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domenica 18 febbraio 2007

Nell’epico Cristo di Foiso Fois
la doppia natura dell'Uomo
solo e gravato dei dolori del mondo

di Maria Grazia Scano Naitza

Si possono dire molte cose sul Crocifisso donato trent'anni fa da Foiso Fois alla parrocchia di San Pio X e oggi oggetto di un dibattito nato da motivazioni che hanno del surreale, ma è certamente evidente a tutti che nel dipinto l'artista non ha utilizzato accostamenti cromatici accattivanti, delicatezze tonali, atmosfere soffuse, morbidi passaggi chiaroscurali: in breve, non ha affidato il suo messaggio alla piacevolezza dell'immagine, né vi ha ricercato il bello “ideale”.

L'anatomia, resa attraverso un disegno compendiario, è rimarcata da contorni spessi che isolano la figura dallo sfondo e ne esaltano i volumi con straordinaria potenza, senza indulgenze descrittive, in una concentrazione drammatica quanto mai intensa.

Queste prime osservazioni su dati formali oggettivi non si traducono, com'è ovvio, in un giudizio negativo sull'opera, di cui, al contrario, desidero sottolineare la pregnanza e la grandezza di concezione; grandezza che non si riferisce tanto alle dimensioni monumentali, quanto alla capacità dell'artista di dominare le grandi superfici pittoriche con una modernità di linguaggio figurativo purtroppo insolita o assente nell'arte sacra contemporanea, che troppo indulge a raffigurazioni devozionali edulcorate e tanto carenti di nerbo quanto di idee.

In questa superba rappresentazione del Cristo, Foiso Fois si confronta con la lunga tradizione figurativa dell'Occidente cristiano, proponendone una interpretazione “epica”, emozionata, sapiente e quanto mai coinvolgente, da cui emerge la natura umana ma anche quella divina del Cristo.

Foiso ha profondamente meditato sulle immagini dipinte e soprattutto scolpite del Crocifisso doloroso, diffuse in Europa tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento dagli Ordini Mendicanti (Francescani e Domenicani), che ha una corrispondenza nella letteratura mistica femminile (Santa Margherita, Santa Brigida). In questo senso, il modello altissimo, il capolavoro cui Foiso ha guardato è il Cristo di Nicodemo della chiesa di San Francesco di Oristano, a mio avviso dello stesso autore di quello della cappella della Pura in Santa Maria Novella a Firenze, venerato dalla beata Villani, morta nel 1361, e dunque antecedente a questa data.

Nemmeno questi due simulacri sono “piacevoli” o rassicuranti, martoriati come sono i loro corpi dalle ferite da cui sgorgano aggrumati rivoli sanguigni, mentre la diffusa trasudazione ematica, la tensione dei tendini e delle dita contratte dicono le sofferenze della lunga agonia del Cristo-Uomo: sono, però, un forte memento del sublime sacrificio patito per riscattare i peccati del mondo.

Non sempre il popolo dei fedeli ha mostrato di aver vene e polsi capaci di reggere alla rappresentazione di un Cristo così implacabilmente sofferente e dolorosamente umano nella morte. Spesso anzi, le stesse gerarchie ecclesiastiche ne hanno voluto la rimozione dall'onore degli altari, così che la maggior parte di essi sono andati perduti, con le importanti eccezioni di quelli considerati miracolosi, venerati alla stregua di sacre reliquie.

La tendenza idealizzante si impone poi nel Rinascimento italiano, non senza importanti eccezioni (il Crocifisso di Santa Croce a Firenze, per il quale Donatello fu criticato per aver messo in croce un contadino, il Cristo deposto, “in scurto”, di Mantegna alla Pinacoteca di Brera, etc.), con una svolta nell'iconografia dopo la conclusione del Concilio di Trento che porta al prevalere dal Seicento in poi del Cristo trionfante sulla morte.

Il Crocifisso di Foiso Fois, a mio avviso, in parte raccoglie anche questa tradizione iconografica. La figura, tutt'altro che emaciata, ha la robustezza plastica propria di un uomo nel pieno vigore degli anni, come sono i Crocifissi di età barocca, eredi della tradizione classica. Ma il volto deformato, il corpo contratto del Cristo di San Pio X, in forte scorcio, non è certo rispondente all'ideale classico del nudo virile, alla bellezza apollinea.

L'arte contemporanea (valgano per tutti gli esempi del Cristo giallo di Gauguin, alla Galleria d'arte Albright-Knox di Buffalo, e la serie del “Miserere” di Rouault, stampata nel 1948), per altro, non mira all'idealizzazione delle forme, ma obbedisce a criteri soggettivi di bellezza, tutti interni alla ricerca sul linguaggio dell'arte, che alla pari della società si trasforma continuamente.

In una potente sintesi, Foiso si concentra sulla sublime, cosmica sofferenza del Dio-Uomo, che libera dalla croce, di cui restano le simboliche tracce nella posa a braccia aperte, nelle ginocchia flesse e nel chiodo che ancora trafigge uno dei piedi. Mancano gli elementi descrittivi e i dolenti (la Madonna e le pie donne, il prediletto Giovanni, i pietosi Nicodemo e Giuseppe di Arimatea), tradizionalmente presenti nelle crocifissioni dipinte.

Il Cristo, lasciato solo, sembra già ascendere al cielo, gravato dei dolori del mondo. Sotto di lui, invece del Monte Calvario, il mare, reso con pennellate dense che escludono ogni trasparenza, ogni piacevolezza, sembra montare, gonfiarsi, ribollire. Forse un mare cristallino, un cielo liquido, di tonalità delicate sarebbe stato meno inquietante, un Cristo apollineo, dall'anatomia perfetta, dal languido volto appena sfiorato dalla sofferenza e trionfante sulla morte, sarebbe stato più rassicurante.

Il Cristo di Foiso, come ho già detto, non rassicura affatto, né rassicura quel mare, simbolo biblico di instabilità e di insidia, come se, in una intuizione di quelle che spesso hanno i grandi artisti, o gli scienziati, o gli intellettuali di valore, Foiso anticipasse le preoccupazioni attuali sulla stessa sopravvivenza dell'uomo nel pianeta.


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