martedì 09 giugno 2009
di Giorgio Melis
Quasi nessuno si è accorto o ha segnalato, se non in due parole, il dato-record nazionale dell'astensione in Sardegna: terra da sempre di partecipazione elettorale larga e convinta, mediamente ben al di sopra del dato meridionale. Eppure sono numeri incredibili, senza alcun precedente: neanche il 41 per cento di votanti, quasi 25 per cento in meno della media nazionale. L'Isola della super-astensione non fa notizia, è ignorata. Nessuno o quasi si occupa di capire perché e percome. È la conferma di quel che andiamo dicendo da metà febbraio. La Sardegna è ridiventata un ectoplasma politico, irrilevante e insignificante, trascurabile espressione geografica restituita alla passata imponderabilità. Nel momento in cui si è consegnata a Papi-Berlusconi e al figlioccio Cappellacci, rientrando nell'omologazione servile simboleggiata dall'umiliante consegna della bandiera sardista al Cavaliere e bevendosi come una pozione magica le sue mirabolanti promesse tutte tradite e rovesciate in danno e beffe in due mesi, i sardi sono apparsi agli occhi degli italiani dei poveri minchioni di cui non valeva più neanche la pena di occuparsi.
Il grande credito, l'attenzione, il rispetto, i continui riferimenti e reportages sul modello-Soru in Italia e dall'estero sono stati spazzati via nell'opinione pubblica extra-isolana non solo dalla scelta pro-Berlusconi che candidava il suo lacché ma anche dai modi con cui è avvenuta questa scelta: ovvero con l'impegno a scorticare i glutei berlusconiani di tanti sardi dalla lingua a spatola. All'esterno si è valutato correttamente quello che era accaduto, ben prima che lo capissero i tanti sardi per i quali era molto meglio un rozzo magliaro padrone e colonizzatore esterno piuttosto di uno spigoloso presidente autoctono, con i suoi limiti ma che sicuramente era un “indigeno” a vero presidio delle ragioni, interessi e rivendicazioni sarde con qualunque governo: quello Berlusconi dal 2004, poi Prodi, di nuovo Berlusconi. Oggi anche i sardi hanno capito di essere alla mercé di quel che decide Roma ai loro danni, perdenti e perduti perché senza rappresentanza decente e dignitosa. Siamo diventati l'Isola che non c'è più rispetto a quella che fino a febbraio scorso era un punto di riferimento per mille iniziative, con un'immagine e un prestigio altissimi: come ben sanno gli emigrati sardi nel mondo.
Non è una questione che a oggi, con questa dirigenza regionale e anche con una parte dell'opposizione timida e inadeguata, possa essere affrontata o raddrizzata. Ormai tra Lega trionfante al Nord e anche al centro, Sicilia in trincea con Lombardo contro il governo anti-meridionale del Pdl e Bossi, la Sardegna è davvero uno scoglio disperso al centro del Tirreno: nessuno se ne curerà essendo stati i suoi abitanti a consegnarlo a una nuova e forse irrecuperabile marginalità.
È possibile che nell'astensione perfino esagerata abbia giocato anche un crescente distacco dalla politica italiana, espresso con nuove spontanee pulsioni indipendentistiche che serpeggiano da tante parti, fatte proprie per strumentale opportunismo dell'ultim'ora dal Psd'az di Maninchedda. L'idea di un'indipendenza salvifica è l'ultima spiaggia dei disperati magari generosi e degli avventuristi. Ma è anche una ridicola tentazione. Cos'ha di appetibile e futuribile la separazione della sgangherata zattera sarda dalla scialuppa italiana, a rischio naufragio a opera dello stesso governo che ci sta affondando e anche delle stesse forze all'opposizione che qui si sono prodigate per inabissare Soru? Insomma, nessuno indichi questa ipotesi anacronistica come una via di fuga o un'uscita di sicurezza: può al massimo portarci a galleggiare come un relitto verso Malta o il Nord Africa. Per chi ci crede e non vuole arrendersi ma combattere e resistere, occorre ricominciare da capo, con tenacia e volontà, gettando il cuore oltre l'ostacolo di una fase disperante. Col tempo, e se si troveranno le idee e gli uomini giusti, si potrà riprendere la marcia verso un nuovo inizio. Sempre che il centrodestra al governo della Regione, come dal 1999 al 2004, non rada al suolo quel che resta. In particolare, la cementificazione delle coste. La privatizzazione antisardi delle spiagge come della sanità. Il massacro delle casse. Il degrado morale, politico e amministrativo. Il culo parato verso ogni padrone esterno per quella pulsione autocolonialistica che è il male eterno della Sardegna. Combinato con la cultura dell'invidia e la guerra civile, l'autofagia che all'ombra del rifiuto del capo impone di sgarrettare chiunque provi a mettersi alla guida con forza e disinteresse di questa terra malmeritata.
