mercoledì 19 Novembre 2008
di Andrea Pusceddu
Pochi giorni prima dell'election day americano si era sparsa la notizia che alcuni attivisti del PD erano volati negli States, per aiutare Barack Obama nel rush finale verso la Casa Bianca. La notizia era notevole sotto diversi punti di vista: per prima cosa perché il fatto che il Partito Democratico abbia degli attivisti implica l'esistenza di una qualche attività, cosa che però appare contraddetta da molte evidenze sperimentali. Secondariamente, ci ha creato un po' di apprensione sapere che il PD voleva aiutare Obama, visto che non è che in Italia sinora si siano visti clamorosi risultati né sul piano elettorale né tanto meno su quello della strategia.
Entrambi questi fattori sono invece risultati determinanti per far tornare i Democratici (americani) alla Casa Bianca. La campagna di Obama è stata a detta di tutti gli analisti praticamente perfetta: poche gaffe e passi falsi, nessun messaggio contraddittorio, sapiente equilibrio tra una chiara condanna dell'amministrazione precedente e la necessità di lasciarsela dietro spalle per poter guardare al futuro con speranza. Mettiamola così, allora: se gli strateghi di Obama sono riusciti a far eleggere una persona che di secondo nome fa Hussein e che sino a quattro anni fa era sconosciuta anche agli addetti ai lavori, di certo non saprebbero che farsene dei consigli o del supporto dei nostri cosiddetti attivisti.
A pensarci meglio, però, potrebbe essere vero il viceversa. Una volta rimpatriate, le teste d'ariete veltroniane potrebbero far tesoro di quanto visto e riportare a casa qualche cosa di buono, se proprio non fosse possibile subappaltare le prossime campagne elettorali agli spin doctors americani.
Così, invece che affrettarsi a tirare il presidente eletto per la giacchetta, a dire quanto siano forti le affinità tra il PD e l'asinello a stelle e strisce, si potrebbe iniziare a prendere esempio su alcune cosucce.
Per dirne una, ci piacerebbe le candidature alle prossime europee fossero gestite con la trasparenza che il prossimo presidente USA sta applicando ai reclutamenti del suo staff governativo.
Si tratta un questionario, pubblicato online, che contiene una sessantina di domande che richiedono informazioni piuttosto scomode. Si parte dai finanziamenti ed i mutui ricevuti, alle referenze professionali e le eventuali azioni disciplinari subite, passando poi per la situazione economica propria e dei propri familiari, donazioni ed eredità comprese. Bisogna inoltre essere in regola con il pagamento delle tasse, non avere mai avuto contatti con istituzioni che discriminassero per razza sesso e religione, aver pagato sempre e regolarmente i contributi alle baby sitter.
Carina anche l'idea di fornire una lista di tutte le persone con cui si è coabitato negli ultimi dieci anni (non è specificato se gli stallieri sono compresi o meno), ed specificare il link alle proprie pagine web, blog, MySpace e FaceBook. Si potrebbe obbiettare come una lista di questo tipo sia un po' come i tornelli di Brunetta: un espediente populistico ed inefficace, sebbene di buona resa mediatica, ed in effetti sicuramente non c'è questionario al mondo che possa certificare onestà, buonsenso e correttezza di chicchessia.
Nonostante questo, lo screening voluto dal presidente eletto potrebbe comunque sortire degli effetti positivi, se non altro nell'evitare alla futura amministrazione imbarazzi e facili attacchi. Speriamo, per il bene del pianeta, che Barack Obama si dimostri più bravo e prudente del nostro centrosinistra nello scegliere di chi fidarsi, in maniera tale da risparmiarsi tragicommedie come quella che sta toccando qui a noi per la presidenza della Commissione di Vigilanza Rai.
Una vicenda, questa, di assoluta insignificanza per l'intero Paese, specie in un momento come questo, ma che sembra assorbire tutte le energie dell'opposizione, come sa essa dipendessero le sorti della nazione. Ed invece no, è soltanto l'ennesima squallidissima storia di spartizione di poltrone, seggiole e strapuntini lautamente ricompensati. C'è però un qualcosa c'è da notare, in questi sfiancanti mesi di quorum mancati, veti incrociati, scioperi della fame del solito pasionario, dichiarazioni, appelli e contrappelli.
Questo qualcosa è che il PD ha dimostrato - in piena continuità con la legislatura precedente - una assoluta ed a questo punto cronica inettidudine sia sul piano tattico che su quello umano. Ancora una volta, infatti il centrosinistra si è fatto rubare le caramelle dagli avversari come già era successo con Sergio De Gregorio alla commissione Giustizia, ed ancora una volta si dimostra che la selezione all'ingresso fatta dagli ex DS e Margherita è stata tutt'altro che stringente. Perché, a questo punto delle due l'una: o Riccardo Villari è un galantuomo, e vuol rimanere a presiedere la commissione Rai per far uscire l'azienda pubblica da questa situazione di stallo, oppure è un prezzolato bottegaio che si è venduto al centrodestra pur di poggiare le terga su una comoda pelle Frau.
Nel primo caso, il PD non ha nulla da temere. Nel secondo più che sbraitare nei confronti del PdL, Walter Veltroni dovrebbe per prima cosa chiedere scusa agli elettori, e spiegarci cosa intende fare perché ciò non accada più.
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