpagliava il premio di maggioranza al Senato su base regionale, rendendolo di fatto inutile.
Eppure, c'è troppo silenzio. Sembra che le cose stiano procedendo in maniera tranquilla e spedita, e mica siamo in Francia o in Inghilterra.
Pochi giorni fa, i primi a partorire una bozza di riforma sono stati quelli del Polo per bocca di Calderoli, padre dell'attuale (definizione sua) porcata. Nessun mea culpa sulla vecchia legge, da parte di chi l'aveva imposta a colpi di maggioranza nel giro di pochi mesi, ed il motivo è che in realtà il porcellum ha servito benissimo la causa di chi l'aveva pensato: nonostante lo sgambetto degli italiani all'estero, è riuscito a regalare una vittoria di Pirro al centrosinistra, e una debolissima premiership a Romano Prodi.
Leggendo i dettagli della nuova proposta - che pare ricalchi l'attuale legge per le consultazioni regionali - la puzza di accordo sottobanco è forte, visto che tra le modifiche proposte non viene citata quella che è la vera pietra di scandalo dell'attuale sistema: l'abolizione delle preferenze nominali, che nega all'elettore la possibilità di scegliere chi vuole eleggere, con nome cognome e storia personale.
Ma è una intervista al ministro per le Riforme Vannino Chiti, apparsa su Repubblica, che ci dà la cruda consapevolezza del teatrino in atto. Chiti, dopo aver dottamente concionato su modelli alla francese, sulla sfiducia costruttiva, sui sistemi alla tedesca, sulle «proposte organiche per tre leggi costituzionali», dopo averci rassicurati sul suo buon rapporto con Prodi e con Fassino - e meno male perchè eravamo tutti in ansia -, dopo tutto questo diluvio di propositi, il ministro liquida con una frasetta insignificante il problema delle preferenze: «La gran parte delle forze politiche ha detto no».
E così sia.
Poche ore dopo la divulgazione della bozza Chiti, il centrosinistra ha espresso consenso pressochè unanime sulla proposta. Non è che accada spesso, che da quelle parti siano tutti d'accordo su qualcosa.
Sinora non c'è stata una voce, una sola, che si sia sollevata per dire che, forse, sarebbe il caso di tornare alle preferenze nominali.
Un altro punto che mette d'accordo tutti, ma proprio tutti, è quello del «no deciso al Referendum». È la prima volta a memoria d'uomo in cui il centrosinistra riesce a dire un no netto a qualcosa.
È singolare osservare come in un momento in cui esplodono violenti individualismi e distinguo all'interno delle coalizioni - ma anche dentro i singoli partiti- venga negata proprio la possibilità di scegliere effettivamente la persona da votare.
Come potrà decidere a chi dare fiducia l'elettore dell'incombente Partito democratico?
Il suo voto andrà alla senatrice Binetti, quella che ritiene gli omosessuali uno scherzo di natura, e pensa che Dio sia interessato a quante volte ci si frusta il sedere ogni settimana?
Oppure andrà a Rosi Bindi, cattolica sincera e convinta, ma capace di esprimere un laico dissenso nei confronti degli strali della CEI?
Oppure, ancora, andrà ad un funzionario ex Pci, Pds e Ds, che magari non è neanche battezzato?
Sono queste tutte opzioni ugualmente e pienamente legittime, se però chi vota è messo nella condizione di scegliere secondo la propria coscienza, e non secondo le graduatorie di bottega.
Ed invece «la gran parte delle forze politiche ha detto no».
Saranno quindi i manuali Cencelli ed i bilancini delle segreterie a compilare liste e graduatorie.
Che quel rompiscatole dell'elettore pensi a fare una crocetta bella nitida con la matita copiativa, il resto non è affar suo.
E pazienza se i nomi saranno sempre i soliti, se saranno gli stessi scritti nei registri degli indagati delle Procure, ed anche in molte sentenze di condanna definitiva.
Rimane soltanto una via di fuga.
Bisogna rompere il vetro, afferrare la maniglia e tirarla giù con forza.
Bisogna andare al referendum.
Perché, se mai c'è stato davvero bisogno di questo logoro ed abusato istituto, allora il momento è arrivato.

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