

mercoledì 27 dicembre 2006
Interventi.
di Paolo Pani,
docente universitario
Centrismo e moderazione. È il nuovo partito di Casini. Lo dice ripetutamente, da Bruno Vespa e ad "8 ½", alle trasmissioni d'intrattenimento. Dice di essere all'opposizione, ma contro la Casa della libertà, di essere per Berlusconi, ma contro Berlusconi. Individua i suoi alleati a destra come a sinistra purché siano moderati, ma non li nomina. Per moderata riservatezza? Forse. È cattolico, ma, ci tiene a dirlo, è divorziato. Ha molti amici omosessuali, ma con riserva. Lo dice con toni bassi.
È il ventre molle della moderazione: tutto e il contrario di tutto. Almeno questo è quanto capisce un'opinione pubblica almeno perplessa. Sorge una curiosità. Che cosa sarà mai questa moderazione? Non ha le qualità di una categoria politica ben definita, ma piuttosto ha il carattere di uno stato d'animo. Il moderato è "convinto" della sua moderazione, ma difficilmente esprime una sua ferma convinzione per un progetto politico, che sia tale non solo nominalmente, ma anche di fatto.
Si potrebbe chiosare: la moderazione, malattia infantile della non-politica. Forse, però, non è così, almeno se valutiamo le "azioni politiche" del nostro Udc regionale. Le premesse sono quelle di Casini nazionale. La propria appartenenza è detta sottovoce, con moderazione, ma lasciando aperti gli spazi a possibili future alleanze. Al momento curano, però, con ostinata determinazione il proprio orticello, le clientele d'antica marca meridionale. Che sia quello il progetto politico? Forse, ma sono ammessi il beneficio del dubbio ed il diritto di replica, democraticamente.
Per alcuni i problemi non sono, però, Casini o il nostro Giorgio Oppi. È la loro araba fenice della moderazione, che per alcuni potrebbe risultare allettante, per altri preoccupante. Il colore della moderazione è il grigio, non disturba né allarma, lascia le cose come stanno, è nebbia fitta. Il vento della moderazione potrebbe riportarci al punto da dove siamo partiti.
È ragionevole una domanda. A che punto siamo? Su un versante, la Casa della libertà ha dichiarato, senza incertezze, la sua appartenenza alla Destra, senza trattini e senza centri. Lo ha sancito in modo inequivocabile il gran raduno popolare di piazza San Giovanni. Il suo capo incontrastato è Silvio Berlusconi. Fini è azzerato e si accoda, temporaneamente, con la corte berlusconiana - Schifani, Bondi, Bonaiuti, La Loggia - in riconoscente attesa; apparentemente è stato superato a Destra dallo stesso Berlusconi.
Il loro comportamento non è da toni moderati. La Destra, per sua cultura, non può esserlo. I richiami internazionali sono Reagan, Thachter, i due Bush. Nei termini italiani rimangono, però, le nostalgie politiche, quelle antiche di Alleanza nazionale e quelle degli opportunistici compromessi, ma questi sono in conto di Casini. Le nostalgie antiche sono state risvegliate dalla vecchia ideologia delle corporazioni, per altro in palese contrasto con le stesse politiche di neoliberismo della Destra economica.
I malumori italiani sono opportunamente sollecitati e continuamente richiamati dalla Destra berlusconiana, sono nelle rivendicazioni illiberali delle categorie-corporazione, dalle professioni liberali agli imprenditori, agli artigiani, ai commercianti, ai pubblici dipendenti, alla scuola e all'università, agli stessi operai fino alle forze della polizia, ai vigili del fuoco ed ai carabinieri. Benzina sul fuoco. Vi è quindi la riserva della Lega, un vuoto a perdere.
Sul fronte del Governo di Prodi appare evidente il richiamo a comportamenti poco italiani: il rigore ed il rispetto delle regole, il difficile tentativo d'adeguamento in una situazione europea ed internazionale. È lo stesso spirito di rigore e del sacrificio degli italiani del primo Governo Prodi, dell'euro e dell'entrata dell'Italia in Europa, del tutto legittimamente ed a pieno titolo.
Questa tendenza è espressa nella finanziaria 2007, ma gli italiani, nella generalità, ne hanno visto solamente gli aspetti di burocrazia contabile ed amministrativa. Questa interpretazione origina forse dal rapporto di molti con l'economia, un contenitore approssimato dove è possibile tutto. Per la sinistra estrema è l'incapacità ad interpretare, oltre gli schemi marxiani, l'economia oramai definita da loro nei termini di demagogia populista e sindacalese. In generale è anche l'incapacità di interpretare la "ricchezza" come "bene collettivo", strumento necessario per la crescita, qualsiasi crescita, ma anche per una sconfitta delle sopraffazioni individuali della stessa ricchezza contro le povertà e le emarginazioni, e per una ridistribuzione sociale della ricchezza.
In altri termini i motivi dell'economia sono, nell'attuale Governo, preliminari, di preparazione per affrontare motivi più peculiarmente di politica sociale e riformatrice. È un passaggio, ma dall'economia alla politica, una virtuosa inversione di tendenza per la società italiana, che ha sempre riconosciuto il primato della politica. L'economia è stata il contenitore da cui attingere, per gli stessi politici, e per la grande industria, di Stato o privata, ma sempre supportata dallo stesso Stato, un retaggio del ventennio. Sono state le cause del debito italiano.
Il passaggio è un atto dovuto, necessario perché l'Italia si inserisca nel liberalismo occidentale ed europeo, nelle economie di mercato, in modo virtuoso ma con le tradizioni e la sua natura di Stato sociale e di equità. È forse questa la grande sfida del Partito democratico. La sua idea catalizzatrice è già espressa nel Governo di Prodi, Padoa Schioppa, Visco e Bersani. È un progetto ambizioso, non di moderazione.

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