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mercoledì 24 gennaio 2007

Francesco Masala, poeta e cane sciolto
libero di mostrare i denti
al potente di turno e al dio petrolio

di Vito Biolchini

Per comodità, a Francesco Masala è stata a lungo appiccicata l'etichetta di intellettuale scomodo. In questo modo le sue posizioni (quasi sempre condivisibili, ogni tanto discutibili, e comunque mai prive di intelligenza) sono state spinte ai lati del dibattito politico e culturale, come a dire: «Masala è bravo ma un po' bizzarro, un uomo contro tutto e contro tutti, senza il senso della realtà. Le sue idee sono, appunto, solo le sue. Lasciamolo stare».

Forse è per questo che a lui più che ad altri è capitato di vedersi rovesciare, strumentalizzare, stravolgere posizioni coraggiose e innovative, capaci di diventare patrimonio comune. Anche lui ne aveva avuto consapevolezza, spingendosi a criticare ferocemente, ad esempio, i tanti poeti in lingua sarda, declassati al rango di “versificatori”. Perché sapeva bene che se la lingua sarda è in grado di poter dire tutto, non tutti i sardi sono in grado di poter usare la lingua sarda con sapienza e leggerezza. Di Masala, insomma, in giro non ce ne sono mai stati molti, anche se qualcuno, per tornaconto personale, andava in giro a dire il contrario.

una caricatura di Francesco Masala

Intemperante lo era di sicuro. Beffardo, provocatore. Sarcastico piuttosto che ironico. All'intervistatore diceva sempre «Se scrivi le cose che ti dico, l'articolo non uscirà mai». E spesso era vero. Perché l'interlocutore non era in grado di cogliere la portata politica di quelle accuse, la visione ampia, storica, nelle quali dovevano essere inserite, e tutto si appiattiva nell'invettiva al governante di turno. Masala si è sempre scagliato contro il potere, in tutte le sue forme e rappresentazioni. I ricchi da una parte, i poveri dall'altra; i potenti a comandare, gli umili ad ubbidire. “Quelli dalle labbra bianche”, pubblicato nel '68 da Feltrinelli, non per niente non piacque alla sinistra ufficiale: perché troppo poco “politico”, e invece era un capolavoro.

“Uomo contro” comunque lo è stato davvero. In anni in cui parlare di identità e nazione sarda comportava rischi veri, Masala non si è tirato indietro. Quando tutti cantavano le magnifiche sorti del Piano di Rinascita, Masala si scagliava contro l'industrializzazione forzata e il “dio petrolio”. Forse vagheggiava un'età dell'oro che non c'è mai stata: ma quando altri chiudevano gli occhi davanti al potere di Rovelli e della politica corrotta, Masala scriveva, denunciava, offendeva. Era un intellettuale, un cane sciolto fuori dal branco di “cani da piatto”, come li chiamava lui.

In un'isola malata di paura, Masala si prendeva il lusso della libertà e di dire sempre quello che pensava («Me lo posso permettere», spiegava al giovane cronista, «ho la pensione da insegnante. E tu, stai attento a quello che scrivi, non farlo questo articolo, corri il rischio di non farti assumere mai». E non si capiva se fosse il consiglio sincero di chi conosce gli ineluttabili compromessi che la vita ci chiede di fare, o l'invito a sfidare il potere dei giornali sardi, che detestava senza limite.

Quell'uomo così duro non sembra vero possa aver scritto poesie dolcissime e struggenti. Le aveva ripubblicate qualche anno fa Scheiwiller le sue “Poesias in duas limbas”. Piccole gemme che continuano a svelarci la segreta delicatezza di un uomo che usava l'invettiva come arma di difesa contro la malvagità del potere e l'ingiustizia della storia.

Insieme alla letteratura e alla poesia ci fu anche il teatro. Fu un connubio felice quello negli anni '70 con la Cooperativa Teatro di Sardegna, che portò prima all'adattamento di “Quelli dalle labbra bianche”, poi alla messa in scena di “Su connottu”. Uno spettacolo che ha segnato uno spartiacque nella nostra vicenda teatrale, la magica unione tra la penna di uno scrittore sensibile e un gruppo di attori giovani e impegnati.

Negli ultimi anni Francesco Masala non partecipava più a nessuna manifestazione. Disertò perfino la festa dei suoi 90 anni, lo scorso mese di settembre. Solo qualche intervista concessa nella sua casa alle pendici di Monte Urpinu, davanti ad un magnifico panorama del golfo. Gli avranno fatto compagnia la famiglia, i libri, i ricordi di una vita e di una guerra assurda che lui ha saputo raccontare meglio di tanti altri. Il campanaro di Arasolè oggi batte mestamente i rintocchi per lui, perché la gente non dimentichi. E come potremo dimenticarti, o Ciccitto?




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