La colpa d'essere sardi, parola di Cappellacci. E se manca il pane, mangiate palazzi e aragoste
di Giorgio Melis
La coltre di un grande maleficio soffoca la Sardegna. E’ trascorso appena un anno da quando Ugo Cappellacci ha conquistato la Regione, issato sulle spalle di Berlusconi. Ma sembra un tempo già lunghissimo, angoscioso. Ci ha risucchiato in una condizione antica ma ora più opprimente.
Perché sembra inesorabile, proiettata a futura memoria: senza speranza, irredimibile. Come ha scritto Luca Telese: “L’isola in cui sono nato non è più Italia. E’ come un’appendice lontana, una colonia dimenticata, un’obsolescenza del passato…..visto che i sudditi hanno già votato, è come se si fosse cancellato un popolo”. S’era detto qualche mese fa in termini analoghi. Dalle stelle alle stalle, via dalla ribalta, giù il sipario, buio in sala. La Sardegna – benché sospesa in una quasi guerra civile fredda attorno a Renato Soru – è passata da anni di illuminazione eccezionale, all’invisibilità dell’irrilevanza. Scomparsa da ogni radar, teleschermo, pagina di giornale nazionale. Di nuovo solo espressione geo-turistica. Insignificante e trascurabile. Politicamente azzerata. Istituzionalmente inesistente. Economicamente in marcia verso il collasso.
In queste tenebre, riaffiora perfino la vocazione della Regione immobiliarista e compradora. Scatta un’impudente vecchia-nuova pulsione palazzinara a spese dei contribuenti. Metafora massima del malgoverno-bis della destra dopo lo scempio del 1999-2004. Manca il pane, alla lettera: in Sardegna avanza la fame vera. Ma l’emergenza che assilla la Giunta è l’acquisto a tambur battente di due palazzoni. Gli stessi - proprietari Sergio Zuncheddu e la Tepor – già concupiti, quasi acquisiti nel 2004 ma cassati da Soru. Destinazione, i dipendenti regionali. Notoriamente stremati in spazi ristretti, a livello dell’Hotel Buoncammino. Subito nuovi uffici: in fondo, cosa sono i 125 milioni da spendere? Manca il pane? Mangiate mattoni. Abboffatevi di palazzi. Farete felici Zuncheddu (ma per carità: lui non ha chiesto niente. Il contratto glielo tirano addosso), la sua ex socia Ketty Corona, l’inossidabile assessore Gabriele Asunis e soprattutto Ugo Cappellacci. Frustrato nel 2004 e che ora, da presidente, può rilanciare l’impegno d’onore e di soldi (nostri) assunto da assessore sei anni fa. Come nei “gialli”, l’assassino torna sempre sul luogo del delitto? Qualcosa di simile: in cinica, diabolica perseveranza. L’operazione s’ha da fare e si farà: i sardi ringrazino.
Anche perché il presidente pensa molto e ha un alto concetto dei conterranei. Lo comunica ad amici eccellenti, al primo contatto solo telefonico. Un’intercettazione dello scandalo nella Protezione civile “ascolta” Denis Verdini (coordinatore del Pdl, grande indagato) che parla con Cappellacci. Gli presenta subito l’imprenditore toscano Fusi. Non si conoscono ma tra i due, al cellulare, scatta una subitanea sintonia-empatia, assoluta convergenza nell’esaltazione dei sardi. Roba profonda, memorabile: come le parole che Claudia Lombardo ha fatto scolpire nel plexiglas in Consiglio. Il tosco Fusi, dopo i convenevoli, spara a Ugo: “Io sono innamorato di quella terra lì (la Sardegna). Un po’ meno dei sardi”. Cappellacci ride e consente: “Guarda…sfondi una porta aperta…perché ho la consapevolezza del vero grande limite della Sardegna: noi sardi….”. Innegabile, ovvio: il limite, il problema sono i sardi. La colpa d’essere sardi. C’è dimostrazione e conferma: hanno perfino eletto Cappellacci. Non si può dargli torto. Né lui può contraddire questo Fusi: al quale stiamo sulla palle per ragioni sconosciute e neanche precisate. Lo annuncia al massimo livello nuragico al primissimo approccio. Tanto basta perché il presidente non chieda ragioni ma si dica d’accordo. E integri autonomamente: i sardi sono “il limite”, un impiccio. Finalmente sappiamo quel che Cappellacci pensa e dice del popolo che l’ha eletto. A livello dei turisti in mimetica che arrivano in Kenya, danno uno sguardo e scuotono la testa: un paradiso, se non fosse per questi sporchi negri attorno. Trovano sempre un Cappellacci kenyota che conferma: è colpa è nostra, siamo abbronzati troppo e puzziamo pure.
