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Beati i popoli che hanno eroi come Mangano: il mafioso “modello” di Dell’Utri e Berlusconi. Educazione alla legalità: Cosa nostra ringrazia. Ma Pisanu riapre i giochi: politica nelle stragi

di Giorgio Melis
30 giu 2010 | 2.344 views

Berlusconi ha provveduto all’educazione sentimentale dell’Italia: con le tv e la vita privata. Non poteva fare tutto da solo. Per l’educazione alla legalità di un Paese leggermente marcio, aveva bisogno d’aiuto e di modelli da proporre. L’aveva da sempre al fianco, l’uomo giusto per diffondere il rispetto della legge: Marcello Dell’Utri. Condannato anche in appello “solo” per concorso esterno con la mafia. Sette anni di carcere. Ma lui quasi se la ride. Giudica, condanna e sbeffeggia i giudici. Sentenza pilatesca, proclama. Un arrogante giudizio spregiativo. Pilatesco è chi arretra davanti alla responsabilità e alla scelta, l’ignavo ripugnante. Ma i giudici non si sono lavati le mani come Pilato: hanno deciso. Assolvendo per un verso l’imputato. Ma confermandogli la condanna inflitta in precedenza. Dell’Utri consente che  i giudici sono stati “onesti ma non coraggiosi”. Onesti forse perché hanno “solo” confermato la condanna di primo grado: “concorreva” con la mafia ma solo dagli anni settanta fino al 1992.
Giudici sempre ritenuti, anche dai suoi avvocati, corretti, imparziali: niente toghe rosse o professionisti dell’antimafia antiberlusconiana. “Onesti ma non coraggiosi”: perché non lo hanno assolto del tutto. Hanno infatti escluso che Dell’Utri, in base alle prove finora presentate, sia stato il referente di Cosa nostra nella trattativa con l’”entità politica” (Forza Italia nascente) durante le spaventose stragi del 1992-1993. Culminate con l’assassinio di Giovanni Falcone e Paolo Borselino con le loro scorte e poi negli attentati terroristici in mezza Italia. Fine del teorema sulla matrice mafiosa di Forza Italia: così festeggia Dell’Utri, con larga parte del Pdl. Ma al braccio destro di Berlusconi non è bastato. Ha fatto “le condoglianze” al procuratore che ne aveva chiesto la condanna anche per connivenza con la mafia dopo il 1992. Replica secca del magistrato: in lutto dovrebbe sentirsi lui, con sette anni di carcere da scontare (?). Non bastasse, il senatore condannato ha rilanciato su un versante pauroso: appunto esercitando l’educazione alla legalità avviata col capo. “Per me Vittorio Mangano resta un eroe”. Mangano è l’ex “stalliere” di Arcore portato da Dell’Utri alla corte di Berlusconi per due anni. Poi tornato a Palermo, processato e condannato per mafia e omicidio e morto in carcere. “Eroe” di Silvio&Marcello. Perché in prigione “non ha detto quel che volevano fargli dire contro Berlusconi e Dell’Utri”. Ma un mafioso conclamato, vero o non che potesse accusare i due, è vincolato all’omertà. Cosa c’è di eroico nell’aver rispettato il codice mafioso, avesse o meno qualcosa da dire?
“Eroe”, dunque. Dell’omertà. Elevata a valore civile. Da offrire come modello ed esempio agli italiani.  Hanno un bel gridare, i giovani del Pdl a Palermo: “Gli eroi sono solo Falcone e Borsellino”. Il senatore Dell’Utri è perentorio fino alla sfrontatezza. Inevitabile ricordare Brecht: “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Per ipotizzare che “eroi” come Mangano forse non rientravano fra quelli evocati. E’ ben vero che ogni epoca o uomo sceglie gli eroi che si merita. Vale per Dell’Utri. Vale ancor più per Berlusconi. A futura memoria, intrigante il commento di Massimo Ciancimino, che non è farina per ostie ma di rituali mafiosi si intende fin da quando era in fasce, in braccio al padre: “La frase di Dell’Utri su Mangano è un segnale ai boss di Cosa nostra. Un messaggio rassicurante che ha voluto mandare al popolo di Cosa nostra che si trova in carcere e non parla. Dice Dell’Utri: siete dei martiri”.
Questa vicenda è di per sé inaudita. C’è un senatore della Repubblica processato e condannato due volte per connivenza esterna di  vent’anni con la mafia. Ma diventa agghiacciante e allarmante per il seguito. Perché parte del suo partito festeggia solo la parte assolutoria della sentenza. Ignorando – come ha fatto il Tg1 dell’inesorabile Minzolini, quasi un bis del Mills “assolto” – l’enormità di una condanna reiterata a sette anni. Manca la Cassazione, è vero. Ma oggi c’è una patente rinnovata di colluso con Cosa nostra. Si può festeggiare? Totò Cuffaro, condannato a sei anni (in appello il Pg ne ha chiesto dieci), non ha affatto gioito. Si è dovuto dimettere da presidente della Regione, dov’era stato rieletto a furor di popolo: ma poi “nominato” deputato dall’Udc.
E Dell’Utri che fa? Riflette almeno sull’ipotesi di lasciare il Senato. Di togliere il disturbo dopo la mazzata dell’appello? Neanche lo sfiora l’idea. Hic manebo optime. Non solo. Giudica, deride e spregia i giudici. Rilancia l’”eroe” Mangano. Perché non “santo subito”? C’è una tracotanza che dovrebbe far tremare tutti. Ma è giustificata. Dalla certezza dell’impunità. Dalla delegittimazione delle sentenze e dei magistrati: ossessivamente definititi “metastasi” dall’oncologico Cavaliere. Dalla sicurezza che per prescrizione o altro, lui  – come sovrastanti eccellenti- è legibus solutus: al di là e al di sopra della giustizia. Questa è l’educazione alla legalità che si propone a un’Italia marcia di corruzione e malavitosità ai piani alti e altissimi. Un fulgido esempio inflitto agli onesti .
