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mercoledì 27 dicembre 2006

Il digitale terrestre e l'incontro fatale
tra la voglia di monopolio tv
e la tentazione di controllare Internet

di Andrea Pusceddu

Internet è stata fatta in modo che non fosse controllabile - e quindi sabotabile - in maniera centralizzata. Solo che adesso si è cambiato idea, e la rete la si vorrebbe imbrigliare, eccome.

Le base tecniche sulle quali si appoggia Internet furono gettate negli anni settanta da un programma militare statunitense. Lo scopo del progetto, che si chiamava ARPANET, era quello di creare un modo di comunicare decentralizzato, che non avesse cioè bisogno di uno snodo nevralgico per poter funzionare. Pensiamo al tradizionale sistema di trasmissione televisivo. Basta distruggere un ripetitore per oscurare le trasmissioni in una intera regione. Allo stesso modo, se in caso di attacco nucleare fosse stata distrutta la centrale telefonica nazionale, tutte le comunicazioni sarebbero state interrotte. Si pensò allora ad un sistema non gerarchico, in cui tutti i nodi di comunicazione fossero equivalenti ed intercambiabili tra loro. Se si distrugge un nodo qualunque, quelli restanti saranno comunque in grado di vedersi e parlare tra loro.

Oggi la congenita anarchia del Web è diventata una forte preoccupazione per i centri di potere che vogliono gestire in un modo o nell'altro i diversi aspetti della comunicazione. Parliamo non solo di compagnie cinematografiche e discografiche, reti televisive o satellitari, ma anche - purtroppo - di regimi dittatoriali come quello cinese, e di governi (supposti) democratici come il nostro o quello statunitense.

Come abbiamo già sottolineato nelle pagine de l'Altra Voce, è questa la vera chiave di lettura della diatriba sulla televisione digitale terrestre: il DTT si può controllare, Internet no.

Per poter trasmettere sul digitale terrestre servono concessioni, strutture e capitali assolutamente preclusi ai più. Su Internet bastano un piccolo investimento nell'hardware e nella connessione, e naturalmente delle buone idee.

Se per trasmettere si spende poco, è plausibile pensare che si abbia bisogno di poca pubblicità per sopravvivere, e quindi si sia poco influenzabili da grossi investitori pubblicitari. Ugualmente, se per allestire una web TV non si ha bisogno di bolli e ceralacche governative, sarà meno probabile che notizie e commenti nascondano devote sventagliate di incenso e turibolo nei confronti di questo o quello. E comunque sarà più facile far nascere e vivere voci diverse.

La battaglia per il controllo digitale è contemporaneamente furiosa ed invisibile ai più, e va avanti tra alterne fortune. Il governo cinese ha allestito un potentissimo sistema di filtro, che funziona grazie alla connivenza delle grandi società americane: se a Pechino si cerca su Google o Yahoo "Piazza Tienanmen", il solo risultato restituito saranno delle indicazioni turistiche.

Anche i blog, i diari personali online, sono ossessivamente controllati, e per vincere una segnalazione alla polizia politica basterà esprimere un pensiero poco affettuoso nei confronti del regime comunista più amato dai capitalisti.

Il Congresso USA ha varato all'indomani degli attacchi del 2001 il Patriot Act, la legge che in virtù di un patriottismo tutto suo permette a CIA e FBI di intercettare chiunque in qualunque modo, senza il bisogno di autorizzazioni da parte di chicchessia.

La Sony - messa alle strette proprio da un blogger - ha dovuto ammettere che un cd musicale da essa prodotto installava come sistema anticopia un sorta di virus sui personal computer, a totale insaputa degli utenti. Rischia di dover risarcire ogni utente danneggiato con 175 dollari.

I produttori di hardware e software stanno introducendo dei sistemi detti TPM, che permetteranno in futuro di non far funzionare software non graditi, di farci guardare un film solo una volta, in due parole di non essere totalmente proprietari dei dati da noi scritti nel nostro computer.

Che succede intanto nel nostro stivale? In Italia, per dirla con Ennio Flaiano, la situazione è grave ma non seria. La nostra attuale classe politica, per cultura, interessi ed anche per anagrafe, è totalmente impreparata a capire i problemi legati alla comunicazione digitale.

Un esempio per tutti, la legge Urbani 106/2004, varata dal governo precedente, prevedeva che chiunque allestisse un sito web dovesse spedire (per posta...) alla Biblioteca Nazionale di Firenze un dischetto contenente la copia delle pagine pubblicate. Il gestore di un blog o di un quotidiano on line avrebbe dovuto mandare un nuovo cd ogni giorno. La norma fu ritirata tra le proteste e l'ilarità generale, ma dimostra come in troppi uffici ministeriali si ragioni ancora secondo procedure burocratiche di epoca borbonica.

Ad una ignoranza di base si aggiunge inoltre una eccessiva sensibilità da parte di chi ci governa alle esigenze di ristretti centri di interesse. Oggi in Italia si rischia penalmente molto di più a scaricare un cd pirata che non a far fallire una banca di medie dimensioni, intascando i soldi dei clienti. Questo per non voler ritornare ancora sul digitale terrestre, una foglia di fico pensata per coprire le vergogne di interessi assolutamente particolari e del tutto antitetici a quelli della società.

I mass media più tradizionali - con poche eccezioni - fanno la loro parte, associando costantemente l'utilizzo di Internet a situazioni estreme e clamorose, come pedofilia online, rivendicazioni di kamikaze, suicidi di fronte alla webcam. Scrutano Internet dal buco della serratura, fintamente scandalizzati e morbosi come delle educande finite per sbaglio su una spiaggia nudista.

Gli stessi giornali che in prima pagina si stracciano le vesti di fronte al degrado morale della pornografia online, a pagina 20 magari ospitano tre colonne di inserzioni del tipo «Samantha completissima disponibilissima riceve a tutte le ore».

I telegiornali trasmettono a ripetizione video amatoriali di insegnanti che picchiano studenti, studenti che picchiano insegnanti, studenti che picchiano altri studenti. Mancano soltanto gli insegnanti che si picchiano tra loro, ma è questione di tempo.

In mezzo a questa confusione digitale, galleggia come meglio può il disorientato utente e cittadino, ridotto troppo spesso al ruolo di una placida mucca, cui si applicano paraocchi sempre più grandi al solo scopo di mungerla senza troppi complimenti.

Internet, nata libera ed anarchica per paura dei missili russi, è oggi vittima di una nuova guerra fredda, ancora più sottile e strisciante della precedente. La paura, stavolta, è che la gente si formi e si informi più dello stretto necessario. O che riesca a farlo senza pagare dazio.

È ancora difficile dire chi vincerà, ma il primo passo è renderci conto che la guerra c'è, eccome.

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