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Sardegna in agonia. Unica possibilità: i deputati sardi del Pdl lancino subito un ultimatum a Berlusconi. Versi alla Regione i soldi rubati o si asterranno nel voto di fiducia. Possono vincere o dimostrarsi ominicchi e quaquaraquà

di Giorgio Melis
23 set 2010 | 5.101 views

Uno dieci mille nuovi Statuti: ovvero nessuno, come sempre: e meno male che ci sono le leggi nazionali. Potrebbe perfino ricicciare, per farci sganasciare dal ridere, la vecchia ri-Costituente immaginaria. E velleitaria, a giudicare dal passato remoto e da quello recente. Neanche tre anni fa era stata prima approvata e subito affossata (con referendum disertato dai sardi, ai quali è costato una tombola dopo un anno di vaniloquio collettivo e distruttivo) la legge Statutaria. Per quanto opinabile in qualche punto, aveva concretamente aperto la strada alle auto-riforme: subito sbarrata.

Insomma, l’eterna marcia del gambero: per restare fermi e meglio arretrare. Ora sarebbero in ballo nientemeno che la sovranità nazionale,  l’indipendenza. Magari l’ingresso autonomo nella Ue, forse anche un seggio all’Onu. Peccato che la Regione non avrebbe i soldi neanche per mandare i suoi delegati a Bruxelles e New York: certo li troverebbe, come ha fatto, per loschi convegni voluti e cofinanziati da Flavio Carboni&Ugo Cappellacci. Nessuno dimentichi.

Come s’è detto in tempi  non sospetti, per avere qualche speranza di sopravvivenza la Sardegna d’oggi dovrebbe essere davvero indipendente: ma solo dai sardi. Specie da quelli che la governano annientandola. Altrimenti, com’è ormai in atti, è spacciata. Siamo una regione (Paese, “nazione”?) in vertiginosa via di sottosviluppo. In caduta verticale e irreversibile. Anzi: in agonia.

Ma anziché reagire in qualche modo, battersi, salire sulle barricate col coltello fra i denti e anche peggio, ci balocchiamo con statuti e riforme che non si vedranno mai.  Come in passato, benché con gente ben più seria e credibile. Siamo alla fame, letteralmente. Cosa ci dicono una Giunta non solo inesistente ma soprattutto dannosa e un Consiglio tanto imbelle quanto inutile e sempre di costo faraonico? Se manca il pane,  mangiate le brioches cartacee o pneumatiche dell’indipendenza, delle nostre riforme virtuali, degli statuti immaginari, della sovranità che chiediamo sapendo di non avere un euro per sostenerla un solo giorno. Fuga dalla realtà, cinica e furba.

Alle corte. Questi esercizi irresponsabili e fuorvianti; questi ludi assembleari con relativi tornei oratorii ignorati o disprezzati da tutti i sardi, questa logomachia sterile e infinita erano tollerabili in tempi di vacche se non grasse almeno non ridotte a scheletri. Come ha detto per Napoli il suo discusso cardinale dopo l’ennesima replica del “miracolo” di San Gennaro, anche in Sardegna “non c’è più pane e neanche speranza”. Perciò ribolle alquanto il sangue a vedere la politica sarda impegnata da un lato nello scannatoio miserabile sui posti in Giunta e dall’altro il Consiglio mobilitato sul nulla dell’indipendenza e dintorni. Il tutto mentre il Governo più nemico che la Sardegna abbia mai avuto ci massacra ogni giorno su tutto. E i sardi – tranne minoranze combattive – stanno a guardare come tanti coglioni fottuti, sfottuti e mazziati: magari qualcuno ancora cantando “meno male che Silvio c’è”.

