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martedì 2 gennaio 2007

Napolitano, la politica urlata
e i giovani esclusi
per volere della gerontocrazia

di Giorgio Melis

Se non fosse stato eletto presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano sarebbe ancora senatore a vita. Uno di quegli inutili - anzi: sediziosi - vegliardi che i gentiluomini del Polo accolgono con cori da stadio, insultandoli ogni volta che votano (in maggioranza col Governo). Con un tocco di classe, li definiscono «le mummie», zombie, ladri di democrazia benché di lungo corso democratico e di sicura moralità.

Tra le mummie che la destra vorrebbe imbalsamare (o almeno imbavagliare) ci sono Carlo Azeglio Ciampi, Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro, assieme a Giulio Andreotti, Rita Levi Montalcini, Emilio Colombo e Sergio Pininifarina. Tre ex presidenti della Repubblica (ai quali si aggiungerà Napolitano, a Dio piacendo, come era accaduto prima a Sandro Pertini) che, come si diceva nell'aurea Roma prima dell'Impero, hanno ben meritato dalla Repubblica.

Non diremo di Ciampi, l'ultimo inquilino del Quirinale: ha riconciliato l'Italia col concetto desueto di Patria e con il tricolore; è stato il presidente più amato e anche stimato nel mondo per la sua eccellenza di bandiere nazionale. Ma è stato ugualmente svillaneggiato, insultato, fischiato dai berluscones mentre l'Europa scandalizzata e incredula gli tributava il massimo onore col premio Carlo Magno. Questa è l'Italia d'oggi, volgare e villana, fellona e puttana.

In quest'Italia da trivio, alle 21 di San Silvestro, Giorgio Napolitano ha dato via tv un'altra lezione a tutti ma in particolare alla clacque polista che lo avrebbe sommerso di contumelie se fosse rimasto senatore a vita: oggi gli tributa un qualche rispetto giusto perché è al Quirinale e ha dato tanti e tali prove di vero arbitro e garante della Repubblica, in pochi mesi di mandato, da sconsigliare di continuare a offenderlo come si fa con Ciampi, Cossiga, Scalfaro e altri.

Napolitano, come prima Ciampi nel suo magnificato settennato, è la prova provata che l'ex Bel Paese, benché immeritatamente, ha la buona sorte di trovare l'uomo giusto nel momento peggiore. Il caso o il destino lo fanno incespicare - nelle fasi più buie - in personaggi luminosi anche quando nessuno sospettava che lo fossero. Sarà che il ruolo fa l'uomo, ma fino a un certo punto. Ciampi e Napolitano erano uomini delle istituzioni che avevano onorato il loro ruolo in varie altissime funzioni. Ma pur non essendo padri della Patria - al massimo cugini e nipoti dei De Gasperi, Einaudi, Terracini, Togliatti, Nenni e Saragat - per ragioni anagrafiche, lo diventano e lo dimostrano appena ascendono il colle più alto d'Italia.

Questa nostra sbandata Repubblica ha un tocco di fortuna, quasi di benevolenza dall'alto, nella scelta del massimo rappresentante. Anche quando, come Napolitano - riformatore d'antan, socialdemocratico del vecchio Pci, rispettato interlocutore degli Usa nella guerra fredda, garante come presidente della Camera e ministro dell'interno - ha avuto il singolare privilegio d'essere eletto mentre il leader di mezza Italia - Berlusconi - disertava il voto per negargli il suo.

Un'ingenerosità che era e si dimostra la massima onorificenza per il Presidente. Domenica, nel discorso agli italiani, Napolitano ha mostrato di meritarsela tutta riprendendo e rilanciando l'appello che per sette anni Ciampi non si era stancato di rivolgere al Paese. Basta guerre di posizione. Basta barricate e insulti. Basta logomachie che dividono il Paese e gli fanno male, lo feriscono e lo indeboliscono. Nessuno vuole inciuci, false unanimità, sospensione della dialettica fisiologica. Ma basta con le sceneggiate astiose e spesso fasulle: si recuperino quei valori condivisi che il comun sentire indica come bene generale e che viene strumentalmente, cinicamente calpestato per ragioni sempre più invereconde.

Naturalmente l'appello di Napolitano ha ottime possibilità di cadere nel nulla come i precedenti, accorati, lanciati da Ciampi. È dal tempo del grande liberale Luigi Einaudi che i presidenti lanciano prediche inutili in una deriva distruttiva per l'Italia. Anche perché gli italiani, tutti da fare mentre cercano di disfarsi, non si ribellano a una politica distruttiva.

Nell'appello di Napolitano c'è stato un richiamo sottolineato con forza. Le barricate polemiche allontanano non dai partiti ma dalla politica tout court, e dalla partecipazione alla vita pubblica, i cittadini: soprattutto i giovani. Va opposto un sommesso dissenso. Le grida strumentali che distolgono i cittadini e specie i giovani dalla politica e dalla vita pubblica non sono l'effetto di una cattiva abitudine. Sono lo strumento lucidamente premeditato per tener lontani, fino al disgusto, i cittadini e specie i giovani dalla partecipazione. Per impedire ogni ricambio generazionale in un paese di gerontocrazia militante, cinica e irriducibile. Per mantenere al potere le nomenklature trasversali, indecise e a tutto fuorché alla loro auto-perpetuazione. Per far sì che nulla cambi perché tutto rimanga com'è.

Ormai è dimostrato che in un Paese dove si definiscono giovani gli ultracinquantenni, il ricambio generazionale è bloccato o consentito solo a quelli che un tempo si sarebbero detti esponenti della terzà età. Vispi ultrasessantenni che con cinismo pari all'egoismo irresponsabile privano l'Italia di forze, vigore, entusiasmo capaci di rilanciare un Paese decrepito che umilia i giovani e si priva del loro slancio irrinunciabile, della loro forza propulsiva.

C'è una dominante vecchiaia anagrafica, di potere, nelle università, nei luoghi della cultura e soprattutto della politica, che è il massimo concentrato di questo conservatorismo distruttivo. Purtroppo va aggiunto che i giovani, sterilizzati e umiliati nelle loro legittime aspirazioni essenziali al Paese, conoscono una rassegnazione e una passività indotte dal distacco premeditato dal disprezzo della politica sporca: funzionali alla peggior politica. Non hanno potere contrattuale, sono ridotti a sans papier sociali privi di vera cittadinanza, hanno smarrito anche l'ardire della contestazione e della rivolta contro uno status da subalterni: forever sudditi e servi.

È cosa buona e giusta che il nonno Napolitano li inciti a un impegno politico per riconquistare cittadinanza e ruolo. Temiamo che resti un'altra predica inutile in una passività senza riscatto e senza rabbia, afflosciata nei ludi consumistici ormai diventati impraticabili per neo-pauperismo imbelle.

La libertà non te là dà il padrone di turno ma è quella che ti prendi tagliandogli la testa. Metaforicamente parlando, in modo incruento, s'intende: un tempo accadeva appunto con la rivoluzione altrimenti detta democrazia. Perché abbiamo imparato da decenni che le rivoluzioni non sono levatrici di storia e di magnifiche sorti e progressive ma solo di reazioni regressive. Come la passività attuale che condanna i giovani di mezzo mondo, ma soprattutto in Italia, a subire un'umiliazione generazionale, una subalternità sociale, l'annichilimento democratico.

Napolitano e tutti gli omologhi dovrebbero gridarlo a ogni angolo d'Italia e anche nella Sardegna di Renato Soru: sarebbero i rivoluzionari che la società richiede più del pane per sfuggire all'inedia democratica.



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