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domenica 4 marzo 2007

I finti diritti delle coppie omosessuali
nella legge che la Chiesa non vuole

di Matteo Bordiga

Una lotta disperata per vedersi riconosciuto il diritto di amare. Fra i silenzi, le reticenze e l'ipocrisia strisciante di un Paese pervicacemente avvinghiato ai vecchi retaggi culturali, e per questo «immobile e incapace di guardare oltre il proprio naso».

Il referente nazionale per le culture delle differenze del Prc Saverio Aversa, intervenuto ieri a Cagliari nel corso dell'assemblea “Dal Vaticano alla suscettibilità del Parlamento” organizzata dalla Carovana sarda della pace, ha testimoniato la situazione di «fortissimo disagio» nella quale si trovano «ancora oggi, nel 2007, gli omosessuali italiani. Le coppie gay e lesbiche che desiderano dividere la propria esistenza sotto un unico tetto devono godere degli stessi diritti e doveri riconosciuti alle coppie eterosessuali. Sfortunatamente, viviamo in un Paese nel quale continuano a esistere cittadini di serie A e di serie B», ha sottolineato Aversa, «ce lo ricorda la prima riga dell'articolo 1 del disegno di legge sui Dico: nell'indicare i soggetti interessati dal provvedimento, parla di “due persone maggiorenni e capaci, anche dello stesso sesso e unite da reciproci vincoli affettivi”. Ecco, quell'anche è messo lì apposta per ricordarci che gli omosessuali sono “diversi”, marginali, e che in Italia l'omofobia continua a guidare le azioni e le iniziative delle forze politiche, siano esse conservatrici o “progressiste”».

«Gli omosessuali hanno dovuto lottare per decine di anni», ha proseguito Aversa, «per ottenere un disegno di legge che riconosce loro solo il minimo sindacale: come ha detto recentemente l'Arcigay, con il testo dei Dico “la montagna ha partorito il topolino”. Troppi punti della legge suscitano perplessità: basti pensare che, per maturare il diritto all'eredità, alle coppie omosessuali occorreranno ben nove anni di convivenza. Sembra un testo scritto apposta per non urtare troppo gli irriducibili guardiani del matrimonio cosiddetto “tradizionale”».

Secondo il referente del Prc basterebbe seguire il modello della Spagna di Zapatero, «un premier capace di affrontare e risolvere alla radice la problematica dei diritti civili. Le Costituzioni democratiche stabiliscono che i cittadini sono tutti uguali, indipendentemente dal loro orientamento sessuale: Zapatero, per equiparare i diritti di eterosessuali e omosessuali, non ha certo riscritto la Costituzione spagnola, ma si è limitato a cambiare le leggi sostituendo la dicitura “marito e moglie” con il termine “coniugi”. Assicurando così a tutte le coppie la stessa tutela giuridica».

Tutto questo mentre in Italia l'omosessualità, più o meno sottilmente esecrata da politici e opinion-makers, continua a essere un tabù. «Da noi parlare di Dico crea apprensione, turbamento, direi soprattutto imbarazzo», osserva Aversa, «come se sui sentimenti degli omosessuali pendesse una sorta di condanna permanente. Come se i loro rapporti fossero considerati clandestini, risucchiati in una spirale di peccato e di perversione. La Chiesa, dal canto suo, pur non scagliandosi contro le coppie eterosessuali non sposate ha dichiarato guerra ai gay e alle lesbiche, quotidianamente bersagliati dagli strali del Pontefice».

Eppure, a preoccupare Aversa non sono tanto le prese di posizione intransigenti del Vaticano: «C'è piuttosto da temere le reverenza, tanto viscida quanto cocciuta, della classe politica, sempre pronta a compiacere il Papa. Tra i condizionamenti del Vaticano e il conservatorismo politico tipicamente italiano, temo che il pur deficitario testo sui Dico troverà grandi difficoltà a passare in Senato».

Sulle ingerenze passate e presenti della Chiesa si è soffermata anche Alessia Camedda, presidente del comitato provinciale dell'Arci, ricordando la decisione, già annunciata dalla Cei, di «presentare un documento vincolante per i parlamentari cattolici chiamati a votare il disegno di legge sui Dico. Siamo di fronte a una crociata omofobica senza precedenti. La verità, purtroppo, è che la sinistra italiana si trova alla mercé del Papa. In una situazione del genere, nella quale appare lontanissima perfino l'approvazione di un disegno di legge molto morbido come quello proposto da Rosy Bindi e Barbara Pollastrini, non oso immaginare quando si potrà cominciare a discutere di adozioni per le coppie omosessuali…»

Massimo Mele, presidente del movimento omosessuale sardo, ha spiegato le principali ragioni per le quali il testo sui Dico non incontra i favori delle coppie gay e lesbiche isolane: «Intanto, vengono riconosciuti esclusivamente dei diritti individuali e non riguardanti la coppia nel suo insieme. I conviventi, insomma, non vengono considerati alla stregua di famiglie: tanto per dirne una, poniamo il caso che uno dei due conviventi omosessuali abbia generato un figlio da un eventuale, precedente rapporto eterosessuale. Ebbene, alla sua morte il compagno o compagna non si vedrà riconosciuto alcun diritto su questo figlio, che rimarrà un perfetto estraneo».

«Ma fra le righe del disegno di legge c'è anche di peggio», sospira Mele, «a partire dai nove anni di convivenza necessari per ottenere il diritto all'eredità e dai tre che servono a ciascun convivente per subentrare nel contratto di affitto: un'assurdità». Per la reversibilità delle pensioni si parlava addirittura di quindici anni: «Ma poi tutto è stato rimandato alla prossima riforma previdenziale».

Il movimento omosessuale sardo ha lanciato una campagna per l'approvazione e istituzione dei registri comunali e regionali delle unioni di fatto: «Questo consentirebbe di equiparare i diritti delle coppie sposate a quelli delle coppie omosessuali», chiarisce Mele, precisando che «il secondo grande vantaggio sarebbe rappresentato dalla possibilità, per le coppie di fatto, di accumulare anni di convivenza certificata e dimostrabile in prospettiva dell'entrata in vigore della legge sui Dico, ipotizzabile per il 2008».


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