Ora, il mercato bimestrale delle vacche per la Giunta e i festival consiliari sarebbero perfino un male sopportabile, se almeno si facesse e si tentasse il minimo per salvarsi dallo tsunami economico e sociale o almeno attutirne gli effetti. Invece niente, si osserva lo sfacelo rimirandosi l’ombelico. Sta saltando o è già saltato tutto. I sindacati manifestano muovendosi nel vuoto spinto di una società allo sbando. Si arriva a sentire l’associazione dei costruttori annunciare lo sciopero: come i loro muratori, manovali e carpentieri con le braccia inerti. E politicamente non si fa l’unica cosa che potrebbe forse o probabilmente cambiare qualcosa: in concreto, non a chiacchiere, con soldi, non promesse false e ingannevoli.

Si può, anzi si dovrebbe tutti insieme (a partire dal Consiglio, dalle Giunta e sindacati, forze sociali,  economiche, culturali e perfino religiose: salvo monsignor Mani in alto, impegnato contro parroci fra i migliori) costringere nove persone (più sei) a fare quel che avrebbero dovuto da tempo e autonomamente. Ovvero i deputati (e poi i senatori) del  centrodestra dovrebbero andare subito, ieri, da Berlusconi e a una sola voce, previa dichiarazione prefirmata da tutti, e dirgli poche parole ultimative. Lunedì 29, quando ci sarà il voto alla Camera sul tuo discorso di re-investitura dopo l’espulsione del gruppo Fini, noi deputati sardi non voteremo contro: ci asterremo. Senza venir meno al nostro impegno politico ma mettendo in campo il nostro mandato fondamentale. Ovvero salvaguardare i nostri elettori e il territorio che ci ha espressi dalla rovina provocata dalle decisione arbitrarie, illegittime e devastanti del tuo governo: l’esatto opposto di quanto da te promesso in campagna elettorale e sulle quali hai fatto eleggere il presunto sub-comandante Cappellacci. Ci asterremo e non ti basterà la compravendita degli ascari Nucara, Udc e dintorni. Non sarà sufficiente per toccare quota 316 con la tua legione straniera prezzolata,  se ti negheremo anche i nostri nove voti. L’astensione non è una scelta ma un obbligo. Legittima difesa necessitata, obbligata. Il governo ha combinato di tutto e di più contro i sardi. Non solo il G8 scippato, la beffa atroce dei fondi della Sassari-Olbia dirottati, ha perfino rimesso in discussione il passaggio delle opere e siti militari trasferiti da Prodi e Parisi. Ma soprattutto è inaccettabile, perché sarebbe la morte per la Regione e la Sardegna, che non venga applicato il nuovo regime delle entrate. Per quest’anno veniamo derubati del miliardo e 600 milioni di euro che ci spettano in forza di una intesa Stato-Regione firmato nel 2006. Senza questi soldi, in aggiunta al furto dei miliardi dei Fas europei, la Sardegna va a gambe all’aria per un sopruso inaudito di un governo fellone. Dunque, il ripristino delle entrate, è il minimo che consentirebbe a noi deputati del Pdl eletti in Sardegna di votare la fiducia lunedì a  Montecitorio. In caso contrario, ci asterremo pubblicamente.

Ecco, questa è la sola mossa immediata che possa evitare il peggio. Servono uomini capaci di farlo, non quaquaraquà alla Cappellacci – compare di Carboni, Verdini e Dell’Utri – che subiscono tutto e tutto lasciano infliggere ai sardi, senza battere ciglio: maggiordomi amici e servi dei nostri nemici. Non bastano gli ominicchi che protestano senza convinzione e ottengono al massimo l’accoglimento delle loro richieste come raccomandazione: non si nega a nessuno, serve come carta igienica. Se la pattuglia di deputati sardi del Pdl  – ad esempio: il frenetico Mauro Pili, l’aggressivo Settimo Nizzi e il barbaricino Bruno Murgia avranno le palle che esibiscono a parole? – si deciderà a schierarsi con la propria regione, farà solo la metà del proprio dovere politico e personale.

