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Ai ballottaggi con la Regione allo sfacelo, Pdl allo sbando ma vince senza avversari. Silvio Lai è felice: perché è arrivato primo. Ma lui non è mai partito col Pd

di Giorgio Melis
9 giu 2010 | 1.999 views

Aspettiamo i ballottaggi, specie nelle Province non ancora assegnate, con una suspense tremenda. Per gli sbadigli, si segnalano lussazioni mascellari di massa fra gli elettori: resteranno compatti a casa. Ormai sono oltre la depressione più profonda per una Regione allo sbando in una Sardegna allo sfacelo. E per una politica che, a parte alcune belle eccezioni, non ha toccato il fondo solo perché al peggio non c’è limite. Aspettiamo per vedere come andrà a finire nelle piazze più contese, nel Cagliaritano e nel Nuorese. La destra ha rimontato dov’era stata sconfitta nel 2005, quando il centrosinistra aveva fatto l’en plein sulla scia del trionfo di Renato Soru alle regionali del 2004. E’ possibile che espugni anche altre posizioni. Col paradosso di vincere o poter occupare altre poltronissime (si fa per dire) mentre il Pdl – nel clamoroso sciopero delle urne deciso dai sardi – perde oltre il 52 per cento dei voti delle regionali dell’anno scorso. Giusto riconoscimento per le mirabilie della Giunta Cappellacci e il disastroso attacco mosso all’Isola dal governo più ostile e ingannevole che i sardi abbiamo mai sperimentato dal 1948.

Destra in piedi per Zuncheddu: continua la “character assassination” contro Soru. La spiegazione è fin troppo semplice. La destra è allo sbando ma esattamente quanto il centrosinistra e il Pd in particolare. Con la differenza di poter fruire della rendita di potere della Regione, già esercitato con la solita bulimia e spregiudicatezza, distribuendo disinvoltamente “mance” a 360 gradi con i cascami dei mezzi  regionali in esaurimento. Supportando così un consenso che altrimenti sarebbe stato in caduta anche più libera e precipite. Nonostante la copertura totale e militante dell’informazione, specie ma non solo del gruppo Unione Sarda-Videolina (ma la tv, come la dirimpettaia Sardegna 1 sta andando al tappeto come audience e pubblicità per irrilevanza di contenuti, banali e di parte). Il gruppo Zuncheddu copre per quanto può i disastri della Regione, anche con operazioni di una violenza raramente viste. Si capisce bene il livore perché anche stavolta, come nel 2004, il suo campione Cappellacci ha provato ad acquistare con i soldi nostri palazzi di Zuncheddu per cento milioni ma è stato stoppato da Soru in Consiglio. Dunque si continua sul solito refrain dell’appoggio a tutto campo di una Giunta in cui l’azionista di maggioranza è appunto l’editore immobiliare. E se proprio non si possono cancellare i disastri a ripetizione, li si compensa  facendo fumo e bombardando l’unico “nemico” sul campo. Ma tenendo affettuosamente bordone ai tanti amiconi del centrosinistra e del Pd in particolare. Quelli che non disturbano il manovratore Cappellacci. Anzi, di fatto sostenitore esterni, oppositori immaginari che ambiscono solo a instaurare un rapporto “costruttivo” nel solco della tradizione consociativa: ci marciano ma infine hanno perso ogni credibilità e il consenso dei loro ex elettori. Questi gruppi e personaggi sono ben felici quando, per distogliere un poco l’attenzione dalla Giunta e comunque sparare nel mucchio per mettere tutti sullo stesso piano, L’Unione Sarda va a fondo nella sua pratica di “character assassination” di Renato Soru ricorrendo a qualunque pretesto. Cappellacci è indagato con Verdini e Carboni per l’eolico? Subito scatta la compensazione. “Anche Soru nel business dell’eolico”. In verità ha presentato, molti mesi dopo aver lasciato la Regione, una domanda per un impianto a Macchiareddu finalizzato al risparmio sui consumi energetici di Tiscali. C’entra nulla, si può solo colpire un’azienda che, benché a maggioranza di Soru, è risalita a un’occupazione di circa mille persone. Chissenefrega. Conta solo il messaggio: sono tutti uguali, se Cappellacci sgarra, gli altri – il suo “nemico” – è uguale o peggiore. Bruciano ancora il mancato incasso da cento milioni di euro per i palazzi di Santa Gilla. Ma bisogna coltivare l’aspettativa che nella prossima finanziaria possa esserci un contributo (20 milioni) per ristorare il crollo pubblicitario e di ascolti delle tv private, naturalmente pensando soprattutto a Videolina. Così funzionava il mondo sardo fino alle elezioni regionali. Così continua peggiorando via via che la destra sarda al governo si conferma semplicemente disastrosa e umiliante per la Sardegna nel rapporto col governo nemico.

