
mercoledì 31 gennaio 2007
Disperati, sfollati, rifugiati, malnutriti, orfani, sieropositivi. Sono i bambini nelle emergenze dimenticate del mondo. Lo scenario appena presentato nel “Rapporto sull'intervento umanitario dell'Unicef 2007” fa riflettere, e non basta una di quelle riflessioni di Natale, quando decidiamo a chi destinare la nostra beneficenza che ci fa sentire tutti più buoni e in spirito con il periodo. Secondo il rapporto, oggi, sono 33 le emergenze umanitarie nelle quali sono coinvolti bambini e donne. E sono necessari 635 milioni di dollari per poterle affrontare.
Il rapporto fornisce prima di tutto una panoramica sulle 33 aree di emergenza, presenta i problemi principali caratteristici di ogni zona, poi illustra per ciascuna e in maniera dettagliata i programmi d'intervento previsti dall'agenzia durante l'anno, nel quadro degli appelli delle Nazioni Unite. Il 1º novembre scorso i fondi per l'emergenza raccolti dall'Unicef, per far fronte a 53 emergenze, avevano raggiunto i 513 milioni di dollari. Tragedie da prima pagina si sono guadagnate l'attenzione dei media mondiali durante lo scorso anno, ma le cosiddette emergenze dimenticate messe in evidenza in quest'ultimo rapporto sono state finanziate soltanto per il 37%.
Tra le zone per le quali sono richiesti maggiori interventi nel 2007 c'è innanzi tutto il Sudan (si stima che un quinto delle risorse totali sarà destinato alla crisi nel paese): il conflitto e l'insicurezza in quell'area hanno distrutto le condizioni di vita di circa 4 milioni di persone, di cui 1,8 milioni di bambini. Poi ci sono il Corno d'Africa, tormentato da siccità cicliche, da alluvioni e dalla guerra nel 2006; l'Europa centro-orientale e meridionale e alcuni paesi della Comunità degli Stati Indipendenti (la situazione interna in Abkhazia e nell'Ossezia meridionale è caratterizzata da estrema fragilità, da un collasso del sistema sociale; la minaccia delle mine e degli ordigni inesplosi continua a colpire la Cecenia, con più di 3.000 civili uccisi o feriti dal 1995 a oggi).
E ancora, l'Asia meridionale, che registra il più alto numero di bambini che vivono in povertà assoluta, la più alta prevalenza di bambini sottopeso e i più alti tassi di mortalità infantile al mondo (in Myanmar vivono quasi 600.000 sfollati, costretti a lottare per i propri diritti, in una regione dove diversi paesi non hanno ancora ratificato la Convenzione sui Rifugiati); l'Asia orientale e e il Pacifico, ancora in fase di recupero dopo lo tsunami del 2004; il Medio Oriente e il Nord Africa, dominati dalla situazione in Iraq (ma anche il conflitto che ha devastato il Libano la scorsa estate ha avuto un impatto devastante per i più piccoli: un terzo delle 1.191 persone uccise durante il conflitto e dei 4.398 feriti erano bambini).
Nei Territori palestinesi occupati il conflitto in corso, il blocco delle risorse destinate all'Autorità palestinese e l'instabilità interna hanno portato un notevole aumento della povertà. Gli indicatori della condizione dell'infanzia sono peggiorati: il 10% dei bambini è cronicamente malnutrito, il 50% soffre di anemia e il 75% di carenza di vitamina A. L'escalation dei conflitti interni ed esterni ha prodotto violazioni dei diritti dell'infanzia senza precedenti. In Afghanistan la mortalità materna è tra la più alte al mondo e un bambino su 4 non arriva a 5 anni, a causa soprattutto di malattie prevenibili o facilmente curabili come diarrea, infezioni alle vie respiratorie, morbillo e malaria. Solo il 23% della popolazione ha accesso all'acqua potabile e solo il 12% ai servizi igienici.
La situazione non è migliore in America Latina. Il conflitto interno che si protrae ormai da anni in Colombia vede arruolati tra i 5.000 e i 6.000 bambini nei gruppi paramilitari. Ad Haiti i tassi di mortalità infantile sono i peggiori di tutta l'America, con un bambino su 5 che muore a causa di malattie prevenibili prima di compiere il quinto anno. Il tasso di diffusione dell'HIV è il più alto della regione. Soltanto a Port-au-Prince si trovano 2.500 bambini di strada e si stima che più della metà delle ragazze e delle donne che vivono in quell'area siano state vittime di stupri.
Come interviene l'Unicef? Con le risorse richieste - si legge nel rapporto - l'agenzia potrà continuare a lavorare per aumentare l'accesso all'istruzione, potrà fornire kit scolastici, curare i bambini che soffrono di grave e moderata malnutrizione, installare impianti per la fornitura di acqua potabile e servizi sanitari, vaccinare decine di milioni di bambini contro il morbillo e proteggerli dalla malaria, contribuire alla smobilitazione e al recupero dei bambini soldato.
Dal 2006 l'Unicef sta sperimentando un nuovo approccio nella gestione delle crisi umanitarie, il cosiddetto cluster approach, cioè la collaborazione con i governi, le comunità locali, le altre agenzie umanitarie e i donatori, al fine di assicurare una risposta più efficace alle emergenze. Le prime valutazioni sono positive: secondo le conclusioni presentate dal Comitato permanente interagenzie, il cluster approach si è rivelato capace di migliorare l'efficacia complessiva degli interventi umanitari.
È necessario concentrare gli sforzi sul potenziamento dei servizi sociali e contemporaneamente, favorire il cambiamento di politiche e comportamenti che impediscono che bambini e donne non siano più solo oggetto di aiuti e assistenza e ma veri attori per lo sviluppo dei loro paesi, così che questi rapporti e i relativi appelli non siano più necessari.
(red)

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