Fate spazio per un’altra targa in plexiglas alla Regione per le storiche parole del governatore “sì-buana”: per rallegrare i contemporanei e inorgoglire i posteri. Anche perché l’intercettazione svela come Cappellacci si sia prodotto in un exploit da gentiluomo maestro d’ospitalità sarda. Lo conferma Verdini, che all’amico Fusi descrive le virtù irresistibili del presidente: “C’avrebbe delle aragoste pronte….”. Il colloquio dovrebbe essere avvenuto dopo lo scippo del G8 da La Maddalena: “Un atto cinico al quale non ho voluto presenziare”, ha ribadito il Rettore dell’Università aquilana una settimana fa in diretta su Radio Tre. Dopo il furto della Sassari-Olbia e le altre porcate berlusconiane. Cappellacci avrebbe potuto chiedere scusa in conto nostro, che siamo “il limite”, dunque chiamati alla colpa. Si è trattenuto ma ha rimediato con l’offerta di aragoste: un anfitrione perfetto, onore di Sardegna.
Mancava, questo tocco di classe patriottico, ai vertici di una Regione che onora “la terra più bella del mondo” (Cappellacci dixit) con una politica anti-ambientalista, perfino schierata contro il proprio patrimonio archeologico. Una regressione brutale e totale, che ci ha cancellato dall’orizzonte nazionale. Non fosse per la combattiva, disperata lotta dei lavoratori dell’Alcoa, la sparizione sarebbe assoluta. Meritata perché “il limite” siamo noi sardi: come ci spiega il molto prestigioso presidente, peraltro illimitato. Tutta colpa della sua ascesa, dei contraccolpi della grande crisi? La Sardegna di Renato Soru non era certo il paese del latte e del miele. Con l’eredità di una Regione disastrata dalla destra, il severo risanamento moralizzatore ma doloroso, le riforme, troppe e troppo radicali con inevitabili reazioni dei troppi interessi colpiti, era a metà del guado: molte conquiste sul campo assieme a questioni aperte, errori da correggere. Ma anche chances da cogliere, progetti da realizzare, cambiamenti da completare. Soru non avrebbe potuto fermare i colpi di maglio della crisi, il collasso dell’industria. Ma non avrebbe mai giurato, mentendo come altri, che lo avrebbe fatto. In ogni caso si sarebbe battuto a fondo, con ben altra forza e credibilità del successore-travicello di Berlusconi. Avrebbe resistito contro il governo-nemico per lo scippo a freddo del G8, dei miliardi dei Fondi europei, delle grandi opere progettate e finanziate anche con soldi nostri. Avrebbe probabilmente perso. Ma almeno ci avrebbe provato, forse limitato i danni. Comunque non avrebbe subìto tutto, lasciando infliggere il massimo di penalità materiali e umiliazioni politiche ai sardi.
Di questo, neanche gli avversari più ostili di Soru possono dubitare. Nel 2005 aveva affrontato ai limiti dello scontro fisico un furente Tremonti a palazzo Chigi, davanti al Berlusconi anche allora trionfante. Con lui ancora alla Regione, la Sardegna avrebbe contrastato almeno i colpi peggiori: in forza di sacrosante ragioni e dignità interpretate con durezza. Non sarebbe stato umiliato nell’acquiescenza esiziale: la colpa inescusabile, di Cappellacci. Non glielo dicono e gridano gli abatini dorotei del centrosinistra consociativo e imbelle. Lo contesta a muso duro una larga parte della sua stessa maggioranza, praticamente all’opposizione.
