

domenica 10 dicembre 2006
di Andrea Pusceddu
La Regione Sardegna «non è interessata a finanziare decoder stupidi da 10 euro, e nemmeno a far spendere soldi ai sardi per vedere qualche programma televisivo in più a pagamento». L'aveva detto più o meno un anno fa, a proposito dei progetti sulla televisione digitale terrestre, il presidente Renato Soru. Che proprio in questi giorni, in un'intervista al settimanale Economy, con una battuta ha chiarito nuovamente quale strumento consideri più efficace per offrire informazioni e servizi ai cittadini: «Negli uffici della Regione abbiamo trovato tanti tv color e nessun computer. Adesso ci stiamo attrezzando».
Nonostante lo scetticismo del presidente, il progetto per la televisione digitale terrestre in Sardegna va avanti, senza dare risposta ad alcuni dubbi importanti. E le obiezioni della Regione - se ci sono ancora - ultimamente non si sono sentite molto, forse coperte dagli squilli di tromba e dal rullo di tamburi che accompagnano gli annunci del Consorzio Sardegna Digitale. Sono state quindi superate tutte le riserve? L'Altra Voce l'ha chiesto a Massimo Dadea, assessore degli Affari generali, che segue da tempo i progetti in questo settore.
La Giunta Soru si è contraddistinta per una forte attenzione alle nuove tecnologie. Sorprende quindi che si punti ad un digitale terrestre basato su una modalità di connessione ormai superata. Qual è la vostra posizione nei confronti del DTT?
«Il digitale terrestre non ci interessa perché permette di avere più canali televisivi o per la pay per view, ovviamente. Non sono questi gli obiettivi di una amministrazione pubblica. Quello che a noi interessa è avere un servizio interattivo, che sia di pubblica utilità per i cittadini. Questo è il primo paletto che poniamo, prima che si faccia lo switch-off, cioè il passaggio definitivo di tutte le trasmissioni televisive al digitale».
Ma quale interattività può garantire un sistema che utilizza un modem lento, a 56k?
«Noi non vogliamo un digitale terrestre basato su questo tipo di collegamento. Quello che vogliamo, ed è il secondo paletto che abbiamo posto, è un decoder DTT basato su connessioni ADSL a banda larga. I nuovi decoder sono attualmente in fase di sperimentazione. Uno dei problemi più gravi da superare in Sardegna è l'indisponibilità della banda larga ancora in molte zone. Ci stiamo muovendo almeno in tre direzioni. Il SICS è un progetto che con la collaborazione di Telecom Italia porterà l'ADSL in molti paesi che per adesso ne sono privi. C'è poi il progetto "Sardegna All Digital" che, attraverso uno stanziamento di 22 milioni di euro, dovrà portare la fibra ottica in tutti i Comuni con oltre 2.000 abitanti e nelle aree industriali. Un terzo progetto, infine, punta sui collegamenti Wi-Fi, che sfruttano le onde radio per garantire l'accesso alla rete in aree che non giustificano elevanti investimenti per la posa dei cavi. Il digitale terrestre è solo uno dei modi per sfruttare i collegamenti a banda larga».
Anche ammesso che ci si doti di reti ADSL e decoder adeguati, avere certe informazioni (bandi di concorso, moduli, regolamenti) su un televisore è comunque limitante. Se mi serve una stampa che faccio, scatto una foto alla tv?
«Questo è un altro limite del sistema. Però c'è una barriera che va superata, ed in questo caso non è fisica ma culturale: ci sono ancora tante persone, specie le più anziane, che non sarebbero capaci di usare un computer, con mouse e tastiera, ma sarebbero probabilmente in grado di usare un telecomando. È chiaro che non avrò gli stessi servizi, però è già qualcosa, sebbene rimanga un palliativo».
A che punto siamo con la copertura del segnale?
«Le stime che parlano di una copertura all'80% sono troppo ottimistiche. In realtà ci sono ancora troppi paesi non raggiunti, e purtroppo sono proprio i più piccoli ed isolati. Il terzo paletto che mettiamo allo switch off è che la copertura sia totale. È impensabile trasmettere solo su digitale se ci saranno dei Comuni non raggiungibili dal nuovo segnale. L'ultima condizione per noi inderogabile è che la ricerca e la sperimentazione delle tecnologie legate al digitale terrestre siano fatte in Sardegna. Vogliamo cioè che si sia una ricaduta economica ed occupazionale per l'isola».
E si sono visti gli effetti positivi di questa ricaduta?
«Finora non tanto».
Ricapitolando, lo switch off è previsto nel giro di pochi mesi, ma nel mentre i decoder ADSL sono ancora in fase di studio, e difficilmente arriveranno a breve nei negozi. Il segnale, inoltre, non raggiunge ancora la totalità degli utenti. D'altra parte, però, al cittadino si tace il fatto che il progetto sia sostanzialmente immaturo e non pronto ad andare avanti. Non le sembra che si stia facendo cattiva divulgazione, nonostante la grande disponibilità di mezzi?
«Le campagne informative sono gestite e controllate da gruppi che hanno forti interessi nel digitale terrestre. Se fossi proprietario di una rete televisiva, punterei molto sul DTT, perché mi permetterebbe di avere più canali, e di far pagare gli utenti per alcune trasmissioni. Ma gli aspetti di cui si deve interessare la Regione sono diversi, come già detto. Per questo abbiamo voluto mettere le quattro condizioni che ho elencato».
Condizioni molto pesanti, che richiedono tempi lunghi. Nel caso in cui la Regione non riesca ad ottenere un riscontro positivo su tutti punti, chi avrà l'ultima parola sullo switch off?
«La Regione non può opporsi, in ultima analisi. Quello che possiamo fare, e che già stiamo facendo, è continuare a dialogare con il ministro Gentiloni. Ma la chiave del quadro comandi non è in mano nostra».
Se l'avvento del DTT non fosse stato calato dall'alto a livello nazionale, come conseguenza del riassetto voluto dalla legge Gasparri, la Regione Sardegna avrebbe mai pensato di avvalersi di questa tecnologia?
«No».

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