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sabato 31 marzo 2007

La rivolta degli sbandieratori in limba
Tutti bravi ad indignarsi
per una dignità che è già nella legge

di Cristina Lavinio

Molti dei parlamentari sardi (tra cui, tanto per non far nomi, Emanuele Sanna, Luigi Cogodi o Giorgio Oppi), si sono opposti a una piccola modifica della Costituzione finalizzata al riconoscimento esplicito dell'italiano come lingua ufficiale della nostra Repubblica.

Nelle Costituzioni di molti paesi la lingua ufficiale è indicata in modo chiaro. Dalle nostre parti, gli estensori del testo costituzionale si erano semplicemente dimenticati di dire qualcosa al riguardo, condizionati probabilmente dalla sua estrema ovvietà. Ora ci si è accorti della stranezza della cosa e si vorrebbe rimediare, modificando in tal senso l'art. 12 della Costituzione (quello che si limita a descrivere la bandiera della Repubblica).

La Camera ha dunque votato a favore, ma molti dei nostri parlamentari si sono opposti, ripeto: il riconoscimento esplicito dell'italiano come lingua ufficiale della Repubblica sarebbe lesivo della nostrana limba (inventata in quanto limba, come ben sappiamo, almeno in area campidanese, dove continuiamo a dire tutti lingua); e sarebbe lesivo dei diritti di tutte le lingue di minoranza riconosciute dalla legge nazionale 482 del 15 dicembre 1999 (“Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”).

Si sono accorti, i nostri oltranzisti difensori della limba, che proprio la legge 482, all'articolo 1, esordisce (comma 1) con questa dichiarazione lapidaria: «La lingua ufficiale della Repubblica é l'italiano»? Ciò prima di proseguire con il comma 2 del medesimo articolo: «La Repubblica, che valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana, promuove altresí la valorizzazione delle lingue e delle culture tutelate dalla presente legge».

E si sono accorti che più volte, nella medesima 482, si ribadisce che «Qualora gli atti destinati ad uso pubblico siano redatti nelle due lingue, producono effetti giuridici solo gli atti e le deliberazioni redatti in lingua italiana» (comma 4 dell'art. 7)? Subito dopo, infatti, l'art. 8 ricorda che i Comuni possono provvedere a pubblicare nella lingua ammessa a tutela atti ufficiali vari, ma «fermo restando il valore legale esclusivo degli atti nel testo redatto in lingua italiana».

Più chiari di così, proprio nella legge sulle minoranze che sarebbe tradita da un'introduzione nella Costituzione del medesimo principio… Viene da dire: informiamoci meglio, almeno, prima di procedere a dichiarazioni ingenuamente paradossali da sbandieratori di limba.

E, magari, impariamo che, anche per parlare di cose linguistiche, bisognerebbe attrezzarsi adeguatamente. Esistono discipline che si chiamano linguistica, sociolinguistica ecc., che spiegano, più e meglio delle leggi, come il plurilinguismo sia ovunque e come i rapporti e le dinamiche tra le lingue diverse esistenti su un territorio vadano conosciuti e analizzati, prima di procedere a scelte di “politica linguistica” che possono rivelarsi scivolose e controproducenti.

Esistono dati di inchieste sociolinguistiche realizzate recentemente in Sardegna che aspettano ancora di essere resi pubblici e analizzati. Mi riferisco all'indagine promossa dalla stessa Commissione regionale per la lingua sarda, di cui ancora nessuno parla. E mi riferisco ai dati di una importante ricerca organizzata dall'IRRE (Istituto Regionale per la Ricerca Educativa), raccolti in un ampio campione di scuole sarde (dalle elementari alle superiori), che saranno invece presentati in un convegno che si svolgerà a Cagliari (al liceo Siotto) il 20 e 21 aprile.

Riflettere su tutto ciò sarebbe importante, prima di buttarsi a testa bassa a inventare corsi di limba (magari comuna...), prima di aprire uffici o sportelli po sa limba ecc. ecc. Finiti e sprecati i molti finanziamenti a disposizione, che ne sarà veramente dei destini di quelle varietà linguistiche sarde che si vorrebbero/dovrebbero tutelare?


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