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venerdì 27 ottobre 2006

Note quasi a caso sulla Sardegna
tra passato e futuro

di Giulio Angioni

Con il consenso dell'autore e dell'editore, pubblichiamo l'articolo dell'antropologo Giulio Angioni, il primo nell'esplorazione del pianeta Sardegna scelto da Goffredo Fofi per la rivista "Lo straniero". Un affresco attento, severo e mite, profondo e insieme equilibrato di quel che era ed è diventata la geografia umana della Sardegna. Nel suo pencolare tra richiami anche negativi alla tradizione e la spinta al moderno tra contaminazioni vitali e cadute nella banalità dell'omologazione. Una riflessione importante per capire chi, come erano e si sentivano, come saranno i sardi in un passaggio epocale della loro storia.

0. Tutti ormai non fanno che dire che la Sardegna è bella. Chi l'ha visitata sa della sua bellezza coinvolgente, anche problematica, interrogativa nella sua residua unicità. La Sardegna, l'isola più isola nel Mediterraneo, è un luogo dove la natura ha saputo al meglio esplicitare l'arte di fare un'isola, terra col mare intorno, confini d'acqua con interni che hanno fatto parlare di "quasi un continente". E di mal di Sardegna.

La Sardegna come luogo e i sardi come popolo hanno da sempre nelle terre intorno, in continente, un'immagine di diversità profonda. E ancora oggi la Sardegna è un proverbiale luogo della differenza e della remotezza spazio-temporale come altri pochi nel mondo che si dice occidentale.

Un tempo la Sardegna era luogo di una differenza negativa, da ti sbatto in Sardegna, luogo proverbiale di punizione, esilio e pena insulare. Ma da qualche decennio l'isola gode di considerazione positiva anche proprio in quanto differente, a sé, ancora relativamente lontana laggiù oltremare.

Anche per il più distratto in Europa, la Sardegna oggi è uno dei paradisi di vacanza, non solo solemare, costiera, ma anche per i suoi usi e costumi, per la sua cultura, alta e bassa, urbana e rurale.

La differenza della Sardegna in Europa è certamente un dato e una constatazione, ancora oggi, oltre che un sentimento soggettivo della maggior parte dei sardi. Diversità come naturalezza o naturalità, diversità come genuinità, come arcaicità, primitività, preistoria vivente, come luogo incontaminato, come separatezza e lontananza sì, ma proprio qui dietro la porta di casa; diversità come tempo ciclico che si ritrova e si rinnova nella naturalità incontaminata dei luoghi, delle stagioni, delle generazioni.

In Sardegna si ha subito l'impressione di un tempo e di uno spazio terrestre dilatati, proprio dove uno si aspetterebbe di trovarli circoscritti, chiusi, limitati dal mare. E invece lunghi piani, pianori e tavolati, ampi orizzonti. E solitudine e silenzio. Tanto si è scritto sul silenzio, sulle solitudini e su una specie sarda di sublime dei primordi. Tanto da essere luogo comune. Ma quando pure hai tolto tutto quanto è possibile togliere al luogo comune, ti restano comunque i suoi spazi selvaggi e incontaminati, e dunque la tua possibile vacanza dall'urbano odierno, in una natura idillica e in una società ancora ricca di colore locale.

Quella sarda resta un'antropizzazione debole: grande quanto la Sicilia, ha un terzo dei suoi abitanti. Mentre la Sardegna resta un antico paese rurale, e magari soprattutto pastorale: le greggi di pecore qui sono dappertutto, anche nelle periferie cittadine. La vita urbana è sempre stata poca cosa in tempi storici. Eppure ci sono ancora antiche e arroccate città di costa che sembrano volare sul mare, come Cagliari, Bosa, Alghero, Castelsardo…