Allora, l'unico, vero dato politico del non-voto europeo è il rigetto tardivo e forse inutile di tanti sardi per la tragica scelta di consegnare la Sardegna al baro Berlusconi e alla sua controfigura genuflessa Cappellacci. Se ci fosse bisogno di controprove, La Maddalena sbaraglia ogni parere contrario. Nell'arcipelago tenacemente anti-Soru sino alla fine - nella primarie del Pd, in campagna elettorale e nel voto - benché miracolato dalle sue scelte poi azzerate illegittimamente dal profeta Berlusconi, ha votato appena il 30 per cento degli elettori. Ma anche su questa minima partecipazione è stato ribaltato il dato regionale, col Pd che ha surclassato l'ex vittorioso Pdl. Ecco, lo scenario regionale manda lo stesso messaggio. L'astensione di massa, col recupero del Pd sul Pdl (ma entrambi perdono voti in misura diseguale rispetto alle regionali), è un'amara rivincita per Renato Soru, una durissima condanna per il centrodestra di Cappellacci alla Regione e di Berlusconi sul piano generale per la truffa clamorosa perpetrata ai danni dei sardi. Oltre la quota di renitenti al voto perché poco si credeva alla possibilità di eleggere un deputato a Strasburgo (responsabile la destra che non ha votato la norma del centrosinistra e poi Berlusconi che si era impegnato per il collegio sardo), l'astensione anomale, esagerata è un calcio in culo al Cavaliere-magliaro e ai suoi reggicoda locali: un voto di grande significato, numerico e politico. Un voto contro la destra soprattutto, che le urne riportano in minoranza presso l'elettorato che si è espresso ma probabilmente anche in quello che ha disertato i seggi. Basti pensare che Berlusconi, capolista anche nelle isola per la sua bulimia di plebiscito personale finito in flop, è stato superato in preferenze sia da Francesca Barracciu che da Maddalena Calia, per la quale non ha speso una parola facendo campagna solo per sé.
Con una temeraria arrampicata sugli specchi insaponati, Mariano Delogu ha sostenuto che il pareggio del Pd sul Pdl è normale perché l'astensione altissima premia l'opposizione rispetto alle forze di governo. Un ragionamento che sta in piedi come un sacco vuoto. Primo: anche nazionalmente, il Pd ha patito l'astensionismo in misura uguale o superiore al Pdl. Secondo, il Pd ha quasi raggiunto il Pdl sardo in discesa, perdendo anche lui voti rispetto a febbraio. È certo che larga parte degli astensionisti viene da destra, di delusi o pentiti che hanno reagito alle prevaricazioni infami del governo contro la Sardegna, agli impegni traditi nel vergognoso silenzio connivente della banda di ascari alla guida immaginaria della Regione. È possibile che una parte abbia perfino cambiato fronte. Ma l'astensione presumibilmente maggioritaria a destra non ha affatto risparmiato l'altro schieramento. Sono tantissimi, come è ben noto a chiunque abbia interpellato persone con antenne sul territorio, gli elettori del centrosinistra che hanno preferito il mare o la campagna alle urne. Yes, week end, hanno detto in tanti, annunciando il fine settimana in vacanza anziché ai seggi. Perché ancora furibondi specie contro il Pd, nel quale rialzano la testa quelli che hanno sabotato Soru: inclusi quelli che hanno trascinato il partito in Tribunale rifiutando il giudizio degli organi nazionali, impresa storica di Cabras e Fadda senza uguali in tutta Italia.
Conclusione. I voti espressi e scrutinati sono sfavorevoli anche pesantemente al Pdl: con accentuazioni territoriali che mostrano la vitalità della sinistra dove si era manifestata anche alle regionali e nonostante l'insediamento dell'ag-Giunta Cappellacci. Ma oltre i dati, l'astensione è un enorme segnale per e contro il centrodestra regionale: contro i suoi disegni di devastante restaurazione e la vergognosa subalternità, il codardo ossequio al Cavaliere e chiunque altro contro l'interesse dei sardi mai così maltutelato. La campana suona fragorosamente a martello per gli schiavetti di Papi-Silvio, a partire dagli alleati del Pdl che accettano di tutto e di peggio. Suona anche per il Pd, cui viene offerto il brodino di un rimbalzo elettorale in discesa nonostante lo scarso attivismo e aggressività verso una maggioranza finora ridicola. Può usare il blando ricostituente per rimettersi in linea ricostruendo il partito ricorrendo a figure che davvero abbiano credito e seguito e puntando sui giovani: incalzando non solo in Consiglio ma nelle città e nei paesi, nelle piazze e fra i cittadini una Giunta che minaccia di dare il colpo di grazie allre già scarse prospettive e alla credibilità perduta della Sardegna. Il Pd non andrà da nessuna parte, se nei ruoli significativi resteranno i notabili che lo hanno portato al disastro in passato e più di recente, anche giocando sporco contro il partito, la Sardegna e Soru. Ma anche la sinistra radicale, che pure ha avuto un vano successo rispetto al dato nazionale, e l'Idv in forte ascesa non andranno oltre la testimonianza e la sterile autogratificazione se non ritroveranno col Pd le ragioni dello stare insieme per contrastare il berlusconismo sempre più leghizzato e antimeridionale e difendere la Sardegna dal nullismo politico attuale.
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