Milia presidente col 13%, senza senza o contro 87 elettori: voto nullo in un referendum. Silvio Lai “furbetto del partitino”: trappola a Soru per segarlo
di Giorgio Melis
17 giu 2010 | 14.137 views
In soldoni, Graziano Milia – “trionfatore” delle Provinciali a Cagliari, la piazza più importante e contesa – ha vinto al ballottaggio col 52 per cento. Per capire, altrimenti si resta fuorviati, significa che ha avuto il consenso di circa 13 votanti su cento: alle urne è andato meno del 25%., lui ne ha avutopoco più della metà.

otto ancora, il dato certifica che un presidente di Provincia viene insediato senza o contro la scelta di 87 elettori su cento. Dunque 13 a favore, contro 87 (contando i voti dell’avversario Farris e soprattutto l’astensione cosciente, militante, determinata). Non è che al primo turno, con una partecipazione al voto del 47% le cose fossero andate molto meglio. Milia aveva avuto circa il 34 per cento, ovvero circa il 16 per cento dei votanti. Allora, 16 per cento al primo turno, il 13 a quello finale.
Si può essere comunque soddisfatti di vincere la gara, avendo anche ribaltato il trend al ballottaggio, con l’appoggio di molto meno di un elettore su cinque? A questo dato non
si può e deve sfuggire. Perché c’è una questione di legittimità politica sostanziale, oltre quella formale, che non può essere elusa. Il presidente ottiene l’investitura al ballottaggio con 62 mila voti. Farris ne ha avuto 56 mila. I due insieme totalizzano 118 mila voti espressi sugli oltre 500 mila elettori del collegio: quasi 400 mila hanno ricusato entrambi.
Con una partecipazione così infima, minimale e residuale, qualunque referendum sarebbe annullato. Questa procedura non è contemplata nelle elezioni.
Ma non si può fare gli struzzi e ignorare che il presidente eserciterà il mandato pieno da un’urna quasi vuota, avendo alle spalle 62 mila votanti su mezzo milione di elettori. Siamo a un’investitura di minimanza. Certo riflette una radicale disaffezione generale verso le Province: nei Comuni i tassi di partecipazione sono almeno doppi. Ma stavolta è stata però quasi totalizzante, uno tsunami astensivo drammatico, che moralmente e politicamente ridimensiona draticamente la portata di elezioni al minimo comune denominatore.
Ecco perché sembrano esagerati, sbagliati, intollerabili gli eccessi di euforia (“avevamo di fronte una corazzata e abbiamo vinto lo stesso”) di Graziano Milia. Ma anche i positivi giudizi complessivi del suo segretario regionale Silvio Lai. Al primo turno, la “corazzata” del Pdl era in realtà una barchetta a remi, Milia era su un pedalò. Al ballottaggio si sono invertiti i natanti, ulteriormente rimpiccioliti. Il pubblico ha premiato uno sull’altro. Ma era composto da così pochi aficionados da non aver potuto riempire neanche una delle curve del campo. Lo stadio non sarebbe stato neanche aperto. Lo vogliamo ignorare e gridare al trionfo quando è una disfatta di tutti? Inclusi i concreti vincenti delle poltrone, che ora amministreranno ma con un deficit di rappresentanza popolare enorme. Molti di loro, se si guardano alle spalle, vedono il vuoto di partecipazione e adesione.
Il discorso vale anche più a livello generale, con i proclami vagamente trionfalistici di Silvio Lai, segretario di risulta del Pd sardo. Estratto dal cilindro dei castosauri interni: avevano combattuto Renato Soru e felicemente concorso alla sua sconfitta alle irrecuperabili elezioni regionali. Lai si bea del primato al 20 per cento (su metà dell’elettorato.
L’altra, chiamata alle urne, ha risposto: me ne frego) avendo superato il Pdl (16) nella simultanea precipite caduta di entrambi rispetto al voto del 2009. Chi si contenta gode. Inevitabile, specie se una disfatta generale al primo turno, che pareva ipotecare per la destra ovunque in vantaggio anche i ballottaggi , si ribalta sull’esito opposto: per il combinato disposto dell’ulteriore sciopero delle urne e di fattori generali che hanno penalizzato molto più la destra rispetto al centrosinistra. Che resta comunque ancora in discesa, come a livello nazionale segnalato dai sondaggi di “Repubblica”.. Prudenza e realismo consiglierebbero al poco temerario segretario del Pd di non eccitarsi troppo, né di sentirsi il grande vincitore: come lo immagina qualcuno che era stato sempre contro Soru, con i suoi avversari , e ora prova a spacciare Lai come leader emergente.