Ma la Sardegna è cambiata molto negli ultimi decenni, anche quella più interna e più montana e impervia. E' cambiata e sta cambiando una volta tanto senza vero ritardo, non solo nelle città e nelle coste turistizzate, se mai il ritardo storico e culturale è stato in altri tempi una caratteristica dei sardi, come conseguenza della geografia forse più che della storia, dove pure tutte le grandi civiltà mediterranee hanno lasciato le loro tracce, nel paesaggio e negli uomini. Per la Sardegna di oggi si è parlato spesso di mutazione antropologica, riferendosi ai cambiamenti degli ultimi decenni. Il salto infatti è stato notevole, e si è prodotto un mutamento mai visto prima in tempi storici nell'isola; mutamento vissuto, una volta tanto, in sintonia col resto d'Europa, da europei.

Eppure la Sardegna continua a meravigliare il visitatore con forti impressioni di conservazione inalterata. E intanto nell'isola a volte si rimpiangano gli aspetti di un passato finito da pochissimo ma già così remoto. I tempi dell'infanzia di chi oggi in Sardegna è adulto o anziano si sentono distanti e diversi più di quanto i tempi della sua infanzia sono distanti e diversi dall'inizio della storia: un'infanzia nuragica e una maturità postmoderna. Naturale che a volte questo ciò dia le vertigini. E inneschi il giudizio manicheo: il passato locale giudicato tutto buono e il presente mondializzato risentito come tutto male, o un altrettanto drastico viceversa. Anche se forse è da preferire il rimpianto, la nostalgia, ambigua fin che si vuole, ma che almeno non distrugge, e non dimentica.

Almeno tutti gli europei occidentali sentono qualcosa del genere verso i cambiamenti epocali degli ultimi decenni, rispetto a se stessi e alle loro contrade, ma per capire e sentire in modo forte e coinvolgente, a volte sconvolgente, la portata di un tale mutamento epocale bisogna venire in Sardegna, dove la modernità si è imposta in pochi decenni: dove un'azienda avveniristica ha il nome del più misterioso e suggestivo villaggio nuragico, dove vedi dappertutto pastori in fuoristrada giapponese e cellulare, dove tutto sembra già accaduto e però tutto sembra dovere ancora accadere.

1. Essere sardi non è mai stato facile. Nella geografia immaginaria della modernità, quest'isola non si sa bene dove collocarla. Non si sa dove collocarla nemmeno nella geografia immaginaria della modernità italiana, con la sua vecchia questione meridionale e con la sua nuova questione settentrionale. I sardi, la Sardegna, hanno sofferto a lungo di una specie di oblio esterno, di inesistenza, insomma noi sardi al mondo ci siamo troppo poco, mentre, per esempio, i siciliani ci sono troppo, e i grandi popoli ci sono e basta.

Noi sardi abbiamo il problema del nostro posto nel mondo, come molti altri certo, ma l'abbiamo. A me pare che l'abbiamo di più. Abbiamo vissuto la strana esperienza di essere una gente e una terra passate da un'immagine di diversità negativa a un'immagine di diversità positiva, da isola isolata da poena insularis del Ti sbatto in Sardegna! a quest'isola come uno dei migliori paradisi delle vacanze. Ma di essere sardo continuiamo sia a sentire pudore che a essere orgogliosi, sia a sentirci fortunati che a sentircene diminuiti. Forse, in quanto sardi, riusciamo però anche a sentirci senza troppa difficoltà, oggi, parte del mondo che diciamo occidentale, e questo è già un bel problema identitario nel mondo di oggi visto come un tutto, qui a due passi dall'Africa simbolo europeo moderno di ogni arretratezza.

Vivere in quest'isola è spesso impegnativo, tanto quanto l'andarsene e il restarci impigliato. Molti abbiamo imparato a vivere in una dimensione agropastorale paesana sarda degli anni di guerra e dopoguerra, in una dimensione già acutamente locale e globale, da guerra e dopoguerra mondiale, appunto, in un'isola con modi di vita ancora simili a quella dell'età dei nuraghi. Nella narrativa sarda di oggi è centrale il tema del mutamento, e quindi anche il tema del ritorno a qualcosa che non è più quel che si vorrebbe ritrovare. Si tratta spesso di un andirivieni tra passato e presente, magari per non avere troppa paura del futuro, a volte ridotto a una minaccia.

