mercoledì 10 giugno 2009
di Cinzia Isola
Le promesse mancate creano delusione e forse astensionismo. Quelle mantenute da un politico sui generis, e in grande ascesa, come Antonio Di Pietro producono invece grandi sorprese. Sarà questo il senso, la sostanza, dell'Italia dei valori? Sta di fatto che con Giommaria Uggias, la Sardegna sarà rappresentata a Strasburgo. Contro ogni previsione pre elettorale, senza poter contare un seggio autonomo per la regione sarda, con appena 17mila voti e poco più. Eppure ce l'ha fatta: il candidato olbiese vola al Parlamento europeo insieme alla compagine allestita dall'ex magistrato di mani pulite: Sonia Alfano, Pino Arlacchi, Luigi De Magistris, Vincenzo Iovine, Niccolò Rinaldi e Gianni Vattimo. Un miracolo che si realizza per effetto della rinuncia dello stesso Di Pietro e di Leoluca Orlando: resteranno nel Parlamento italiano, spianando la strada a Uggias e aprendo dopo vent'anni le porte del parlamento europeo all'Isola.
«È un risultato storico», per usare le stesse parole del neo euro deputato dell'Idv. «Un candidato sardo riesce a essere eletto al parlamento europeo dopo quasi 20 anni. Ringrazio gli elettori e soprattutto Antonio Di Pietro che ha rispettato i patti». Un patto personale che regala alla Sardegna un incredibile risultato. Un patto che non è riuscito a siglare, se mai ipotizzato, il Popolo delle Libertà: lascia a casa la candidata sarda Maddalena Calia, nonostante gli oltre 115mila voti ottenuti nella consultazione di sabato e domenica scorsi.
Lei è pronta ad impugnare la proclamazione degli eletti, perché - sostiene- ci sono gli estremi per fare un ricorso: «Il collegio Sardegna-Sicilia che avrebbe dovuto eleggere otto rappresentanti è stato penalizzato, con il riconoscimento di soli sei eletti anziché otto, a favore del Nord-Ovest. Questo - spiega lo staff elettorale di Maddalena Calia - è avvenuto per una errata applicazione del principio proporzionale. Al collegio del Nord Ovest sono state infatti attribuiti due seggi in più, che però spettavano a quello Isole, solo perché si è registrata una maggiore affluenza alle urne anche se le elette hanno ottenuto una 22.000 e l'altra 25.000 voti». A fronte degli oltre 116.000 della candidata sarda.
L'ottimismo pre elettorale, per ora, è stato premiato solo dai numeri. E a nulla è valsa, come ricordava la Calia sul suo sito, la decisione di Silvio Berlusconi. Che, per venire incontro alle esigenze della Sardegna, ha scelto un candidato unico. «Questa opportunità - scriveva la candidata del Pdl - se colta dall'elettorato, garantirà con successo l'elezione del rappresentante sardo al Parlamento europeo e cambierà positivamente il futuro della Sardegna». I sardi, visto l'astensionismo, probabilmente, non hanno colto. E il suo raccolto ha fruttato solo una poco nutriente, sebbene considerevole, soddisfazione personale.
Le cose, se possibile, vanno pure peggio in casa Pd. L'ex segretaria Francesca Barracciu fa il pieno di voti, ma non passa. Conquista quasi 117mila preferenze, record nell'Isola, senza vincere l'ambita poltrona del parlamento europeo. Si poteva fare qualcosa? Chi lo sa. Magari seguire Berlusconi nella scelta del candidato unico ( l'altro esponente del Partito democratico, Bruno Dettori, ha ottenuto 57.655 preferenze). Oppure il Partito democratico sardo poteva intraprendere una strategia con quello nazionale e siciliano affinché la Sardegna riuscisse nell'impresa che oggi porta la Sardegna in Europa sotto le insegne dell'Italia dei valori.
Non c'è di che stupirsi. Del resto il Pd nella circoscrizione sud sacrifica Rosaria Capacchione, giornalista del Mattino, minacciata dalla Camorra. Sacrificata perché tenuta in ombra durante la campagna elettorale,come lei stessa denuncia all'indomani del risultato elettorale, che pure gli attesta 73mila preferenze. La sintesi è perfetta nelle sue parole: «Sono voti d'opinione, non d'apparato e se il Pd meridionale avesse creduto davvero nei valori della legalità e del rinnovamento, e si fosse impegnato, come invece ha fatto il Pd siciliano, il mio risultato sarebbe stato molto diverso. E anche quello del Pd meridionale nel suo complesso, sarebbe stato più positivo».
Le preferenze restano un caposaldo della democrazia, ci mancherebbe. Ma dirottare il voto, incoraggiandolo in maniera strutturata, non violerebbe affatto la volontà di rinnovamento che si butta al vento con mille parole dentro il Partito democratico. Passa, invece, con oltre 100mila preferenze Andrea Cozzolino, che vola a Strasburgo e lascia vacante l'assessorato alle attività produttive della giunta regionale campana guidata da Antonio Bassolino. Forse tutto ciò è democratico, ma certamente non ispirato ad un reale rinnovamento della classe politica, una bella casacca colorata di novità ma, evidentemente, troppo stretta per il Pd.
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