Pd, cacciate gli eretici nemici dei nomenklati felloni: e l’ultimo spenga la luce. Però il Pdl e gli alleati hanno poco di preoccuparsi. Hanno in parte vinto e forse vinceranno ai ballottaggi per il fatto di essere senza avversari, che in concreto risultano i loro migliori alleati. Il problema delle nomenklature del Pd – gusci vuoti senza iscritti ed elettori, solo un poco di sottopancia burocratici nelle segreterie ai vari livelli: l’immarcescibile intendenza – è ribadire il controllo del partito, stangare chi mette in discussione equilibri pietrificati da personaggi al potere da 30 e più anni, sabotare con durezza ogni rinnovamento specie se autentico e non docile. Hanno detto e ribadiscono che si sono perse le elezioni regionali per colpa di Soru: omettendo per pudore il loro ruolo determinante nella vittoria della destra: il fuoco nemico di frange ben individuate e palesi del Pd. Il problema era Soru? Ma allora come mai il Pd ha perso circa il 30 per cento dei suoi voti regionali, quasi 60 mila?  Diventano molti di più se si sommano quelli dei candidati di centrosinistra alla presidenza delle Province e li si confronta con quelli ricevuti da Soru alle regionale dell’anno scorso. Allora, come valutare questi dati, oltre l’enorme rilievo numerico? Il buco nero non era Soru (o lo era solo in parte) ma proprio il partito allora di maggioranza, la sua stupida, cieca ferocia nella scelta di perdere pur di abbattere Soru. Vanno tenuti ben presenti alcuni elementi. L’opposizione di centrosinistra avrebbe dovuto aver buon gioco – se l’avesse praticata con convinzione e credibilità – nella denuncia del fallimento immediato, delle pessime figure della Regione a destra, dei disastri che il governo Berlusconi ha combinato alla faccia dell’annunciata sinergia positiva con la Giunta dello stesso segno. Se incalzata, come si poteva e doveva (basti pensare alla guerriglia contro Soru messa in atto dalla destra per quattro anni e mezzo), Pdl e alleati avrebbero potuto essere facilmente messi all’angolo, rovesciando la sconfitta regionale. Ma il Pd avrebbe dovuto essere credibile nella strategia e negli uomini. E’ apparso invece un inutile, patetico aggregato di personaggi attenti e pensosi del loro potere, determinati ad eliminare ogni dissenso interno ma ben decisi a non esercitare una vera opposizione. Infatti il maggior successo di Silvio Lai è stato l’imbarazzante tete-a-tete con Cappellacci nella sala adiacente quella Giunta, concluso a orologeria per mostrare agli assessori e a tutti il segretario del Pd come ospite-trofeo del presidente.

Un segretario all’insaputa degli elettori Pd e il caso emblematico di Arbau.  Questo Lai, segretario a insaputa sua ma soprattutto degli elettori che infatti hanno disertato forse irreparabilmente le urne con la scheda del partito, è la dimostrazione vivente dell’inesistenza patetica della politica nel Pd. Ha badato bene a sottolineare che pur avendo perso voti a josa, vedendo molto compromesse alcune posizioni determinanti partendo da detentori (le province di Cagliari e Nuoro in particolare), il Pd è ora primo partito al 20 per cento contro il 16 del Pdl. E’ felice di essere arrivato primo in una classifica che lo vede perdente e forse perduto, comunque quasi fuori dalle istituzioni amministrative: a parte Sassari, dove il traino vincente del sindaco Ganau ha salvato anche la Provincia. Davvero, questo abatino senza schiena, ricorda il Walter Chiari dall’aria stolida che sulla sua bicicletta saluta la mamma, contento per essere arrivato al traguardo: ultimo ma arrivato. Mentre il Pd di Lai non è proprio mai partito e si consola con un primato ridicolo: ha perso meno del Pdl  pur partendo da posizioni fortissime e forse restando fuori da ogni ruolo che conta tranne nel Sassarese. Sì, davvero come il povero pugile pieno di pugni e prossimo al crollo che all’ultima ripresa del match si volge all’allenatore e chiede con voce rotta: “Come vado?”. E quello, incoraggiante: “Se l’ammazzi, vai pari”. Ecco Beppe Viola, autore di questo straordinario siparietto, sarebbe stato un efficace, perentorio recensore della infelice sortita di Lai.