E poi, come si può intendere qualcosa della propria identità individuale senza intenderla prima di tutto come il risultato particolare di un'identità collettiva, magari a sua volta fatta di varie identità sovrapposte a scatole cinesi, l'una dentro l'altra? Ma se siamo fatti come le cipolle, le cipolle sono buone come condimento, non come companatico dei tempi di miseria alimentare. Cioè, questa benedetta identità, etnica, individuale, di ceto, di classe… forse non è buona in tutte le salse e tanto meno come piatto forte. A me pare che la forza nuova della letteratura sarda di oggi è anche questo sapere usare le cipolle identitarie come condimento, spezia, spizzico, e non come piatto unico.

2. Nel gran parlare che facciamo di identità, mai che si senta dire di quella che più conta, l'identità occidentale. Che cos'è? Oggi è diventato evidente che il mondo è sempre più un tutt'uno, sebbene l'umanità sia divisa grosso modo in zone e paesi ricchi e dominanti e in zone e paesi poveri e subordinati, determinando due inedite macroidentità di ricchi e poveri su scala planetaria. Metteteci tutto quello che volete nel modo occidentale di sentirsi al mondo, ma trascurereste l'essenziale senza tenere in conto una convinzione fondante di superiorità e di eccellenza di ciò che diciamo Occidente, che si misura con le diversità del "resto del mondo" per rafforzarsi.

L'essere e il sentirsi occidentale, erede del meglio che si è fatto al mondo) e la nozione di resto del mondo o dell'umanità sono cose vaghe, fluttuanti, vischiose, anche contraddittorie, ma la vaghezza delle idee e dei sentimenti non sono causa o segno di una loro minor forza. La visione del mondo occidentale ha come suo elemento fondante una solida e proteiforme concezione etnocentrica che inferiorizza i "non occidentali", in un mondo che diventa sempre più occidentale. Il che equivale a dire che nessuno di noi occidentali può pensare il mondo senza porre l'Occidente in una posizione di eccellenza, e in posizioni di più o meno grande inferiorità tutti gli altri, a seconda della differenza rispetto ai modi occidentali di stare e di sentirsi al mondo.

Tanto più questo modo di dare senso al mondo e al nostro modo di viverci è solido in quanto il sentimento di superiorità degli occidentali poggia sul dato di fatto che l'Occidente è in effetti dominatore del mondo, da ultimo in un'epoca in cui la parte d'Occidente che incarna più fortemente il suo senso di superiorità ha vinto la "guerra fredda". Così, la visione razzistica di oggi, più o meno implicita e sonnecchiante ma pronta in qualsiasi momento a diventare esplicita e anche combattiva, non è più quella secondo cui la superiorità dell'Occidente bianco democratico e industriale ha radici e cause biologiche, che insomma la superiorità degli occidentali è una superiorità ineluttabile perché è prima di tutto superiorità genetica. Visto tra l'altro che i giapponesi sono lì a ricordarcelo ogni giorno con la quotazione dello yen.

Pochi oggi osano sentirsi e proclamarsi superiori da un punto di vista biologico. Questo spiega la ricorrenza sincera della giaculatoria comune: "Io non sono razzista, ma..." Culturalmente però anche gli spiriti magni sentono e a volte proclamano la superiorità occidentale oggi come ieri. Ma il senso di superiorità di oggi è un sentimento storico e culturale, non più razzismo biologico.

