l'altra voce.net - la testata dell'edizione web del quotidiano

martedì 21 novembre 2006

Il ritorno dei politici in poltrona?
Fu una catastrofe per Palomba

di Giorgio Melis

Quel che non è riuscito a Pili, alla Pilia va meglio. Mettere in difficoltà Renato Soru. Aveva respinto con perdite, grazie ai fatti che gli hanno dato ragione, l'attacco forsennato su molti fronti del competitor Mauro: battuto come alle elezioni. Un grande momento di importanti successi per la Sardegna, culminato nella serata magica al Lazzaretto di Sant'Elia, è offuscato da Elisabetta Pilia, assessora espressa dal partito del presidente: come Francesco Pigliaru.

Si dimette, aprendo una fase difficile, intricata: come un nodo gordiano che non potrà essere reciso con la spada. Se due indizi fanno una prova, tre assessori dimissionari in due mesi fanno un grosso guaio. Politico. Non solo personale.

Da tempo i rapporti tra Soru e la Pilia si erano incrinati. Non sembravano tuttavia sul filo della rottura. Pare che l'elemento scatenante sia stata una critica non lieve del presidente per il costo ritenuto eccessivo della mostra artistica voluta dall'assessora nel suo ministero. Forse è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Forse Soru non ha messo in conto la reazione di una persona già stressata da un rapporto teso. Non ne ha ben pesato le reazioni (improvvise, prese senza neanche informare l'irritatissimo gruppo di Progetto Sardegna: il suo partito) e oggi si trova in mano una patata bollente difficile da raffreddare.

Sembra del tutto improbabile che abbia deliberatamente provocato o volesse le dimissioni della Pilia. Stava pacificamente godendosi il piccolo trionfo delle conquiste strappate al Governo e al Parlamento, lo smacco del centrodestra livido d'invidia: col sostegno del quotidiano amico e di servizio, confutava successi che i fatti hanno conclamato. Era l'opposto dell'interesse di Soru aprire adesso una crepa in una fase così favorevole. Mentre anche i partiti del centrosinistra, in largo ritardo, riconoscevano e festeggiavano i risultati principalmente suoi.

Dunque, un infortunio non volontario ma neanche del tutto casuale e imprevedibile. Interroga anche Soru (la sua maggioranza già lo fa da tempo) sulle tensioni con molti assessori. Su una collegialità insufficiente o talora denegata. Sull'insostenibile pesantezza dell'essere troppo solo e molto decisionista. Insofferente alle inadeguatezze altrui senza mettere nella bilancia le proprie: inevitabili.

Non c'è follia nel suo metodo ma una razionalità troppo determinata. Non abbastanza sensibile verso chi ha chiamato a lavorare al suo fianco. Manca ancora di quel senso del limite che il buon politico sa usare nel rapporto e nelle mediazioni con gli altri. Anche se i risultati gli stanno dando ragione sugli obbiettivi strategici, e negarlo sarebbe ridicolo o in malafede, Soru non ha ancora ben realizzato che, in politica e nel governo, con le persone si può usare la fermezza se non è disgiunta da grazia. Con rispetto meno brusco e comprensione per limiti che in forma e misura diversa penalizzano tutti: nessuno escluso. Altrimenti si rischia di accreditare l'accusa di cesarismo che gli viene mossa, spesso impropriamente.

Ci sono alcuni che rifiutano il presidenzialismo tout court, con le qualità e i difetti: l'ha imposto una legge coperta costituzionalmente, che Soru ha trovato e usa. Ma se non è temperato dal fattore umano, politicamente sensibile, può diventare un corpo contundente e autolesionistico. I fini non giustificano tutti i mezzi: neanche i traguardi raggiunti. Si rischia un esercizio solipsistico del potere, una deriva che esaspera i tratti troppo personalistici del presidenzialismo: da mitigare secondo misura e ragione.

Torna in discussione il discorso sul metodo e sulle forme che in politica sono sempre sostanza. Essere primus inter non pares impone di esercitare il primato senza eccessi. O il giocattolo si romperà con danno per tutti. Vale oggi per Soru come valeva (e ancora vale) per l'arroganza prevaricatrice dei partiti, appena possono esercitarla.

Solo una politica forte e autorevole può tenere in equilibrio la bilancia dei poteri. Perciò ora la maggioranza faccia valere, a sostegno della collegialità di governo e della capacità decisionale condivisa - ma senza commistioni, inciuci e ambiguità - una linea alta e chiara. Che non si riduca al solito assalto alla diligenza, alla delegittimazione di governo per chiunque non abbia il bollo tondo della partitocrazia.

È possibile che ora Soru usi le dimissioni della Pilia per procedere all'autoriduzione degli assessori che ha sempre chiesto e persegue. È una tentazione forte, che in questo momento deve saper contrastare: sarebbe un boomerang. Ma il fatto non può neanche essere preso a pretesto per chiedere e imporre subito il rimpastone agognato dai partiti, per rimettere sulle poltrone solo le etichette e gli uomini delle tessere. Potrebbe essere un'altra tentazione di Soru: per liberarsi dalla pressione partititica. Sarebbe tuttavia una capitolazione: cancellerebbe anche il senso originario del suo impegno politico, segnerebbe la fine del proprio partito e forse del consenso che i sardi hanno dato alla sua ascesa.

C'è un nefasto precedente che nessuno deve dimenticare. La parabola di Federico Palomba, dopo un successo elettorale clamoroso nelle condizioni più negative, finì di fatto rovinosamente quando fu cancellata l'incompatibilità assessore-consigliere e sulle poltrone ministeriali tornarono a regnare solo i partitanti. Da quel momento iniziò una corrida distruttiva, fino alla catastrofe elettorale conseguente. Perché mai si trovò e mai si troverà uno stabile equilibrio nell'impossibile distribuzione delle poltrone: specie se i partiti (e le correnti) da appagare sono tanti come nel centrosinistra.

Sarebbe un azzardo suicidario cacciare dalla Giunta gli ottimi tecnici che vi siedono per fare spazio alle brame degli uomini armati solo di tessera. Meglio ancora un piglio decisionista ma più equilibrato di Soru che il caravanserraglio degli onorevoli di governo: obbedienti solo alla loro appartenenza e ai flussi di voti, magari di scambio contro favori. In una perenne instabilità incontrollabile e ingovernabile una volta che si sia capitolato a su connottu disastroso d'altri tempi. Non meglio, anzi sicuramente peggio del corso attuale: nonostante tutto. Perché la politica nel suo complesso è a un livello degradato e non riesce a risalire dal fondo. Occorre trovare una ragionevole sintesi fra opposte ragioni. Il ritorno al passato è senza futuro: anche per Soru.



© 2006 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari