lunedì 27 Ottobre 2008
di Andrea Pusceddu
“Mi chiamo Amber, e farò di tutto per rendere quanto più gradevole la vostra permanenza qui”
La nostra permanenza non sarebbe altro che una cena, in una steak house piuttosto elegante nel centro di Houston. Per mostrarci il menu, Amber ci porta dei piatti campione, avviluppati nella pellicola trasparente, li indica e ci enumera peculiarità e delizie di ciascun taglio di carne, con lo stesso tipo di cantilena mnemonica ed erudita di una guida turistica.
Sembra sia una costante di questi posti il fatto che il cameriere si presenti col suo nome, cercando con ogni mezzo di farti sentire al centro delle sue attenzioni e delle sue premure per tutta la durata della cena. Non si può svuotare a metà il bicchiere che te lo vedi piombare dalle spalle, svelto e silenzioso come un'ombra, per riempirtelo nuovamente fino all'orlo. Sembra quasi di essere in bar del nuorese, dove far ubriacare l'ospite è quasi una questione d'onore, solo che qui lo fanno anche con l'acqua.
Il motivo di tutto ciò, alla fine, è semplice. Gran parte dello stipendio del cameriere, ed in alcuni casi persino il cento per cento, è costituito dalla mancia (qui la chiamano tip) che il cliente lascerà a fine pasto. Ci sono regole non scritte che ne stabiliscono l'entità. Quindici per cento è lo standard, vuol dire che si è stati soddisfatti. Per meno di questa cifra qualcosa è andato male.
Questo rapporto quasi padronale tra cliente e cameriere provoca eccessi di servilismo e di invadenza ai quali noi europei non siamo abituati. Sono sinceramente imbarazzato, quando per la terza volta Amber mi chiede se tutto è a posto.
Le dico di sì, ma davvero, mia dolcissima Amber che dopo aver sentito il mio accento mi racconti che tua nonna era italiana, davvero tutto sarebbe perfetto se non fosse per la maledettissima aria condizionata.
A Houston fa ancora caldo, ma non in maniera insopportabile. Le giornate ricordano il settembre in Sardegna, quando ancora si può andare al mare, ma l'agosto torrido è già un ricordo.
Eppure, vado giro con un maglioncino perché quando si sale in macchina o si entra in luogo chiuso si è costretti giocoforza a scontrarsi con un'altra piccola grande mania di questo bizzarro paese che mi provoca contemporaneamente invidia e compassione, ammirazione e stizza.
Il condizionatore, negli Stati Uniti, è qualcosa che sembra andare al di là del semplice mezzo tecnologico, per diventare una sorta di credo da rispettare ed onorare, sempre e comunque. Il fatto che qualcuno abbia inventato una manopola di regolazione, che permetterebbe di scegliere temperature più gradevoli, non sembra degno di nota. In qualunque situazione climatica, faccia caldo o meno, la temperatura è sempre impostata al minimo, ed un getto gelido ti investe appena sali in auto od entri in uffici ed hotel. Le tempie mi pulsano per lo shock termico, dopo due giorni che son qui ho già il mal di gola. Per fortuna in albergo sono riuscito a disattivare l'infernale marchingegno che faceva somigliare la mia stanza alla cella frigo di una macelleria, ma basta uscire in corridoio per sentirsi in uno di quei racconti di Jack London in cui si finisce per morire assiderati in una tempesta di neve e ghiaccio.
Forse mi avventuro in una psicanalisi da quattro soldi, ma mi chiedo che cosa ci sia dietro a questo atteggiamento. Naturalmente alla base c'è il fatto che l'americano medio non sia particolarmente sensibile al problema del risparmio energetico. Perfino Barack Obama, intervistato da Rolling Stone, ammette che sarà difficile chiedere alla popolazione di spegnere le lampadine quando esce di casa o di limitare le temperature dei riscaldamenti, perché in molti ci vedranno una limitazione della propria libertà, che consiste anche nello stare a casa in t-shirt quando fuori nevica, ed magari dormire la notte con una coperta in piena estate.
Ma forse, almeno qui in Texas, c'è di più. Probabilmente c'è l'ansia di voler controllare la meteorologia, dominare le stagioni e piegarle ai propri desideri. Si tratta di un esorcismo, perché il clima da queste parti fa paura.
Trovare una camera libera negli alberghi di Houston non è stato facile: in questi giorni la città è invasa di tecnici addetti alla ricostruzione e di periti assicurativi. L'uragano Ike ha visitato la città e la costa verso metà settembre. Non ha creato i disastri di New Orleans, ma alcuni grattacieli hanno riportato danni, molte case sono state scoperchiate. Riconosci i tetti volati via dal blu sgargiante dei teloni che il governo ha fornito con i primi soccorsi. Quando Jim me lo spiega, tiene però a precisare che altri aiuti i texani non ne hanno voluti, perché non è loro abitudine “stare ad elemosinare”. Il riferimento alla Louisiana è neanche troppo nascosto.
Mentre infiliamo un sottopassaggio autostradale aperto da poco tempo, Jim guarda i canali di scolo e scuote la testa. Si dice preoccupato del fatto che si possa allagare in caso di piogge troppo violente. Rimango sorpreso, non pensavo che il Texas avesse il problema delle piogge, ma il fatto è che le mie nozioni su questo paese sono più che altro tratte da film e da fumetti, e quello del cowboy con l'ombrello non è un classico del Western.
Eppure, mi spiegano, le piogge ci sono, e violentissime. In poche ore può venir giù anche mezzo metro d'acqua, con conseguenze che sono di solito devastanti.
“É terribile”, dico, senza immaginare che sette ore più tardi le drammatiche notizie dell'alluvione nel Cagliaritano inizieranno a raggiungerci, qui a novemila chilometri di distanza. Quando ci svegliamo, la mattina, in Italia sono già le due del pomeriggio ed ormai i contorni della tragedia sono netti. Cerchiamo, tra internet e cellulari, di avere notizie più precise. Raccontiamo ai nostri conoscenti texani delle case distrutte e delle auto trascinate dal muro d'acqua di Capoterra e Sestu. Non c'è però bisogno di spiegare molto, è evidente che sanno benissimo che cosa sta affrontando la gente dalle nostre parti.
Ma ormai è tempo di fare le valigie, si torna a casa.
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