Eppure la rinuncia all'idea della superiorità su base biologica non implica che le concezioni razzistiche storico culturali siano meno robuste, anche se meno boriose e più raramente violente. Anzi il razzismo storico culturale è più accorto e pervasivo, più aggiornato e meno rozzo, e poi non giudica, non spiega: gli basta constatare la propria superiorità, ritenuta troppo evidente per poter essere messa in dubbio, dentro e fuori l'Occidente. Il razzismo odierno, tenendo conto delle diversità, constata la superiorità occidentale prima di tutto sul piano della cultura materiale, della tecnica come strumento umano per servirsi del mondo ai propri fini. L'Occidente manda le sonde nel cosmo, il Terzo Mondo non riesce a sfamarsi "lasciato a sè stesso". Il consumismo, dal punto di vista delle necessità elementari, è meglio della fame, anche se nella nostra cultura cristiana c'è l'apprezzamento del paradosso della superiorità morale e spirituale del povero, e soprattutto di chi si fa povero tra i poveri.

3. Le rivendicazioni, gli orgogli e le proclamazioni identitarie sono dunque manifestazioni di un fenomeno che merita o demerita a seconda delle circostanze e rispetto ad altri valori. In un luogo come la Sardegna questo non sempre appare chiaro a sufficienza. In un luogo come la Sardegna la rivendicazione può apparire sempre legittima ad oltranza. Eppure, si tratta in origine della stessa cosa sia in chi domina e discrimina o uccide in nome della propria identità, sia in chi in nome della propria identità viene discriminato o subordinato o ucciso.

Potrebbe essere utile trovare che cosa c'è di comune negli atteggiamenti dei discriminatori e dei violenti in nome della loro etnia e negli atteggiamenti dei maltrattati a causa della propria etnia, e perfino quanto c'è all'origine di comune tra il sentimento di appartenenza germanico che sfociava negli orrori del nazismo e il sentimento di appartenenza del popolo ebraico così spesso condannato all'emarginazione e alla persecuzione.

Non è inutile nemmeno in Sardegna considerare che ciò che l'appartenenza etnica suggerisce non è più positivo quando entra in contrasto con appartenenze e solidarietà più vaste, via via fino all'appartenenza di tutti all'umanità, in un pianeta sempre più piccolo, interrelato e minacciato dagli egoismi individuali e collettivi. Non sono infatti né un bene né un male di per sé né l'assimilazione né l'omologazione culturale, così come non è sempre e dappertutto un bene la preservazione e la valorizzazione di caratteristiche locali.

Non è difficile vedere che se la diversità culturale è spesso un bene, altrettanto spesso è un male. La varietà e l'omologazione culturale sono state ambedue causa di guai e di benefici, e in quanto meri dinamismi il differenziarsi e l'omologarsi sono neutri. Il Mediterraneo è il più grande testimone storico etnico dei guai e dei benefici del contatto omologante e dei guai e dei benefici della differenziazione e della conservazione della varietà culturale. Non ci sarebbero stati certi orrori di cinque secoli di colonialismo europeo se non ci fossero state così grandi diffeenze culturali che risultavano e risultano poi differenze di potere economico, politico, militare, ideologico, religioso e linguistico.

Se non diventassero spesso cose tremendamente serie, le identità si potrebbero perfino paragonare al vino, che è sicuramente buona cosa, quando genuino, ma non sempre, tanto che è meglio un astemio che un ubriacone, e tanto che dunque, dovendo scegliere, come spesso accade, si può rivelare migliore il cosmopolitismo che l'etnicismo, meglio la commistione che la differenziazione. Guai, negli ambienti risorgimentali dell'Italia del secolo scorso, proclamarsi prima di tutto lombardi che italiani.

Oggi in Italia siamo avanti sulla via del sentire al contrario, nel bene e nel male. Ma la storicizzazione dei sentimenti elementari è davvero cosa difficile, sebbene da farsi,. Del resto, quasi cinquant'anni fa ormai, un sardo intelligente che risponde al nome di Antonio Pigliaru, ha scritto a questo proposito che bisogna evitare sia l'etnicismo ristretto (lui scriveva regionalismo chiuso) sia il cosmopolitismo di maniera, cioè vuoto e sradicato. Scegliere la via di mezzo è difficile, e, tra l'altro, qui da noi espone al rischio di essere malvisto sia dagli entusiasti che dagli scettici della sardità.