Non si punterà alcuna pistola alla tempia di Berlusconi, che ben altro e di peggio meriterebbe: pensoso solo di salvare Cosentino dai giudici che lo lo  vogliono arrestare (anche la cassazione) per camorra. Semplicemente, si smetterebbe d’e essere complici dei colpi letali che il  Cavaliere e i suoi  ministri hanno sparato sulla Sardegna e contineranno a tirare se non li fermerà l’unica mossa possibile  nella situazione data. La Lega ha imposto e ottenuto che i miliardi delle quote latte per mille suoi allevatori fossero pagati da tutti gli italiani. Come? Minacciando la crisi di governo. La Sicilia e in varie occasioni singole città (Catania, Palermo, Messina) hanno ottenuto grandi finanziamenti aggiuntivi e non dovuto minacciando di non votare la Finanziaria oppure per pressioni elettorali e da ultimo i miliardi del Fas negati tra l’altro alla Sardegna. Mille altre vicende lo dimostrano. Ci sono momenti in cui i parlamentari di un territorio devono far correttamente prevalere la difesa dei loro elettori su ogni altra motivazione. Nel nostro caso, si tratta non di ottenere di più o atti e soldi non dovuti. Semmai di porre uno scudo ad angherie e furti in flagrante violazione delle leggi e degli impegni istituzionali, di porre fine ad abusi devastanti che compromettono del tutto il presente della Sardegna senza lasciarle scampo per il futuro.

Berlusconi potrebbe resistere ma in questo momento non è in grado di subire un’altra defezione che ne metterebbe a repentaglio la tenuta. Gli si chiede solo di non violare ulteriormente il contratto nazionale con la Sardegna: come sta facendo e come, in altri tempi e con altri personaggi alla Regione e in Parlamento, avrebbe portato l’Isola a insorgere con piena legittimità. Non c’è altra strada, al momento, per salvare i nostri soldi e non di dover sbaraccare il poco che resta: ospedali, scuole, welfare e perfino le istituzioni amministrative senza le quali non c’è più Stato né Regione. I deputati sardi del Pdl, col sostegno e la spinta di tutti, hanno il dovere non solo morale di agire per reagire e difendere la loro terra: qualunque sia il risultato, non possono fare gli zombi. Questo è il mandato al quale non possono sfuggire. Salvo disonorarsi, se ancora questa categoria ha un valore. Se poi riterranno di avere come primaria obbedienza la fedeltà capo anziché alla loro gente, sarà dimostrato che sono travicelli come Cappellacci, ominicchi e quaquaraquà da additare al disprezzo dei sardi. Sempre che esistano organi di informazione determinati a denunciare la situazione e i corresponsabili  indigeni. E un’opposizione degna di questo nome che sappia allo stesso tempo incalzare e sostenere gli avversari e farsi sentire anch’essa dall’informazione. Inclusa quella che sponsorizza il maggior partito di finta opposizione essendo il megafono del governo nemico. Quando ai neo-indipendentisti del Psd’az, l’unico modo per non apparire furbastri e cinici, è chiedere agli alleati del Pdl di scagliarsi con i suoi parlamentari contro la la politixca ammazza sardi di Berlusconi. Se non ottengono neanche questo, cosa cianciano di indipendenza? Stiano in Giunta, a scaldare la sedia e confermarsi utili idioti, coperti di potere e poltrone, che dopo aver consegnato la loro bandiera “indipendentista” al colonizzatore masssimo, ora ne sono complici decisivi nella soluzione finale contro la Sardegna.

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3 commenti »

  • CILIOS dice:

    Aspettavo con ansia il ritorno di Giorgio Melis. Eccolo di nuovo sempre più graffiante.Sono proprio contenta.

  • Omar Onnis dice:

    Caro direttore,

    Istituire un parallelo tra mediocrità della classe politica sarda e indipendentismo è abbastanza scorretto, oltre che del tutto fuorviante.

    Che ai nostri consiglieri regionali non importi molto di indipendenza e nemmeno di autonomia è dimostrato dai fatti, prima ancora che dalla mediocrità della loro elaborazione teorica.