C’è solo da disperare di questa Repubblica. Di un governo che nomina ministro – con atto mirato e inverecondo – un personaggio già finito in galera solo per consentirgli di sfuggire a un processo “per legittimo impedimento”. Anche il giornale dei vescovi e Famiglia cristiana chiedono con forza le dimissioni di Aldo Brancher. Che resta al suo posto: torre che non crolla dell’empireo berlusconiano.Come il Cosentino viceministro all’economia: colpito da mandato di cattura confermato dalla Cassazione. Come tanti altri che in qualque parte dell’Occidente sarebbero in galera o espulsi da ogni sede pubblica.
Beppe Pisanu anche lui “toga rossa? Si può pensare, sperare sarebbe davvero troppo, che non tutto sia perduto. Perché Beppe Pisanu, presidente della commissione antimafia, ex capogruppo di Forza Italia ed ex ministro degli interni, ha presentato la sua relazione rilanciando in termini fortissimi e argomentati il “teorema” di cui Dell’Utri e parte del Pdl avevano poche ore prima annunciato la liquidazione. “E’ ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra Cosa nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica”. Pisanu scrive nella sua relazione: «Anche la semplice narrazione dei fatti induce a ritenere che vi furono interventi esterni alla mafia nella programmazione ed esecuzione delle stragi. Fin dall’agosto del ‘93 un rapporto della Dia aveva intravisto e descritto un’aggregazione di tipo orizzontale, in cui rientravano, oltre alla mafia, talune logge massoniche di Palermo e Trapani, gruppi eversivi di destra, funzionari infedeli dello Stato e amministratori corrotti. Sulla stessa linea, pur restringendo il campo, il procuratore di Caltanissetta Lari ha sostenuto recentemente che Cosa Nostra non è stata eterodiretta da entità altre, ma che al tavolo delle decisioni si siano trovati, accanto ai mafiosi, soggetti deviati dell’apparato istituzionale che hanno tradito lo Stato con lo scopo di destabilizzare il Paese mettendo a disposizione un know-how  strategico e militare». A luglio lo stesso procuratore – spiega Pisanu – aveva anticipato che, dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, «le investigazioni hanno lasciato la pista puramente mafiosa e puntano a scoprire un patto fra i boss di Cosa Nostra e servizi segreti». «Probabilmente Provenzano fu insieme a Ciancimino tra i protagonisti di trattative del genere, mentre Riina ne fu, almeno in parte, la posta. Trattative complesse e a tutt’oggi oscure, nelle quali entrarono a vario titolo, per convergenza di interessi, soggetti diversi, ma tutti dotati di un concreto potere contrattuale da mettere sul piatto. Altrimenti Cosa Nostra li avrebbe rifiutati».
Quando Ciampi ebbe paura del colpo di Stato. Alle spalle delle stragi – afferma Pisanu – si mosse «un groviglio tra mafia, politica, grandi affari, gruppi eversivi e pezzi deviati dello Stato. La spaventosa sequenza del ‘92-’93 ubbidì a una strategia di stampo mafioso e terroristico, ma produsse effetti divergenti». Da un lato ci fu il senso di «smarrimento politico-istituzionale che fece temere al presidente del Consiglio di allora l’imminenza di un colpo di Stato». Dall’altro determinò «un tale innalzamento delle misure repressive che indusse Cosa Nostra a rivedere le proprie scelte e prendere la strada dell’inabissamento. Nello spazio di questa divergenza si aggroviglia quell’intreccio che più volte abbiamo visto riemergere dalle viscere del Paese». Pisanu conclude: «Di fronte a eventi terribili si giustappongono senza mai fondersi tre verità, quella giudiziaria, quella politica e quella storica, che si basano su metodi di ricerca e su fonti diverse con la conseguenza di dare luogo a risultati parziali e insoddisfacenti. La verità politica interessa tutti noi per cercare di spiegare ai nostri elettori quale pericolo ha corso la democrazia in quel biennio e come si è riuscito a evitarlo».
E’ un documento impressionante. Dovrebbe raggelare quanti hanno celebrato come una vittoria la sentenza di Palermo. Perché Pisanu non è una toga rossa, né un eversore infiltrato nelle istituzioni. Ha riaperto la partita sul “teorema”. Sul piano giudiziario, tre Procure siciliane e quella di Firenze lo indagavano e continueranno a farlo. Su quello politico non si potrà ignorare questa dirompente novità. Ma forze sempre potentissime saranno ancora al lavoro per insabbiare, rimuovere, cancellare. La sconfitta dellla democrazia, insieme a quella della verità, non è affatto scongiurata.

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3 commenti »

  • Franco dice:

    Nell’articolo mi pare di capire che le stragi siano avvenute prima degli omicidi Falcone e Borsellino, non è il contrario?

  • Beati i popoli che hanno eroi come Mangano « Post Scriptum dice:

    [...] E’ un documento impressionante. Dovrebbe raggelare quanti hanno celebrato come una vittoria la sentenza di Palermo. Perché Pisanu non è una toga rossa, né un eversore infiltrato nelle istituzioni. Ha riaperto la partita sul “teorema”. Sul piano giudiziario, tre Procure siciliane e quella di Firenze lo indagavano e continueranno a farlo. Su quello politico non si potrà ignorare questa dirompente novità. Ma forze sempre potentissime saranno ancora al lavoro per insabbiare, rimuovere, cancellare. La sconfitta dellla democrazia, insieme a quella della verità, non è affatto scongiurata. (Giorgio Melis) [...]

  • FREDRICK dice:


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