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martedì 13 febbraio 2007

Interventi.

Non solo conservatori e nostalgici
sono scettici di fronte al Partito Democratico

di Gianluca Scroccu

Ho avuto modo di stimare in varie occasioni la pazienza e l'attenzione con le quali Franco Mannoni è solito ascoltare le opinioni dei suoi compagni di partito. Mi sembra, però, di aver intravisto, nella sua risposta all'intervento di Carlo Dore jr. pubblicato su questo giornale, un tono eccessivamente liquidatorio, che mi pare si collochi in quel filone di pensiero per il quale chi si oppone al Partito Democratico sarebbe un semplice nostalgico del PCI e un conservatore (ma allora come mai Valdo Spini o il vecchio socialista Giovanni Pieraccini avrebbero dato il sostegno alla mozione Mussi?).

Ritengo che questa sia un'immagine caricaturale, difficile da rivolgere, peraltro, a chi, come per esempio il sottoscritto, nato nel 1977, ha sempre ritenuto che nel 1989 si doveva affrontare più in profondità la questione del recupero e della saldatura della frattura del gennaio del 1921 e con essa quella altalenante rete di rapporti tra cultura socialista e comunista tipica della storia del Novecento italiano. Non ho mai avuto problemi a riconoscere il grande significato storico della vicenda del socialismo italiano; ritengo di avere, quindi, tutto il diritto di pretendere che il mio paese continui ad avere una formazione profondamente radicata nell'esperienza, passata e presente, del socialismo europeo.

Da qui nasce la mia opposizione al Partito Democratico. Un progetto che, come ho sentito dire spesso, nasce da una scommessa. Gli aderenti a questo nuovo partito si chiameranno democratici. Oggi, io, Franco Mannoni e Carlo Dore jr. siamo iscritti ad un partito che non casualmente si chiama dei “democratici di sinistra” (e ha nel suo simbolo il richiamo esplicito al socialismo europeo). Ma possiamo immaginare che svaniscano dal lessico politico italiano parole come sinistra e socialismo?

In Italia è da molto tempo che parliamo di crisi dei partiti. Ma non sarebbe meglio parlare anche di una crisi profonda della classe dirigente, specie a sinistra?

L'accelerazione sul Partito Democratico è avvenuta dopo le elezioni politiche di aprile, per quel 3% circa in più della lista dell'Ulivo alla Camera rispetto al voto al Senato di DS e Margherita. Ma siamo sicuri che un partito politico possa nascere per un valore aggiunto tutto sommato modesto e inoltre sempre uguale in termini numerici dalle europee del 2004? Non è forse vero, come ha dimostrato anche un acuto studioso dei processi politici italiani come Ilvo Diamanti (peraltro non contrario all'ipotesi PD) che la “voglia di Ulivo” sia solita scemare, specie su scala locale, quando non è presente il richiamo al “bisogna battere Berlusconi”?

Ma torniamo al voto di aprile: perché DS e Margherita non hanno sfondato? Non sarà anche colpa di chi ha diretto i due partiti in questi anni? Non è forse vero che in Europa, quando si perde o non si hanno risultati insoddisfacenti alle elezioni, chi ha esercitato funzioni di leadership si dimette e, pur continuando a fare politica, non ha più ruoli di primo piano? Un maligno potrebbe dire che qualcuno non vuole più il riferimento al socialismo europeo perché lì è prassi che i dirigenti sconfitti vadano a casa e tornino al loro lavoro (vedi i casi di Jospin, Schroeder o Persson)!

Per me è inutile parlare di un nuovo partito quando chi lo vuole con più insistenza è proprio quel gruppo dirigente che non è stato capace di elaborare una politica intelligente ma critica nei confronti del modello di globalizzazione antidemocratica impostosi durante quelli che un grande economista come Stiglitz ha definito «i ruggenti anni Novanta».

Si dice poi che il PD sia fortemente voluto dal popolo delle primarie. Si invocano, anche nella mozione Fassino, forme di democrazia partecipata. Ma siamo sicuri che i gruppi dirigenti, con le tare che ho evocato, siano pronti a fare politica discutendo di bilancio partecipato o seguendo il metodo dell'open space? Non mi risulta che in una delle direzioni federali o regionali dei DS sardi, quelle costituite da 3-400 persone, siano ipotesi praticabili! Così come mi pare perlomeno sospetta tutta questa voglia di democrazia partecipata.

Ho frequentato il dottorato a Firenze proprio nel periodo dei girotondi e del movimento dei professori. Paul Ginsborg, il teorico dei ceti medi riflessivi, era il coordinatore del mio dottorato: non mi ricordo, in tutta sincerità, grande attenzione da parte del mio partito verso questa esperienza; rammento invece fastidio, quando non derisione. Ecco perché mi sembra che il Partito Democratico corrisponda ad un progetto di partito che si muove solo in occasione delle campagne elettorali (per rimanere in sonno nel periodo di transizione tra un elezione e l'altra), e in cui l'elettore viene visto come un mero consumatore cui somministrare programmi e candidati secondo logiche pubblicitarie.

Sergio Chiamparino dice che nel futuro Partito Democratico potranno convivere tanto il tornitore che il grande banchiere. Ma chi avrà i soldi per portare avanti le sue idee? Chi potrà condizionare maggiormente i media? Chi potrà candidarsi alle primarie? E a proposito di quest'ultime: come mai, se il Partito Democratico sarà il regno della trasparenza e della “bella politica”, a più di un anno da quelle per Prodi e per il sindaco di Cagliari un cittadino non può trovare sui siti internet di DS e Margherita il rendiconto della cifra totale ricavata sulla base delle donazioni di quelle migliaia di cittadini che fecero pazientemente la fila?

Torniamo allora a parlare del futuro della sinistra, senza essere prigionieri delle formule imposte dalle logiche di certi editorialisti, e confrontiamoci sul merito delle riforme e su come scardinare questa distribuzione sempre più verticale del potere su scala locale e globale.


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