Che cosa valorizzare e promuovere, allora, qui da noi in Sardegna, dove siamo eredi di un'identità storicamente problematica anche come pura e semplice identità rispetto ad altre identità più robuste e più tranquille?

4. Oggi si discute molto in Sardegna di piani e di identità paesaggistica. L'identità, se è anche altro, non può non essere un progetto del futuro in rapporto col passato nel contesto del resto del mondo. Che lo si sappia o meno, è sempre così. Se le identità sono soggettivamente plurime, e lo sono sempre, può essere considerato urgente sviluppare il senso della comunità di tutti i sardi, il senso dell'appartenenza e dell'unità di passato e futuro che lega l'insieme dei sardi al di là delle loro diversità interne, perché questo nuovo patriottismo sardo non etnicistico diventi supporto e impegno a farci riscoprire il senso della cittadinanza, sarda italiana europea mediterranea e planetaria, ma anche il senso della legalità e dell'impegno civile, senza di che ogni pianificazione resta senza fondamento stabile e unitario.

Un piano che si dice paesaggistico è prima di tutto promozione di attività in campo politico, sociale, culturale, economico, scientifico, artistico… Anche nel caso specifico della pianificazione paesaggistica, promuovere l'identità come rapporto e progetto deve significare promuovere, gestire e amministrare luoghi e occasioni d'incontro tra le diverse discipline scientifiche, tecnologiche e artistiche, favorendone lo studio complessivo, la diffusione e la formazione di professionalità specifiche e l'utilizzazione collettiva.

Ciò implica promuovere la fruizione del patrimonio culturale, storico, artistico, archeologico e ambientale riassumibile nella nozione di paesaggio, anche in quanto primaria risorsa economica. Insistere sul carattere di dinamicità dell'identità, e quindi anche di un piano paesaggistico, significa concepire e fare un piano paesaggistico come progetto di futuro, e come piano e progetto di se stesso, indeterminatamente in fieri.

Se l'identità è anche legame emozionale della comunità con se stessa, essa è dicibile anche come legame con il territorio in cui una comunità vive, cioè col paesaggio, generato da pratiche, nozioni ed emozioni. Identità e paesaggio sono nozioni tanto poco dicibili quanto molto efficaci e onnipresenti. Il concetto stesso di paesaggio, mutuato dalla Convenzione Europea del Paesaggio del 2000 e definito come "una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni…", se ci ha fatto discutere, non è bypassabile. Questa percezione delle popolazioni locali, che genera il "loro" paesaggio e ne fonda territorialmente l'identità, sembra ad alcuni troppo rispettosa di percezioni paesaggistiche non condividibili, che infatti anche in Sardegna producono danni che tutti lamentiamo.

Eppure il paesaggio deve pensarsi come un processo di percezione di un territorio, senza implicare che ogni percezione (e azione che ne consegua) sia positiva e rispettabile. Ma ogni percezione è da considerare, e da tenere in conto come forza in campo, senza di che si continuano a fare errori "centralistici" o "illuministici" o "dirigistici". Conoscere gli elementi della percezione comune del proprio paesaggio da parte di una popolazione, e le diversità interne di questa percezione, è condizione imprescindibile per la pianificazione, soprattutto quando di quelle percezioni si voglia mutare qualche aspetto.

