
giovedì 28 dicembre 2006
di Alberto Desogus, medico oncologo
Ogni giorno molti pazienti rifiutano le proposte di terapie avanzate dai medici.
Chi opera negli ospedali o comunque a contatto con le persone che soffrono, che temono per la salute propria o dei loro cari, sa bene che le cure proposte spesso possono essere rifiutate.
Chi opera negli ospedali sa bene che ci sono non poche persone che rifiutano l'asportazione di una parte del loro corpo (per esempio a causa di un tumore) anche se sanno che ciò provocherà la loro morte. L'idea di proseguire la vita con una amputazione importante non è compatibile per loro con il personale concetto di dignità di vita.
Chi opera negli ospedali sa bene che molte persone rifiutano di iniziare o di proseguire la chemioterapia antitumorale, rinunciando alla possibilità di vivere più a lungo o addirittura di guarire da tumori. La decisione di sottrarsi a terapie specifiche non significa che il paziente sarà abbandonato ai suoi sintomi, primo fra tutti i dolore.
Chi opera negli ospedali sa bene che i testimoni di Geova rifiutano le trasfusioni di sangue anche se ciò può provocare la loro morte; la legge riconosce loro il diritto al rifiuto.
Chi lavora negli ospedali sa bene che spesso, per le più varie ragioni, i pazienti rifiutano esami diagnostici utili per le terapie.
Chi opera negli ospedali sa bene quanta fatica talvolta sia necessaria per spiegare ai pazienti che accettare alcune terapie, pur gravate da effetti collaterali sgradevoli, darebbe loro la possibilità di vivere più a lungo.
Evidentemente la scala di valori valida per alcuni non è la stessa per tutti.
Ebbene, questa diversità di scala di valori è tutelata dalle nostre leggi. A chiunque è concesso di rifiutare l'inizio o la prosecuzione delle terapie, a patto che sia informato delle conseguenze del suo gesto.
In queste circostanze il medico curante non può somministrare una terapia non condivisa dal paziente; in caso contrario il medico è perseguibile per legge. Il medico continuerà ad assistere il paziente cercando di lenire i sintomi.
Qualche mese fa i giornali hanno riportato la notizia che una donna con gangrena aveva rifiutato l'amputazione che avrebbe potuto salvarle la vita: riteneva impossibile la vita con l'amputazione proposta. È morta e nessuno si è sognato di chiedere l'incriminazione dei medici per omicidio.
La stampa ha dato ampio rilievo al caso di un chirurgo che ha proceduto alla asportazione di un tumore intestinale nonostante la paziente avesse espressamente negato l'autorizzazione a quel tipo di intervento: è stato incriminato e condannato quando la paziente è morta per le conseguenze dell'intervento.
Questa è l'esperienza di chi vive tutti i giorni a contatto con i pazienti, applica la legge vigente e cerca di applicare valori di etica e di pietas (non necessariamente confessionali).
Chi opera negli ospedali si chiede perché tutto questo clangore mediatico, impietoso, sul caso Welby.
Sorge il sospetto che tanta gente parli per sentito dire.
Ovviamente tutti hanno il diritto di esprimere la loro opinione su temi così importanti e fondamentali, ma viene alla mente il famoso detto: un conto è parlare di morte, altro è morire.
Si ha l'impressione che troppa gente parli con sufficienza e superficialità pontificando sulle sofferenze, degli altri.
Altri sentenziano e puntano il loro dito indice su problemi terribili, degli altri.
Ricorda un po' il gran parlare di dame ingioiellate in certe conferenze sulla fame nel mondo, degli altri.
Le nostre leggi non permettono terapie coatte se non in casi eccezionali e ben codificati; solo nelle dittature si applicano terapie coatte.
C'è da rimanere desolati davanti al triste spettacolo offertoci in questi giorni; troppi hanno cercato di sentenziare su un fatto che tutti i giorni si verifica nelle corsie, in piena legalità.
Tirare in ballo l'eutanasia è mistificatorio. Non si può confondere il dovere di un medico di non praticare terapie non volute dal paziente (stabilito dalla legge) con l'intervento attivo di dare morte.
La differenza è notevole tra non somministrare cure che permetterebbero la prosecuzione di una vita legata a delle macchine, rispetto a chi interrompe a una vita sia pure difficoltosa ma altrimenti autonoma.
Può succedere che il confine tra le situazioni sia talvolta molto sottile ed è necessario molto equilibrio per una corretta gestione in quelle circostanze; certamente non aiuta una visione manichea del problema.
Non è infrequente che la buona morte sia invocata da chi pensa più alla propria sofferenza nel vedere un proprio caro malato e spera che ciò finisca al più presto.
Sino a qualche tempo fa era abbastanza diffuso il concetto della valenza catartica della sofferenza. Nel pieno rispetto di chi vuole considerare tale la propria, oggi la farmacologia, le nuove metodiche e una maggiore attenzione da parte dei medici permettono di attenuare o annullare il dolore fisico, tanto da rendere quasi inutile parlare della buona morte che lo interrompa.
Quello che non è attenuabile né accettabile è il dolore psichico e morale che spesso deriva dal fatto che alcuni, non buoni samaritani, vogliano decidere sulla vita e le sofferenze di altri per ragioni non sempre rivolte all'interesse dei pazienti.
Il dottor Alberto Desogus è delegato regionale e componente del direttivo nazionale del Collegio Italiano Primari Oncologi Medici Ospedalieri.
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