Il segretario è assolutamente coerente con la linea sua e di chi l’ha imposto alla segreteria dopo che due anni prima aveva impedito – col concorso attivo di questo cuor di leone – la sua elezione come candidato di compromesso con Soru: forse una sua non pavida accettazione avrebbe potuto cambiare il corso della vicenda regionale. Ma tant’è e il peggio continua. L’esempio più eclatante a Nuoro, dove il combattivo giovane Efisio Arbau si è contrapposto al presidente uscente e contestatissimo Roberto Deriu. Niente primarie per dirimere democraticamente la questione, espulsione per Arbau che non ha rinunciato alla sua lista. Con ragione perché i numeri delle urne hanno dimostrato che Deriu era un cavallo zoppo al punto di essere arrivato terzo, dopo l’avversario della destra e lo stesso Arbau, nella sua Nuoro, che gli ha preferito due “foresti” di Oliena e Ollolai: benché sia proverbiale l’insofferenza della città a personaggi che non avverte come “suoi”. Dopo il primo turno, si è provato a riportare Arbau all’ovile. Ha posto le sue condizioni, forse deliberatamente pesanti per non andare all’accordo e resta all’opposizione. Lo si giudichi come vuole ma è una coerenza giustificata e onorevole.

Pirisi il “cacciatore” umiliato da Arbau nel proprio feudo assieme a Deriu. Arbau stato cacciato dal partito alla vigilia del voto. Espulso su input tremendo del segretario provinciale Peppino Pirisi, sostenuto da Silvio Lai: come poteva decentemente accettare di rimettersi con chi lo aveva sbattuto fuori dal partito appena dieci giorni prima? Ma soprattutto. Silvio Lai e Pirisi appartengono al gruppo interno, quello di Antonello Cabras, che non solo si era visto regalare senza ricusare la piccola vittoria nelle primarie  contro Soru da parte di migliaia di esponenti ed iscritti del centrodestra: avevano inquinato apertamente le urne del Pd, dove nessuno sollevò alcuna obiezione. Lo stesso gruppo aveva portato il partito davanti ai giudici – Cabras in prima persona – per contestare in Tribunale l’elezione di Francesca Barracciu ratificata dalla commissione nazionale di controllo presieduta da Luigi Berlinguer. Con quale legittimità questi personaggi potevano espellere un Arbau che comunque rappresentava una risorsa? D’altro canto c’è stata una smentita clamorosa anche nelle urne. Arbau non solo è arrivato secondo a Nuoro ma ha smazzolato il suo maggior avversario in casa. A Macomer, feudo elettorale di Peppino Pirisi, il Pd ha avuto il 14,7 per cento e la coalizione per Deriu il 18,9. L’eretico Arbau ha avuto dagli elettori il 25,6: uno sfregio a Pirisi inflittogli dagli stessi concittadini.

Perché non se ne vanno, subito? Se si ammazzano (politicamente) forse pareggiano. Cos’altro ci vuole perché i Pirisi come i Lai e soci sgomberino il campo, azzerino tutto e riconsegnino il partito alla speranza di un rinnovamento vero, se ancora è possibile? Figurarsi se accadrà qualcosa del genere. Smascherati nelle urne dal falso alibi su Soru alle regionali, umiliati davanti a una maggioranza a tocchi, assolutamente incommestibili per i loro ex elettori, terranno più che mai stretto il controllo del guscio vuoto del Pd. Partito che non è arrivato e non arriverà da nessuna parte: come Silvio Lai, che però può aspirare a un nuovo ravvicinato incontro con Cappellacci. Sul quale, da tremendo oppositore, non ha detto una parola per lo scandalo con Carboni e Verdini. Scavalcato con grande anticipo perfino da Mario Diana, capogruppo del Pdl, che aveva chiesto le dimissioni dei due personaggi nominati all’Arpas e all’Autorità d’ambito da Cappellacci, il primo su input di Carboni-Verdini. Si capisce fin troppo bene perché L’Unione se lo coccoli e anche La Nuova lo prenda sul serio come leader inesistente. Ci vorrebbe Beppe Viola, per i Lai e affini: se si ammazzano (politicamente) forse arrivano al pareggio con la politica e gli elettori.

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3 commenti »

  • anna dice:

    Ma silvio lai leggerà mai questo articolo?
    Gli farebbe molto bene!!
    Però domenica e lunedì, per favore, votiamo a sinistra.

  • Federico dice:

    ben tornati!!!!!!!!bravissimi!!!!!!

  • Emily N. dice:

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