Non è cosa né casuale né senza importanza che il sindaco di Olbia e i suoi (e non tutti i galluresi) o il presidente della provincia di Cagliari e i suoi (ma non tutti i cagliaritani e provinciali) pensino e facciano ciò che fanno sulle loro coste e sulla spiaggia del Poetto. In casi così, come in tutti i casi, conoscere la testa da cambiare è necessario per riuscire a cambiarla. Ma non ci sono solo teste da cambiare in fatto di percezioni correnti sarde sul paesaggio, ci sono certo elementi del senso comune vecchio e nuovo in fatto di paesaggio che possono giocare un ruolo positivo anche in fase di pianificazione, per non fare la fine del Parco del Gennargentu.

Non si può programmare un aggiornato senso comune sardo paesaggistico fingendo che nelle teste dei sardi di oggi ci sia tabula rasa di percezioni e gusti e abitudini e codici emotivi in fatto di paesaggio, più o meno espliciti, anzi di solito molto impliciti e anche perciò potenti ed efficienti, e giocano un ruolo nel bene e nel male. I pianificatori devono almeno essere coscienti del fenomeno, se non proprio attrezzati a riconoscerli e a decidere che farne, nello specifico della Sardegna di oggi che guarda al suo futuro.

Per struttura geologica, associazioni florofaunistiche e segni della storia umana, la varietà frantuma il paesaggio sardo, vero mosaico geo-bio-antropico. Ma come il mosaico in figura, anche il paesaggio sardo è percepibile nella sua unità, fatta, per esempio, dalle presenze unificanti di orizzonti larghi e piatti (e forme arrotondate), dove è caratteristica la macchia mediterranea (con innovazioni come il ficodindia o l'eucalipto), o le lagune costiere con faune tipiche. E sono solo esempi di tratti unificanti. L'unità si deve anche ai segni della preistoria (come le migliaia di nuraghi in tutta l'isola), della storia (come le chiesette romaniche spesso solitarie), o ai modi della presenza umana, a lungo quasi nulla in buona parte delle coste, che ha stabilizzato ovunque un habitat accentrato e rado (con distinzione netta tra abitato e disabitato), dove dominano i segni della lunga durata delle due grandi attività della cerealicoltura e della pastorizia (con l'openfield ma anche coi muretti a secco) e gli effetti dell'azione dell'incendio estivo e del maestrale che piega tutto il piegabile a Sud-est.

5. C'è un lungo dibattito sul destino del sardo, delle parlate dell'isola. Da ultimo si contano almeno tre progetti di politica linguistica per la Sardegna. La proposta di una Limba Sarda Unificada (LSU), avanzata da una commissione regionale di qualche anno fa, la proposta detta Limba Sarda de Mesania (LSM), e la proposta che vede come patrimonio da valorizzare tutto il repertorio linguistico della Sardegna. Le prime due proposte si preoccupano soprattutto di creare (LSU) o di indicare una variante (LSM) che serva da sardo standard e ufficiale a fianco dell'italiano.

I sostenitori delle due (e di altre) proposte di standardizzazione-ufficializzazione ritengono anche che creare o proporre uno standard da ufficializzare come lingua sarda sia il modo migliore per proteggere e valorizzare tutte le parlate "naturali" ancora vive in Sardegna. La terza proposta si concentra sull'idea che il plurilinguismo sia il vero bene da proteggere, che le varietà linguistiche della Sardegna siano una risorsa, che la glottodiversità sia tanto buona quanto la biodiversità, secondo una visione che tiene conto che l'attuale situazione linguistica della Sardegna, nel suo ampio e vario plurilinguismo, è una risorsa e una ricchezza, da salvaguardare e da mettere a profitto, come è anche negli intenti della leggere regionale 26/97, che proclama la pari dignità di tutte le varietà linguistiche usate oggi in Sardegna in qualunque ambito d'uso.

Le due (e le altre) proposte di standardizzazione-ufficializzazione si presentano per molti critici come il privilegiamento di una forma di logudorese, l'una costruita a tavolino e l'altra individuata nei dialetti sardi centrali, contro cui specialmente i campidanesi a Sud e i galluresi a Nord hanno molto da obiettare, i campidanesi col piglio di chi è maggioranza e i galluresi in nome delle proprie peculiarità.