    La quale, a dire il vero, ha toccato i confini del ridicolo, in questo frangente. Si sono rispolverati Bellieni e Lussu, si è parlato di “separatismo”, si è dichiarato che progettare e promuovere la creazione di un ordinamento giuridico indipendente per la Sardegna nel migliore dei casi è una bella utopia – da relegare nel cassetto dei sogni – e nel peggiore una iattura da evitare (e esorcizzare).

    Ma la questione è ben diversa. Non si può contrapporre indipendentismo e risoluzione dei problemi reali dei sardi Questa è un’operazione mistificatoria, intellettualmente lacunosa (non voglio dire disonesta, almeno per quanto La riguarda).

    Il quadro delle necessità materiali e immateriali dei sardi è incomprensibile e inintellegibile se non lo si estrae dall’orizzonte asfittico e storicamente casuale dell’appartenenza della Sardegna allo stato italiano. La Sardegna non è per proprio destino una terra marginale e periferica, esclusa dai flussi della Storia. Lo è solo se la si guarda come a una regione lontana e insignificante dell’Italia. Ma se così non fosse, siamo davero sicuri che non avremmo le risorse e la forza di garantirci una vita dignitosa, una produzione materiale e culturale degna di qualsiasi altro popolo libero nel mondo?

    La sorte di miseria e deprivazione che Lei stesso sottolinea non è forse figlia proprio di quei meccanismi di subordinazione a interessi altrui che ci hanno governato fino ad oggi?

    La stessa corruzione della nostra classe politica (corruzione almeno morale, culturale, se non proprio materiale) è garantita dall’ambito politico-istituzionale in cui ci troviamo impelagati.

    Ciò non toglie che in ogni caso sia necessario un profondo ricambio della classe dirigente sarda. Magari ringiovanendola un po’. Non è detto che giovinezza equivalga a maggiore serietà e preparazione, ma vedere settantenni a scambiarsi favori, a accaparrarsi tutto, alla faccia della collettività, senza la benché minima preoccupazione per la creazione e lo sviluppo di beni collettivi (materiali e immateriali) non è uno spettacolo degno di un popolo lungimirante, cosciente di dover progettare il futuro dei propri figli e nipoti.

    Io direi che se togliessimo l’acqua dall’acquario in cui sguazzano gli squali (e non me ne vogliano gli squali), forse qualcosa cambierebbe già così, per conseguenza meccanica di questa semplice operazione.

    Il problema non è l’indipendentismo (che si è sempre preoccupato del progresso e del benessere generale dei sardi, al contrario di altre forze politiche). Il problema è che a chi controlla e gestisce le risorse e in ultima analisi le nostre vite di noi non gliene importa nulla. E non gliene importa nulla, perché non è a noi che deve rispondere, per mantenersi nella propria posizione di privilegio.
    Su questo, credo che non ci possano essere dubbi.

    E allora rinnovo l’invito – già fatto su queste pagine – a invertire l’onere della prova: ci si dimostri che una Sardegna “regionale” attaccata al baraccone italico, esclusa dall’Europa e da qualsiasi interrelazione diretta col mondo, possa aspirare a un futuro non dico esaltante, ma almeno dignitoso.

    L’unica elaborazione politica degna di questo nome, negli ultimi anni, è stata quella di iRS (questo lo dico pro domo mea, d’accordo, ma vorrei essere smentito, se ci si riesce). Tra lo scetticismo (e adesso l’ostilità) generale. Salvo poi saccheggiare a man bassa le nostre proposte e addirittura i nostri slogan.

    Non siamo noi il problema. Noi siamo (o proponiamo) la soluzione. Che gli altri si diano da fare, chiacchierino di meno di cose che non sanno e si preoccupino dei sardi, non della propria bottega o delle proprie tasche.

    Grazie per l’ospitalità.

    Omar Onnis (Esecutivo Nazionale iRS)

  • Predu Serra dice:

    Ben tornato Direttore, ci sei mancato!

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