Hanno fatto un deserto e lo chiamano Sardegna. Parole e misfatti di Ugo-spot, l’uomo che degrada la nobile berritta a cappellaccio da cinico pagliaccio
di Giorgio Melis
S’avanza una varia epidemia calamitosa. Abbiamo fatto il deserto e lo chiamiamo Sardegna. Niente bibliche invasioni di cavallette. La malaria è un ricordo. La siccità è virata da anni in pioggia abbondante ma infeconda. Ma un nuovo maleficio incombe sul cielo offuscato dell’Isola.
La buona terra traligna in mala terra malmeritata, avvelenata, desertificata. Arrivano malattie da piaghe d’Egitto: una uccide cavalli nel nome nobile del Nilo. Echi arcaici inquietanti tracimano dalla peste detta suina, ma pur sempre peste. Endemica e irredimibile ( come la blue tong sempre minacciosa). Dilaga e appesta. Non è un evento accidentale. Si è radicato e nell’assenza di controlli, nella mancanza di rigore. Per colpa di autorità sanitarie indifferenti o complici per passività. Per irresponsabilità di allevatori-untori che estendono l’epidemia e scaricano i costi sulla comunità: rovinando gli operatori scrupolosi e seri di un comparto messo tutto in discussione da pochi felloni. L’agricoltura massacrata e sequestrata evoca un’economia dei campi divorata da locuste umane. In ginocchio quella indomabile dei pascoli. Se il latte di pecora vale meno di un litro d’acqua, anacronistico è il postulato sulla pastorizia simbolo della dinamica rispetto alla statica agricola. Nell’ex panorama industriale, solo ciminiere spente, fabbriche-fantasma, lavoro operaio estinto. Ma distilla ancora nelle viscere della terra veleni inestinguibili. Senza bonifiche possibili, i soldi negati dagli untori: lascito atroce alle generazioni future. Grava sulla Sardegna un clima funesto, da carestia inarrestabile. In parte viene da lontano. Molta è recente. Ci è piombata addosso in pochissimi anni. Subitanea e quasi inavvertita, a parte poche sentinelle inascoltate.
La memoria torna a metà degli anni 60 e seguenti.
Disoccupazione dilagante, nella Sardegna interna ma anche in quella costiera deserta: per capre in attesa di turisti. Unica uscita non di sicurezza, per disperazione – dopo moti popolari a un pelo da violente jacqueries – la grande diaspora di 400 mila sardi. Varcavano per la prima volta l’ostile frontiera liquida del Tirreno. Per affittare le loro braccia ovunque. In miniere, fabbriche, cantieri. Lasciando nei paesi – ceneri fredde nei caminetti spenti – schiere di vedove bianche. Ragazzi di poche speranze. Vecchi usi a stenti antichi e riacutizzati. Una profezia per 40 anni dopo, cioè oggi. L’emigrazione di nuovo unica ma più incerta via di fuga. Da paesi svuotati: “residences” per vecchi che mantengono figli e nipoti con pensioni declinanti. Mentre nelle periferie urbane il degrado materiale accentua quello morale e violento, scatena misere bardane da straccioni per un pugno di euro.
Deprimente eppur necessario evocare questo scenario.
Ci è crollato di colpo addosso un mondo che pochi anni fa pareva, in parte era, carico di attese, speranze generose, pervaso comunque dal senso ritrovato di orgoglio e dignità di popolo. E con questa immagine positiva ed esaltata in Italia e in Europa, eravamo concretamente percepiti all’esterno: come una ritrovata realtà in marcia, un simnolo e esempio per l’Italia sgangherata. Tutto finito, spazzato via in 30 luridi mesi. Ritorno all’insignificanza e irrilevanza, con ri-cadute negative da Sud profondo. A ruota di questa eclisse, sono venuti al pettine nodi inestricabili, disastri industriali in marcia da decenni. Dunque non si ascriverà tutta questa stagione funesta alla restaurazione politica della destra. Ma senza attenuanti per le sue inescusabili responsabilità: animate da spirito di vendetta e cancellazione. In un quadro miserabile, anche autolesionistico. La disfatta per inerzia sulla Tirrenia e poi il grottesco della flotta sarda, prologo al disastro turistico. Il servilismo imbelle sulla cancellazione esiziale del G8, delle risorse e delle opere in cantiere. Nel crescendo di passività letale, si è subìta la grande rapina di stanziamenti enormi sulla nostra scala: perdita irreparabile di risorse insostituibili. Estinguendo nel nullismo strisciante verso il governo-nemico la forza, la dignità, la volontà di resistere dei sardi. Il dovere di governare dissolto nella totalizzante lotta di potere personale a “s’afferra afferra”: senza slancio vero nell’azione per il bene comune, nella minima concordia d’intenti possibile. A differenza di 40 anni fa, la Sardegna ridiventa, ricordando Michelangelo Pira, oggetto senza rivolta. Senza idee, progetti, volontà. Benché la sua pianta-uomo sia molto cresciuta: non nella classe dirigente suicidaria. Questo è lo scenario, riflettiamoci spietatamente per reagire. Benché davanti ai dati economici sottozero, cadano le braccia per le persistenti paginate di pubblicità-regresso dei ruminanti-cemento. Manca il pane? Mangiate brioches al mattone e calcestruzzo o palline da golf. Per i circenses, l’Aga Khan-tziu Paddori- Sardus Pater. Salvifico Babbai Mannu per Sardu-sugo: il top. La nobile berritta, in lui è degradata a cappellaccio da cinico pagliaccio. Come la bandiera dei 4 Mori e di Emilio Lussu consegnata a Berlusconi dai sardisti, officiante il solito Cappellacci. Una vergogna che brucia sempre.
Pubblicato su SARDEGNA24 del 29 settembre











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