La situazione non è semplice. Di buono c'è la constatazione che il repertorio linguistico della Sardegna, tutto quale esso è, dal carlofortino a Sud al maddalenino a Nord, passando per l'italiano, il campidanese, il logudorese, il gallurese, l'algherese e il tabarchino (o comunque tale repertorio sia individuato e distinto al suo interno e verso l'esterno), non solo è una realtà con cui bisogna fare i conti quando si fa politica linguistica, ma è un patrimonio del popolo sardo, da salvaguardare tanto quanto il resto delle cose materiali e immateriali che si considerano patrimonio. La pluralità linguistica viene constatata, riconosciuta e valutata anche in positivo, e non più come un mero ingombro e una complicazione da eliminare, come è del resto abitudine anche italiana secolare, in nome dell'unità contro il particolarismo, abitudine italiana di risorgimental-monarchica memoria.

6. Com'è giusto e necessario, si ripresenta anche in Sardegna l'ovvia e allarmata questione di che utilità sia oggi l'esercizio di mestieri e competenze come quelle che diciamo culturali, intellettuali, dello spirito, soprattutto della memoria esteriorizzata e accumulata in biblioteche e musei e simili luoghi di conservazione e divulgazione e fruizione e insegnamento della memoria oggettivata in testi e documenti. Insomma il chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo e come, in quanto attivi nelle competenze di cui sopra, oggi qui in Sardegna. Ed ecco quindi interpellati, e posti davanti alle proprie responsabilità di contribuire a capire presente e passato e a progettare il futuro, i variegati mondi della scuola, della ricerca, dell'editoria, della politica culturale, dell'informazione, delle arti.

E spesso si semplifica e si chiede, per esempio, di che utilità è oggi un grecista, un musicista, un archeologo, un urbanista, un cineasta, un assessore alla cultura, un filologo romanzo, uno scrittore e così via. Abbiamo risposte da almeno duemila e cinquecento anni, in queste terre mediterranee. Eppure, se Soru vince le elezioni ed esce un nuovo quotidiano, mentre le arti sono un po' più produttive tanto da scendere in piazza e fare anche spettacolo, mentre assistiamo a pianificazioni linguistiche plurime e azzardose e a piazzate pseudoscientifiche come la sardizzazione mediatica del mito di Atlantide, il bisogno di senso e di prospettiva si rifà sentire concitato: anche con l'accusa di inutilità agli scombuiati raccoglitori di cocci nuragici o ai chiosatori di testi sardi medievali. E che fa l'accademia, si domanda accigliati, l'accademia che tace sullo tzunami preistorico di cui favoleggia un giornalista troppo sicuro che la verità sia sempre e solo il credito che le parole si guadagnano, mentre premia e celebra l'operosità letteraria di un Salvatore Mannuzzu?

Se c'è tanto di stantio in queste dispute, ci si può anche vedere il lato positivo, una nuova vitalità, persino nella cosiddetta accademia, che anche in Sardegna, per non essere da meno, è sbeffeggiata da chi ci sta dentro quanto da chi ne sta fuori, mentre il massimo dell'accademico, l'UNESCO, dopo averci inserito il nuraghe di Barumini, sta per inserire il nostro canto a tenore nella lista del patrimonio culturale dell'umanità.

Ma sì, nel nostro piccolo in Sardegna è stato sempre così, cioè più o meno in contemporanea e a rimorchio di ciò che accade oltremare. Oggi un po' di più. Siamo un po' più ricchi. Stiamo persino imparando a fare le valutazioni d'impatto ambientale di fabbriche e di impianti turistici (in attesa che si ponga anche il problema dell'impatto culturale delle stesse cose). Siamo in Occidente quasi senza dubbi. Chi ne dubita troppo si guardi intorno: siamo diventati multiculturali, meta di migrazioni neocoloniali. Qualcosa vorrà dire.