Ha 15 anni di consiglio regionale alle spalle, non è certo una novità. Da quando è stato eletto, si è segnalato per complessivo, silente grigiore. Ora interpreta il voto come “un avviso di sfratto” allo stesso Cappellacci: contro il quale non ha mai detto una parola. Anzi, è andato a trovarlo quasi privatamente alla Regione, per essere subito mostrato come trofeo alla Giunta che stava per riunirsi nella stanza a fianco. Non ha preso le distanze dal presidente-maggiordomo davanti alle sue enormi, ripetute, clamoroso defaillances mentre la Sardegna veniva massacrata dal governo. Sardomuto anche Lai di fronte allo scandalo dell’eolico, silente mentre Cappellacci fuggiva prima in Consiglio e poi parlava d’altro senza chiarire nulla delle sue scelte determinate da Flavio Carboni e Denis Verdini. Un capo dell’opposizione immaginario.
Ha chiesto a bassa voce le dimissioni del dirigente “nominato” da Carboni-Verdini, notaio Cappellacci, ma arrivando buon ultimo: perfino rispetto al capogruppo della destra, Mario Diana, intervenuto subito con ruvidezza.
Il gladiatorio avviso di sfratto annunciato da Lai, dati i suoi precedenti rapporti di cordialità senza increspature con Cappellacci, somiglia tanto al classico calcio dell’asino. Anche perché il presidente è davvero al capolinea e potrà solo provare a sopravvivere al meno peggio. Ma solo dallo spappolamento del suo partito e della maggioranza potrebbe arrivare il colpo di grazia. Nessuno lo sferrerà (figuriamoci se Cappellacci è uno da dimettersi, come ha fatto Soru) perché l’idea dello scioglimento del Consiglio fa tremare banche i più incavolati. L’opposizione è stata miracolata e questo dovrebbe indurre tutti, a partire da Lai, ad aprire porte e finestre ai giovani nel Pd, a un vero confronto con le altre forze. A provare a ristabilire su basi di umiltà e autocritica i rapporti con i cittadini e gli ex elettori della sinistra. La ripartenza è possibile solo su questo basi. Non avrebbe possibilità e credibilità seguendo su connottu e la formazione politico-genetica del segretario, uguale quella dei sodali immarcescibili: non cambieranno mai se non in ulteriore peggio.
Quindi, in attesa di proporsi come candidato-presidente per il 2013 (è il suo obbiettivo: ma parte da zero, al momento non mostra le qualità di sprinter e neanche di autorevole passista), deve solo provare a restituire ascolto e dignità alla politica del suo partito. Poco coerente anche quella sulla questione morale, brandita poco o nulla: per non disturbare i manovratori a destra, forse anche perché vi è e potrebbe essere pesantemente coinvolto. Lai ha cominciato maluccio, mettendo in campo il nome di Renato Soru come possibile candidato a sindaco di Cagliari. Sapendo da tempo che l’ex presidente – per varie ragioni e nell’attuale frangente – considera l’ipotesi come una provocazione in forma di trappola per segarlo definitivamente. Per tagliarlo fuori dalla scena regionale come obbiettivo minimo, cancellarlo del tutto nella puntata più alta dei finti amici, avversari veri e permanenti. Una mossa da “furbetto del partitino!” che Lai poteva risparmiarsi. O farla – se necessaria – solo d’intesa con Soru. Ma il piccolo castosauro per ora non cambia. Può fare di meglio, se ascolta e si applica: ma senza furbate troppo scoperte. Gli conviene, se vuole andare avanti.
Altrimenti dove porta e va il “partitino” del 20 per cento su metà dei votanti? Ovvero il dieci per cento degli elettori sardi.










Mi piace leggere “parole veritiere”.Complimenti a G.Melis.
Il mio presidente è ancora RENATO SORU,non ne conosco e non ne conoscerò altri.
Per Giorgio Melis:Milia?Ahi!Il lupo perde il pelo ma non il vizio.Si procuri la lista dei fiduciari(11)recentemente arruolati e convenzionati in provincia negli uffici di staff del presidente e degli assessori e capirà molte cose.Capirà come Milia ha vinto le elezioni e come ha dovuto pagare a certi gruppi di potere le sue cambiali.Un nome per tutti:Franco Turco.Se lo ricorda il Turco?Giovane repubblicano rampante,con trascorsi giudiziari per molestie sessuali,factotum di Grauso ai tempi del Nuovo Movimento,capo di gabinetto dell’ex sindaco quartese Galantuomo e più di recente, nel novembre 2009,facente parte della segreteria provinciale del Pdl!!Alla faccia del bicarbonato di soda!Puah!
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