mercoledì 10 giugno 2009
Scorrono immagini in bianco e nero, sullo schermo allestito nell'Aula del Consiglio regionale. Nel contributo filmato del giornalista Rai Jacopo Onnis quelle immagini d'epoca ripercorrono le giornate della nascita dello Statuto e della prima Assemblea sarda: cronaca pura, essenziale, con le testimonianze dirette dei protagonisti del percorso che portò all'autonomia isolana. Da Emilio Lussu alle testimonianza dei primi consiglieri regionali. Sessanta anni fa esatti, con una celebrazione ritardata di qualche giorno dopo la tragedia dei tre morti alla Saras.
Cronaca ma anche messaggi, ad ascoltare bene le parole di quei protagonisti: c'è il padre del Partito sardo d'Azione, a esempio, che sottolinea come «l'autonomia», quella, «può rientrare nella famiglia del federalismo come il gatto in quella del leone». In quella frase di Lussu c'è tutta la delusione per uno Statuto approvato, e mutilato, in extremis dal Parlamento italiano: erano le 22 del 31 gennaio 1949, il termine massimo scadeva alla mezzanotte. Sempre in coda, sempre ultimi.
Corsi e ricorsi della Storia, se si considera come oggi la Sardegna sia considerata dal governo nazionale: buona per paracadutare candidati alle elezioni politiche, ottima come banco di prova di Silvio Berlusconi durante le ultime regionali. Con tanto di promesse dimenticate il giorno dopo il voto. Almeno allora i rappresentanti dell'isola a Roma lavorarono per un progetto comune sotto il nome di «gruppo sardo». Trasversale, unito. Provate a chiedere agli onorevoli di oggi di superare gli steccati dei partiti di appartenenza.
Il peccato, in questa giornata di celebrazioni, è che il filmato arrivi al termine della cerimonia. Le belle immagini precedute da belle parole. Che sono praticamente le stesse, quelle della presidente del Consiglio regionale Claudia Lombardo e del presidente della Regione Ugo Cappellacci, pronunciate in occasione de Sa Die de sa Sardigna. Questione di coerenza, quindi di un obiettivo che dovrebbe essere ben radicato: se non fosse per questi primi mesi di governo dell'isola del centrodestra, tutti in attesa delle decisioni romane senza cui non si fa un passo.
È Lombardo, prima donna a guidare l'Assemblea sarda, a sottolineare come «recentemente si è rinvigorito il dibattito sulla necessità di una rivisitazione critica della nostra Carta di Autonomia Speciale. E questo certamente non per effettuare una semplice perifrasi di quella esistente ma, per dotarci di una nuova Carta costituzionale sarda, originale moderna e avanzata sulle prerogative autonomistiche e di una nuova consapevolezza identitaria e nazionale sulla quale basare i presupposti per la riscrittura delle norme fondamentali che regolano la nostra autonomia e sostengono le ragioni della nostra specialità».
Nobile, se non fosse che i conti con il governo nazionale si devono fare. E si fanno in posizione subalterna per la spinta ottenuto durante la campagna elettorale: quella sarda sarà «una specialità che, a detta di alcuni, potrebbe essere minacciata e scomparire in un futuro ordinamento federale della Repubblica. Certamente no. La nostra specialità deriva da diritti storici, frutto di processi ultrasecolari, che non possono essere dimenticati. I sardi, e il loro parlamento regionale, non intendono rinunciare alla loro specialità in nome di una ipotetica parità di impronta federale. Ciò rende possibile affermare che fino a quando esisterà una terra e un popolo di Sardegna, questi all'interno dell'ordinamento statale della Repubblica saranno connotati dai caratteri della nostra specialità».
La prova sembra già scritta: «La legge sul federalismo fiscale recentemente e approvata in via definitiva, oltre a dare piena attuazione al dettato dell'articolo 119 della Costituzione, in materia di fiscalità agli enti locali, ci ha conferito uno storico riconoscimento: quello del principio di insularità che consente l'adozione di apposite misure di compensazione alle diseconomie imputabili alla nostra particolare condizione geografica». Messa nero su bianco dal governo. Lo stesso che ha poi tentato di minare la continuità territoriale aerea o ha reagito in maniera tardiva, su preciso richiamo dei parlamentari dell'opposizione, all'ipotesi sui tagli dei collegamenti marittimi della Tirrenia per il nord dell'isola: dopo aver ostacolato in tutti i modi la conclusione della proroga della concessione alla compagnia napoletana, anzi allungandola per accontentare l'elettorato partenopeo.
Sulla riformulazione dello statuto punta forte anche Cappellacci: «Confermo e riaffermo con decisione la necessità irrimandabile della riscrittura del nostro statuto d'autonomia speciale. Quest'obiettivo è uno dei cardini del programma politico della coalizione che ha vinto le elezioni. Questa maggioranza ha operato una scelta federalista e nazionalitaria, liberale, moderata e non massimalista, ma decisa e convinta con l'obiettivo di ottenere, non alle calende greche, ma prima possibile, un nuovo statuto d'autonomia speciale per la Sardegna: confidando nella centralità del Consiglio regionale su questo tema costituzionale. È la sfida strategica della legislatura».
C'è dell'altro: «Trovo che sia opportuno, oltre a rivendicarne la riscrittura pretendere l'attuazione completa dello statuto vigente in quelle parti per niente rispettate e attuate nel governo della cosa pubblica». L'esempio è l'articolo 12, quello sulle zone franche: «Risultato di una visione profetica e lungimirante di federalismo fiscale dei padri dell'autonomia, non realizzata purtroppo in Sardegna nei 60 anni di vita autonomistica». C'è tutto l'impegno «affinché il decreto che istituisce le zone franche in Sardegna divenga realtà».
Di impegno ne servirà molto: «Il consiglio regionale è ancora la culla dell'autonomia o il bambino rischia un silenzioso soffocamento? L'autonomia di oggi è diversa da quella del passato e va declinata diversamente. Da 20 anni parliamo di rivedere il nostro statuto. In 10 anni non siamo stati capaci di fare una legge elettorale per la Sardegna e abbiamo speso una legislatura in un dibattito inutile sulla Costituente». Il ragionamento dell'esponente del Pd Gian Valerio Sanna è netto: «Credo che non andremo molto lontano se non riusciremo nel superamento delle appartenenze rispetto al primato dell'autonomia», dice l'ex assessore agli Enti locali. «Il meccanismo delle appartenenze soffoca e controlla il nostro operato. Dobbiamo sviluppare la capacità di rimuovere i blocchi che impediscono lo svolgersi dell'attuale autonomia, anche di tipo legislativo. Abbiamo bisogno di meno reminiscenza storica e di più operosità, di essere dei riformisti operosi».
Ripartire dallo spirito di sessanta anni fa. Lo ricorda Felicetto Contu dai banchi dell'Udc: c'era, quel 28 maggio del 1949, e faceva il funzionario del Consiglio regionale che si riunì nell'aula del municipio di Cagliari: «La sensazione è che in quel periodo l'entusiasmo fosse di pochi», ricorda, «e che in molti prevalesse l'incredulità sulla tenuta di questa istituzione. Ma nessuno, neanche allora, pensò all'autonomia come a un miracolo irrealizzabile: ma come a qualcosa in cui credere e sperare. Oggi, nelle differenze di ognuno di noi, serve unità per l'obiettivo comune di una Sardegna che cresce e va avanti». Belle parole, appunto: ma servirebbe superare davvero quelle appartenenze. E per ora non si vede il modo.
(mamu)
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