
martedì 27 marzo 2007
Interventi.
di Paolo Pani
È un percorso difficile quello del Partito democratico, su tutti i fronti. Cerchiamo d'interpretare le ragioni delle difficoltà. Innanzi tutto sul fronte dei suoi sostenitori. È evidente che nasce nelle forme di un sincretismo politicamente debole, un disorganico collage della nomenklatura dei partiti che lo sostengono, i DS e la Margherita. Il programma politico è il risultato banale di quel sincretismo, elaborato quasi esclusivamente per non nuocere, ma in realtà, al contrario, esclude. Analogamente, è presentato come un tentativo di semplificazione politica, il bipolarismo, ma è causa d'ulteriori frammentazioni, ciascuna attestata sulle proprie rigide posizioni. In questi termini, viene meno il carattere discorsivo della politica, strumento decisivo di una democrazia compiuta.
A questo proposito, è forse necessario aprire una breve parentesi sulle origini e la natura dei due partiti, DS e Margherita. I DS provengono da un PCI originariamente fondato su rigide basi ideologiche e di classe. Il partito n'è un prodotto, continuamente oscillante, nel tempo, fra un suo approfondimento ideologico d'apertura e la sua pesante organizzazione burocratica fortemente radicata nel territorio, a base popolare. Un continuo confronto-scontro fra i suoi intellettuali e la nomenklatura dei burocrati, che ne hanno bloccato in parte una sua crescita sul piano della democrazia e di una cultura politica di pragmatismo.
L'uscita del PCI dai rigidi canoni marxiani è stato un evento lacerante, obbiettivamente in ritardo rispetto ai tempi, nei militanti ed allo stesso interno dell'organizzazione del partito. Si è inoltre fortemente indebolita la sua base per una gran frammentazione sociale e per un rimescolamento dello stesso concetto di “classe”.
Si può aggiungere, ancora, che la CGIL, il sindacato contiguo al PCI (la sua cinghia di trasmissione con il mondo del lavoro), si è attestata su basi con caratteri di forte conservazione, certamente non favorendo un percorso di rinnovamento, di revisione ideologica e di una politica riformatrice.
Sull'altro fronte dei sostenitori del Partito democratico, la Margherita ha le sue origini nella DC. È nata dal Partito popolare di Sturzo con una sua chiara identità antifascista. È stato, originariamente, con De Gasperi, un Partito cattolico ma rigorosamente laico, liberale sul piano dell'economia. Successivamente ha oscillato continuamente fra un'indebolita laicità delle origini ed un suo forte carattere confessionale, di stretta osservanza nei confronti della Chiesa italiana, a livello popolare, e del Vaticano, centralmente, per la sua rigida impostazione ideologica.
È stata deriva dal rigore della politica e dell'economia. Il cattolicesimo “politico” è quindi tradotto in mediocre assistenzialismo, soprattutto nel Sud. È stata clientela politica. Questo è, oggi, soprattutto, il territorio delle diaspore democristiane, di Casini e Mastella sul piano politico e sociale, di Buttiglione su quello confessionale, di stretta osservanza clericale.
La Margherita rimane al guado fra Partito democratico e le vecchie nostalgie democristiane, se non altro che per competizione elettorale con Casini e Mastella. È sul piano esclusivo della competizione elettorale che è forse schierato il presidente della Margherita, Rutelli, che, per la sua storia politica, non è certamente il riferimento dell'eredità democristiana, in un processo di continuità.
In altri termini, per la Margherita così come per i DS, i giochi del Partito democratico si fanno ancora sul piano delle nomenklature, per opportunismo e convenienza, di una politica debole sul piano progettuale non necessariamente ideologico.
Il radicamento popolare dei DS e della Margherita è ancora consistente, attorno al 30 per cento, ma è continuamente eroso dalla demagogia populista della CdL. Il Partito democratico dovrà tenerne necessariamente conto nell'elaborazione delle sue linee politiche.
Vediamo adesso il fronte degli oppositori del Partito democratico, Fabio Mussi e Gavino Angius. Mussi vorrebbe rappresentare l'intellettualità della sinistra tradizionale, dal PCI ai DS, e raccogliere insieme le eredità della cosiddetta “società civile” (dei girotondi e dei movimenti), ma evidentemente con l'esclusione dei movimenti più radicali. Rimangono ancora poco chiari e non definiti i suoi rapporti con i comunisti di Rifondazione e dei Comunisti italiani.
In ogni caso, il tentativo sarebbe di compattare la Sinistra, ma insieme, negando il carattere (popolare) di sinistra ai DS dispersi e diluiti nel Partito democratico. La sua patente di intellettualità è legittimata dai suoi vecchi compagni di strada e dal suo incarico di Governo, di ministro dell'Università e della Ricerca. È, tuttavia, anatra zoppa. È possibile che trovi un suo radicamento nella società civile degli intellettuali delusi, più difficile invece un suo spazio in un radicamento popolare, di quanto rimane nei DS. In termini di ragionevolezza è facile prevedere la formazione di un ulteriore frammento politico nella frammentazione della sinistra.
Gavino Angius è, invece, consumato uomo d'apparato, berlingueriano, di rigida ed antica osservanza, ma forse rimasto ai margini dei processi di trasformazione PCI-PDS-DS, in pratica uno dei frammenti seguiti all'implosione del vecchio PCI. In altri termini, la mozione Angius è un'uscita a destra di Fassino, mentre quella di Mussi a sinistra, almeno per quanto valgono attualmente questi schematismi destra-sinitra. Una possibile associazione, Mussi-Angius, sarebbe forzosa, di convenienza e d'opportunismo politico, nel gioco delle possibili future alleanze.
Dovrebbe apparire evidente, almeno nei termini di quanto si è finora scritto, che il Partito democratico nasce all'interno di gruppi, dei partiti e delle loro nomenklature, con scarsa aderenza alla pratica politica del Governo del Paese, ma sembrerebbe invece più vicino alla “politica politicante”, d'interramento e di chiusura, al proprio interno. È assente un'analisi sui profondi cambiamenti della società italiana, dei passaggi inaspettati di larghi strati popolari nelle file del centro-destra e delle ragioni di questo processo.
È sintomatico, inoltre, che nei dibattiti sul Partito democratico si parli poco dell'Europa, se non per richiamare le difficoltà ad indicare la sua giusta posizione nei raggruppamenti dei partiti europei.
Per concludere, sia permessa a questo punto una metafora biologica, almeno per la deformazione professionale di chi scrive: la nascita di un nuovo organismo. Esso nasce dalle eredità parentali, il DNA dei propri genitori. Il nuovo organismo, tuttavia, non nasce come la sommatoria di quei DNA parentali, ma è diversità nella sua irripetibile unicità.
Il Partito democratico dovrebbe essere il nuovo organismo politico. Se ne vorrebbero determinare preventivamente tutti i caratteri e, sempre per rimanere nella metafora biologica, secondo i criteri dell'eugenetica e di una sua improbabile ingegneria. In un nuovo partito sono sempre impliciti i dubbi e le paure, per alcuni un mostro politico, per altri un soggetto politico compatibile con la società italiana. Siamo al guado, in attesa.
Per superare la “politica politicante” è forse necessario rifarsi ad un embrione di Partito democratico. Per molti apparirebbe come paradosso per le sue evidenti contraddizioni e difficoltà: il Governo Prodi. Le eredità del Partito democratico sono già codificate in quel Governo, nella pratica politica oltre le improbabili e rigide costruzioni ingegneristiche. A molti la richiesta di una capacità d'intendere, oltre i frammenti.

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