

giovedì 23 novembre 2006
di Giorgio Melis
C'erano una volte le crisi politiche che maturavano o esplodevano nella Giunta e/o nel Consiglio regionale. A sanzionarle erano rovesci nelle votazioni nell'assemblea o contrasti provvisoriamente insanabili e mai sanati davvero (per impossibili equilibri di potere) fra o nei partiti della maggioranza. Per cambiare presidente (tre volte durante i cinque anni del centrodestra) o gli assessori (sei volte dal 1994 al 1999, sempre sotto Palomba).
Quelle crisi politico-consiliari, manifestazione di instabilità-ingovernabilità patologica e cronicizzata, non sono più possibili nella Regione presidenziale: in Sardegna e ovunque. Può avvenirne una sola, che fa scattare la clausola dissolvente dello scioglimento del parlamentino, con nuove elezioni. Qui, ma anche altrove (come pure nei Comuni) possono esserci mini-crisi per ritiro o dimissionamento di assessori che i presidenti (o i sindaci) possono sostituire senza che il loro ruolo sia messo in discussione. È la legge, semplicemente: irrecusabile.
Dunque le crisi del passato si ridimensionano e investono solo l'assetto delle Giunte. Con problemi, tensioni e brontolii più o meno gravi ma non decisivi. Il primato del potere esecutivo (presidenziale) e una larga autonomia da quello legislativo (consiliare nei Municipi), hanno determinato un blocco di stabilità coatta. Soddisfacente o meno, ma obbligata. È stata voluta dal legislatore nazionale e ribadita dalla Corte costituzionale proprio per porre fine al festival indecente delle paralizzanti crisi a rotazione, che duravano mesi o di fatto per tutta la legislatura.
Da quando sono entrate in vigore, le nuove norme danno luogo a ridicole accuse che indicano nel presidenzialismo un sostitutivo individuale della dittatura della maggioranza. Ancor prima che per le Regioni, contestazioni analoghe sono state e ancora vengono mosse contro lo strapotere dei sindaci: lamentando la riduzione dei Consigli comunali (maggioranza e opposizioni) a trascurabili assemblee frustrate dall'impotenza.
Come si vede, c'è uno scenario generale (perfino globale, a livello di governi) di prevalenza del potere esecutivo a discapito del tradizionale parlamentarismo: con varie insofferenze e rimpianti del passato.
Questa troppo lunga premessa serve a inquadrare la querelle sul decisionismo di Renato Soru: nel quale alcuni non esitano a ravvisare un vero cesarismo. Poco democratico, si dice, perché promana da un personaggio di estrazione non politica ma imprenditoriale: senza uso delle diplomazie, ipocrisie e opportunismi vigenti (?) fra i partiti buoni e rispettosi.
Ma davvero? Sulle brutalità sempre consumate all'interno dei partiti, anche oltre la legalità e nel disprezzo di minoranze e singoli, si possono compilare enciclopedie di casi concretissimi. Quanto all'autoritarismo specifico di un non-politico, basta un'obiezione. Nessuno può pensare che un Pili come Bassolino e Formigoni, in passato Tambroni, Fanfani, Craxi o lo stesso Prodi se potesse (Berlusconi è primatista fuori quota) non avrebbero o non abbiano esercitato il ruolo con piglio decisionista, come o più di Soru.
Alla radice di tutto c'è che al presidenzialismo forte, in Sardegna, non ci siamo abituati: forse non lo metabolizzeremo mai. Anche per le nostra storia e genetica sociale. Un rigetto aggravato, a livello di partiti, dall'aver perso in un colpo solo il primato abnorme e per di più a vantaggio di un parvenu a-partitico: una sorta di marziano che se ne strafrega dei vecchi riti, peraltro da tempo repellenti anche per i cittadini.
Servirebbe un esame psico-politico e sociale per spiegare certi atteggiamenti. C'è il nostro tradizionale anarchismo sintetizzato nel "rifiuto del capo". In aggiunta, per Soru, c'è una doppia invidia. Non gli si perdona il successo imprenditoriale: tanti prevedevano - di fatto auspicandolo - il fallimento di Tiscali, che ne avrebbe bloccato la discesa in politica. E dopo il trionfo elettorale e il successivo desencanto, la serie di recenti, importanti successi politici che comunque sono già un risultato insopportabile per i contestatori alla Pili&company: li rifiutano con bile polemica, negando i fatti.
Le dimissioni per incompatibilità o dissensi insuperabili di alcuni assessori, con la frustrazione che non bastano a scalzare il padrone, hanno rilanciato la querelle. Siamo davanti a un autocrate insopportabile? Nessuno nega il carattere brusco, la durezza di tratto che esercita anche con se stesso, il tratto umano che a volte ne fa «l'uomo che non sapeva o voleva farsi amare». Un grave limite. Oppure un pregio, nelle situazioni più pesanti.
La questione va posta oltre gli stati d'animo degli antipatizzanti irrazionali. Con Soru non vogliamo né dobbiamo fidanzarci: lui non lo chiede nemmeno. È un anti-personaggio, non cerca la popolarità a tutti i costi, disdegna gli effetti speciali. Dunque non è sul gradimento personale che va misurato. Bensì sui risultati, sulla capacità di invertire una caduta precipite dell'autonomia e della Sardegna. Della stessa credibilità e dignità della Regione: all'esterno sono enormemente risalite, e questo non può negarlo nessuno, se non contro l'evidenza. Se l'attaccano i Briatore e simili, aumentà in popolarità anche fuori dalla Sardegna.
Tutto ciò non basta certo ad accettare passivamente ogni atteggiamento di Soru, un vulnus alla prassi democratica, al rispetto delle posizioni diverse e delle persone che le rappresentano, al bilanciamento del suo potere con i contrappesi di fatto: oltre norme sbilancianti.
Questo è il vero punto. Occorre convincerlo e indurlo a un presidenzialismo temperato e più mite: come si dice contro il bipolarismo italiano brutale, tra nemici e non avversari. Non può essere octroyeé, concessa dal re, questa versione mitigata del presidenzialismo. Dev'essere ottenuta attraverso il dibattito culturale e politico alto e autorevole. Non lo sarà, ed è un bene, se partiti senza autorevolezza vogliono un riequilibrio che passi solo per la riconquista delle poltrone. Da assegnare solo ai politici di professione: di nuovo califfi e signori delle tessere che, come altrove i signori della guerra, sottomettono la politica e anche la legalità.
Se questa è la vecchia strada che si vuole imboccare di nuovo, si delegittimeranno ancora, senza indebolire Soru: oggi molto più forte di due mesi fa. Senza frenarne gli eccessi di forma e sostanza. Quando si sente dire da un Mariolino Floris che vorrebbe vedere Soru «alle prese con i segretari dei partiti in Giunta», si respira aria di archeologia politica, ostaggio di un passato che alle ultime puntate era miserevole. E poi, è lo stesso Floris prima tonante contro l'impotenza dei presidenti della Regione: poster senza potere, diceva, prigionieri della strapotenza degli assessori.
Va bene essere contro Soru: si può capire ed è perfettamente legittimo. Ma rinnegarsi così clamorosamente è segno di corto circuito politico-mentale, di deragliamento Né sereno né costruttivo. Alla politica, di maggioranza e opposizione, si chiede di andare oltre Soru. E fare i conti ineludibili con se stessa, col nuovo sistema di governo: appunto il presidenzialismo che alcuni ancora declinano come dispotismo. Il modo migliore per rafforzarlo anche quando eccede: specie se ottiene risultati concreti.

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