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martedì 09 giugno 2009

«Nell'isola risultati dati dall'astensione»
Il Pdl minimizza la frenata in Sardegna
ma nella maggioranza sale la tensione:
«Confronto con governo e partiti alleati»

di Marco Murgia

Tutta colpa dell'astensionismo. Non delle promesse mancate o delle soluzioni prospettate, e dimenticate nel giro di tre mesi, per i problemi dell'isola: compresa quella sulla separazione tra Sicilia e Sardegna per il voto al Parlamento europeo, che è la causa principale della scarsa affluenza alle urne. È nel disinteresse per una consultazione ritenuta inutile che il centrodestra isolano cerca la giustificazione per la mezza debacle del voto europeo. Vince il Popolo della libertà, sì, ma di appena un punto percentuale rispetto al Pd. Perde, il Popolo della libertà, a sommare le preferenze tra la maggioranza che governa al di qua del Tirreno e quelle dell'opposizione nel palazzo del Consiglio regionale: qualcosa come 10 punti, 55 a 45,7 per la coalizione di centrosinistra rappresentata in via Roma. A neppure quattro mesi dalle elezioni regionali, quella della vittoria schiacciante per il centrodestra sardo, il segnale che arriva dalle urne non è da poco.

Parola d'ordine, nel gruppo di maggioranza, è minimizzare. Succede anche a livello nazionale e l'esempio, neanche a dirlo, è Silvio Berlusconi. Risulta il più votato, ma con meno preferenze rispetto alle tornate precedenti del 1994 e del 1999. Nel 2004 fece meglio, ma governava già da tre anni: non commenta, per ora, ma sa bene che questo risultato è lontanissimo dalle previsioni rilanciate sino a tre giorni fa. Non a caso sembra che ad Arcore, man mano che i dati arrivavano dal Viminale, il clima non fosse dei migliori: «Ho tirato la carretta da solo», avrebbe detto ai collaboratori più stretti. Segno che la tensione c'è ed è palpabile: qualcosa non ha funzionato, altro che semplice astensionismo.

In Sardegna ancora meno e la testimonianza è tutta nei numeri. Pesano quelli sulla scarsa affluenza alle urne, ipotizzabili e ampiamente previsti per l'impossibilità di mandare un europarlamentare a Strasburgo. Ipotesi puntualmente verificata. Secondo il presidente della Regione Ugo Cappellacci, che sulla carretta del Cavaliere in febbraio era l'ospite illustre, il risultato del voto «È pretestuoso caricare di significati un'elezione a cui hanno partecipato solo il 40 per cento degli aventi diritto. Il fenomeno richiede, ovviamente, una riflessione per cercare di capire e arginare il malessere che attraversa la nostra società. Il tempo dei bilanci e dei giudizi arriverà».

Risultato non significativo, lo rilanciano anche i coordinatori del Pdl in Sardegna Mariano Delogu e Claudia Lombardo: perché «è noto che quando il numero dei votanti è basso il risultato percentuale premia le opposizioni: così può essere spiegata la buona percentuale di voti ottenuta in Sardegna dal Pd e dall'Idv». Il senatore e la presidente del Consiglio regionale vedono però il bicchiere mezzo pieno: «Non può essere in nessun modo sottovalutato il fatto che il Popolo della libertà ha fatto registrare in Sardegna una percentuale del 36,7 per cento che supera di un punto quella nazionale e di ben sei punti quella delle scorse elezioni regionali. Questo sono cifre che si commentano da sole».

Letti così, i dati premiano ancora il centrodestra. Però c'è l'altra faccia della medaglia: ci sono poco più di cinquemila voti di scarto con il Pd, cioè un punticino di differenza con il Pd. C'è la candidata del Pdl Maddalena Calia che ha preso meno voti dell'esponente democratica Francesca Barracciu. C'è La Maddalena che punisce con le urne lo scippo del G8, dopo che l'arcipelago aveva contribuito non poco all'affermazione di Cappellacci. E, a voler guardare per forza alle ultime regionali, c'è il recupero del partito di Franceschini che nell'isola fa un balzo in avanti di undici punti, dal 24,7 per cento di febbraio al 35,5 di sabato e domenica: roba inimmaginabile solo qualche mese fa.

In mezzo ci sono quasi quattro mesi di promesse dimenticate e Sardegna messa all'angolo dal governo nazionale. L'analisi compiuta arriva dal parlamentare del Pdl Bruno Murgia: «L'astensione l'ha fatta da padrone», dice. Certo, «il risultato del Pdl complessivamente soddisfa, ma oltre all'avanzata del Pd dobbiamo registrare un forte astensionismo che ci ha penalizzati. Le cause? Direi che sono state elezioni poco sarde, mentre la Sardegna affronta gravi problemi. Hanno giocato un ruolo fondamentale la perdita del G8 e le promesse mancate sulla Sassari-Olbia, che i sardi hanno percepito proprio male. Su temi del genere», sottolinea il deputato nuorese, «chiediamo più presenza al governo nazionale. Detto questo, il Pdl sardo non deve assolutamente smarrire la bussola del cambiamento, soprattutto nelle politiche di sviluppo che non possono rimanere ancorate ad un concetto fallimentare di industria».

Preoccupato il commento di Mario Diana. Secondo il capogruppo del Popolo della libertà in Consiglio regionale il risultato sardo è tutt'altro che privo di significato: «Premia ancora una volta il Pdl, ma la crescita dei partiti di centrosinistra è un campanello di allarme che non deve essere sottovalutato. È giusto rimarcare l'ottimo risultato registrato dal nostro partito, che fa ben sperare in prospettiva futura visti i gravosi impegni che ci troviamo ad affrontare alla guida della Regione e che pure non ci hanno penalizzati nel risultato elettorale, segno che un numero crescente di elettori sta apprezzando il lavoro della giunta presieduta da Ugo Cappellacci. Tuttavia non si può negare che, nel complesso, i partiti del centrosinistra abbiano raccolto percentuali maggiori rispetto a quelli del centrodestra. Va detto che due dei partiti che formano la coalizione di maggioranza non hanno partecipato a questa tornata elettorale. Inoltre, si puo' facilmente notare quanto abbia inciso sul risultato il consenso personale di alcuni candidati: solo cosi' si possono dimostrare le affermazioni dell'Italia Dei Valori in Gallura, del Partito Democratico in provincia di Sassari e della Lega Nord in Ogliastra».

Premesse su cui diventa «necessario porsi degli interrogativi sullo stato di salute della coalizione di centrodestra, che nelle ultime settimane non ha dato la migliore immagine di sé, mostrandosi disunita e lasciandosi andare talvolta a polemiche personali che gli elettori dimostrano di non apprezzare». Ogni riferimento allo scontro con il capogruppo dell'Udc Roberto Capelli, compagno di coalizione alla guida della Regione ma non per le europee, è tutt'altro che casuale: «L'imminenza di importanti appuntamenti elettorali come le provinciali del prossimo anno e la responsabilità di affrontare la grave crisi economica in cui versa la Sardegna ponendo le basi per il suo sviluppo economico negli anni a venire, ci impongono una seria riflessione sui rapporti tra i partiti alleati, che devono essere più improntati alla coesione e al dialogo, lasciando da parte i tatticismi e le ambizioni personali per profondere il massimo impegno nel progetto comune che siamo chiamati a realizzare». Più lavoro e meno slogan, in sostanza: segno che la Sardegna inizia a sorridere un po' meno. Nel centrodestra soprattutto.

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