Sardi che odiano la Sardegna. In Parlamento e nell’informazione. Soprattutto nella Regione sede vacante, inerte e dannosa
di Giorgio Melis
Sardi che odiano la Sardegna. Quelli col cerino: a ogni estate, la
trasformano in un grande rogo. Quelli (non tutti) in Parlamento: anziché
rappresentarla e difenderla, spesso concorrono a farla umiliare e
derubare. Quelli della Regione: ormai sede vacante come credibile organo
di governo della Sardegna.
Quelli (una parte) dell’informazione:
mobilitata per oscurare i fatti che minacciano l’Isola e disturbano gli
amici manovratori. Al mento, sono tutti in grande spolvero. Ma i guasti
maggiori non vengono dagli untori del fuoco, impropriamente detti
piromani. Brucia soprattutto l’enorme amputazione finanziaria che la
Regione sta per subire. Un miliardo in meno in due anni. In aggiunta ai
3-4 scippati dal governo dal 2009. Sono numeri che ballano, ben noti
agli esperti. Poco comprensibili al comune cittadino. Da spiegare. La
Regione ha un movimento annuo di circa sette miliardi e mezzo, al netto
dei mutui. Se il suo bilancio ormai “sull’orlo del baratro” (parole di
Paolo Maninchedda, sardista estemporaneo di governo) sarà scarnificato
dai tagli annunciati, le ricadute saranno enormi. In tutti i campi,
sulla carne viva dei servizi sociali: in primis la sanità. Un’emergenza
che dura dal 2009. Cos’ha fatto la pattuglia dei parlamentari sardi del
Pdl? Ha subìto tutto: passivamente. I colleghi siciliani hanno avuto
tutto e di più minacciando di far cadere il governo. La Lega
spadroneggia e impone tutto. I cosiddetti Reponsabili un tanto al chilo
hanno preteso e ottenuto. Perfino la SVP altoatesina ha barattato i due
voti, decisivi per la fiducia, in uno scambio con Berlusconi. E i
“nostri”? Tante volte si è chiesto che gli eletti del Pdl annunciassero
a Berlusconi che non avrebbero votato la fiducia se i diritti della
Sardegna fossero stati ancora conculcati. Attenti: parliamo di risorse
nostre, già assegnate o deliberate in legge: sparite per atti di forza e
violazioni impuniti. Mai si è reagito: dove Silvio vuole. La sudditanza
al Cavaliere viene ben prima della difesa della propria terra.
È normale? Certo: corretto, anche. I nominati sono parlamentari più che
dimezzati. Cinque degli eletti Pdl (per tutti Luca Barbareschi) sono
stati paracadutati da Roma: benché estranei anche quando sardi nativi o
di origine: nessuna protesta. Deputati e senatori per grazia ricevuta
non sono rappresentanti nostri ma del Cavaliere. Possono mai obbiettare
qualcosa? Semmai c’è un Nizzi, cocco olbiense di Silvio, che difende
l’azione del governo e nega l’innegabile: sconfessato perfino dal suo
compagnone Cappellacci.
E veniamo a lui, ovvero al presidente-prestanome. L’Ugo-spot che neanche
viene informato di decisioni capitali contro la Sardegna del
governo-amico. Il più nemico dal 1948: ci ha esclusi per la prima volta
dai dicasteri. Ugo ha prima taciuto, ora si scatena. «Servono azioni
forti e determinate». Assalto a palazzo Chigi? Peggio: «Convocherò il
coordinamento delle Regioni a statuto speciale». Davanti a lui trema
tutta Roma. Reparti antisommossa allertati. Quand’è così alterato, non
può guardarsi allo specchio. Va in pezzi. Non lo specchio: lui. Non sa
che Friuli e Trentino hanno già risolto. Mentre lui si affidava a
Silvio, a palazzo Grazioli: «Grazie, Ugo: nel caffè, due cucchiaini, ben
mescolato».
Basta così? L’epilogo è sull’informazione. Da giovedì, 4 su 5 quotidiani
sardi (incluso il nostro, nei numeri zero) sono concentrati sulla
mazzata governativa. L’Unione Sarda glissa: mai in prima. Ieri in una
pagina interna: dieci righe nel pastone sulla manovra. Certi sardi
odiano la Sardegna: ma anche informare i lettori. Cupidigia di servilismo.
(Pubblicato su SARDEGNA24)











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