Questa la condizione gregaria e ancillare, un anno dopo la svolta, in cui è sprofondata la Sardegna. Dov’è il grande maleficio? Anche un anno fa i problemi erano assillanti e gravi, alcuni disperati, altri gestibili. Allarmi fondati, questioni drammatiche. Ma anche importanti certezze, prospettive concrete, opere strategiche, risorse, un’idea e progetti di futuro. La destra sta spazzando via tutto, in una restaurazione devastante.
L’angoscia sociale domina un presente disperante nella totale assenza di prospettive. Di recente, un sondaggio commissionato da L’Unione Sarda ha annunciato che la fiducia nel governo regionale e nel suo presidente cresce e di parecchio rispetto a un anno fa. Davvero singolare. Un mese prima, l’annuale, prestigioso sondaggio de “Il Sole 24 Ore” classificava Cappellacci al terz’ultimo posto tra i governatori, ben sotto la sufficienza, in caduta libera di consensi (il 5 per cento in meno) rispetto a quelli elettorali di dieci mesi prima. Nessuna replica. La scivolata così vistosa e significativa era apparsa a tutti assolutamente giustificata. Non una delle mirabolanti promesse fatte da Berlusconi in campagna elettorale è stata mantenuta. Non uno degli annunci del Cavaliere e del suo candidato ha avuto un seguito: semmai ribaltati nell’esatto contrario. Consumando un grande inganno quale mai si era visto nella storia coloniale della Sardegna.
In pochi mesi, quanti hanno creduto a promesse e impegni solenni, hanno verificato concretamente di quale raggiro fossero stati vittime: nei limiti della disinformazione dominante nei media del gruppo Zuncheddu. I sardi già sbendati hanno trovato solo amara conferma a quel che immaginavano e sapevano. Ma gli uni e gli altri non potevano immaginare che alla beffa sarebbe seguito l’enorme, cinico, devastante danno. Anche i sardi che gli avevano prestato acritica fiducia sono ripagati dal Cavaliere col calci in faccia. Depredati. Scippati. Maltrattati come i peggiori nemici. Non ha dato niente ma tolto tutto: un’enormità di occasioni, denari, opere. Soprattutto, le concrete aspettative che alimentavano ragionevoli speranze per diritti già acquisiti e fraudolentemente denegati: come il nuovo regime delle entrate regionali.
E’ questo il maleficio perpetrato nelle forme più odiose e tracotanti, tra Roma e Cagliari: in assenza di reazioni dignitose di un presidente presenzialista, dedito al vaniloquio irrilevante e di una maggioranza impotente e rissosa. E’ la consapevolezza di essere rappresentati da una Regione-zimbello, sede vacante rispetto al governo fellone, che alimenta l’oppressione generalizzata, la sfiducia totale e motivata, tra abulia e rassegnazione. Ecco il maleficio che Berlusconi ha realizzato: contro il quale non si è ancora organizzata una resistenza popolare. Eppure la situazione dovrebbe obbligare alla reazione chi non vuole arrendersi al peggio. Ben rappresentato da un presidente che pensa e dice al primo gaglioffo antipatizzante verso i sardi che siamo noi “il limite”, il vero problema. La colpa di essere sardi. Possiamo smentirlo impegnandoci a disarcionarlo. A riportarlo “a pés in terra”: dove meritava di restare.










solo oggi ho scoperto, con piacere, la ripresa del blog che in passato ha contribuito non poco ad informare in modo chiaro e alternativo alla disinformazione del gruppo l’unione, videolina, mani.
Un chiarimento: ma la data del post (23 feb 2010) è corretta? Oppure era io che non riuscivo a leggervi per miei problemi tecnici?
Mi è piaciuto molto il tuo sito , amo le notizie piace questo sito che la gente ha votato per la squadra di persone per scegliere il twitter più grande squadra e competere per i premi http://www.twitorcida.com.br
Rispondi!
Cerca nel sito
Links
La voce.info
Regione Sardegna
Il manifesto sardo
CUEC
Il Maestrale
Sardegne.com
Paradisola
Articolo 21
Categorie
Visite
Valutazione
Novola di Tag