venerdì 24 Ottobre 2008
di Giorgio Melis
Tutti dicono “calamità naturale”: banalità ripetitiva, falsa e deliberatamente fuorviante per occultare le responsabilità vere e note. Nel suo nome apocalittico e assolutorio, si chiedono periodicamente interventi straordinari, grandi finanziamenti pubblici spesso tardivi o tardivamente erogati alle vittime. Ora basta prendersi in giro o ingannare i cittadini. Chiamiamole col loro vero nome, accusatorio. Sono calamità innaturali, attentati umani non della natura. Provocati in gran parte dall'uomo: il peggior nemico della natura, dell'ambiente, del territorio in cui vive, opera, specula, distrugge. La natura segue indifferente il suo corso dal tempo dei tempi, ora normale, ora devastante. Anche nel nubifragio che ha spazzato il Cagliaritano - falciando vite umane, facendo un deserto dove si era preteso di creare dissennato, selvaggio sviluppo edilizio contro ogni legge di natura, umana e vecchio buon senso antico - l'eccezionalità delle precipitazioni ha avuto effetti disastrosi ma non determinanti nelle conseguenze ultime sulle persone e sul territorio. Ma gli eventi straordinari sono diventati da tempo ordinari. Anche e soprattutto nella stessa zona del disastro di mercoledì, che ha replicato quelli rovinosi di dieci anni e trent'anni fa. Appunto la normalità - a scadenza periodica ma sicura e incombente sempre - dei picchi di piovosità di solito dopo fasi siccitose, inchioda i colpevoli alle loro responsabilità per le nefandezze di molti e pochi anni fa (magari con altre ancora in corso) e per non aver messo in sicurezza zone a densità abitativa enorme e al riparo dai pericoli da loro stessi creati.
Parliamo di sindaci e amministratori comunali, in combutta con gli speculatori e i boss del mattone e del cemento con un potere di pressione e corruzione che entra come un coltello nel burro nella mollezza morale di politici locali: quasi sempre ben sostenuti se non pressati da esponenti regionali. Quanti ex sindaci di zone così ci sono in Consiglio regionale? E non mancano i parlamentari ed ex coinvolti fino al collo e al servizio di grandi interessi speculativi di personaggi e gruppi notissimi: davanti ai quali non solo alzano le mani ma le tendono per chiedere favori e altro, ricambiando concessioni contro l'interesse dei cittadini. L'edificazione selvaggia da Cagliari verso i territori confinanti - condotta sempre dagli stessi gruppi, in cordate collusive tra loro e in sinergie trasversali con politici e amministratori - non ha solo sfregiato l'ambiente ma violentato il territorio, portandolo ad altissimo rischio idrogeologico: inutilmente denunciato da decenni da esperti, ambientalisti, politici non collusi. Vince sempre il re cemento foderato di banconote fruscianti, di scambi incestuosi tra palazzinari e amministratori locali e regionali, visibilità, potere in altri campi. Della serie, vedo un buco e lo sfrutto. Ci sono aree dove si è costruito in ogni spazio disponibile. Foderando di cemento, coprendo od ostruendo ogni torrente in secca, l'alveo dei fiumi e gli argini, ostruendo ogni via di fuga delle acque. La natura non si vendica, si riprende quando crede e vuole gli spazi suoi da sempre, magari disertati per anni o decenni e che l'uomo-mattone crede di poter occupare illusoriamente: venendone spazzato via con le vittime non della natura ma di chi l'ha violentata.
Hanno chiamato sviluppo il massacro del territorio ora riportato a deserto, ripudiando o cancellando i vincoli e le norme di salvaguardia. Nella cultura dell'illegalità dominante e negli ultimi vent'anni dilagante - tra irresponsabilità cinica degli amministratori, abusivismo tollerato se non incoraggiato nella certezza dell'impunità, condoni che ri-devastavano il territorio e la legalità incoraggiando nuovi abusi permanenti - si è fatto di tutto, di troppo e soprattutto di peggio. In un mix di affarismo politico-speculativo contro i cittadini. Quelli che pagano sulla propria pelle e nei loro averi, a partire da case magari ancora da pagare, le colpe dei primi. E poi è l'intera collettività a dover pagare tre volte questo “sviluppo” esiziale: 1) con la devastazione del territorio e degli equilibri idrogeologici; 2) le infrastrutture pagate dal pubblico ma pilotate dove si realizzano speculazioni private 3) l'intervento straordinario e di ripristino dopo le calamità umane dette abusivamente naturali. Questo è il discorso ultimo, non fermarsi al contingente ma risalire al pregresso e tirare le somme complessive dello scempio del territorio e della legalità.
Andrà ancora e sempre così, se non si smantellerà la cultura dell'illegalità amministrativa, fin quando non si affermerà il primato delle regole. E la stessa miscela che ha portato alla devastazione di tante parti delle coste sarde: ora bloccata dalle norme di salvaguardia che Soru ha introdotto e che vengono combattute con ogni mezzo, irriducibilmente, anche con l'uso improprio di referendum fallimentare fatti pagare - come tutto il resto - dai contribuenti. In questo triste Consiglio regionale di fannulloni parolai (“un posto di poltroni pieni di poltrone”, accusava 36 anni fa Oreste Pili: brillante dirigente sardista che perse l'intrepida moglie tedesca in un'alluvione, a Capoterra), ancora si ritarda l'approvazione della legge urbanistica benché la disfatta dei referendari abbia dimostrato che i sardi non sono affatto contro ma largamente a favore dei vincoli. Presentati dal centrodestra e non solo come elemento negativo, blocca-sviluppo.
Quale sviluppo, quello della città lineare cementizia sulle coste? Questo delle lottizzazioni selvagge e illegali ma legalizzate dal potere di corruzione degli speculatori sugli amministratori locali e i loro capibastone di più alto livello? La legge urbanistica non è bloccata per legittimi dissensi da comporre in sintesi alta sui contenuti. E' lo strumento, solo l'ultimo, impiegato nelle faide di partiti ed ex, per regolare conti politici e personali vecchi e nuovi, per usarla come arma di ricatto nella guerra delle candidature per le elezioni regionali. Questa e solo questa è la penosa realtà del nostro “parlamentino” cinico e baro, coincisa con la morte di tante persone e la disperazione angosciosa di tantissime famiglie. Ma pensate che anche in questo luttuoso frangente, un personaggio sempre più squallido e improbabile come Ignazio Artizzu, l'uomo di An e del Casic di Sandro Usai, compare politico-referendario e di battaglie grottesche contro i rifiuti napoletani di Mauro Pili, è riuscito ieri a ritirare fuori la storia del volo di ricognizione nell'elicottero dei carabinieri - richiesti ufficialmente - di Renato Soru con alcuni imprenditori nazionali sui terreni del Sulcis-Iglesiente. L'obbiettivo era ottenere un loro interessamento all'acquisto e valorizzazione turistica. In quell'occasione il presidente era stato accusato di tutto, in particolare di voler “svendere” le are a imprenditori amici. Risultato dell'affaire immaginario: gara deserta. La Regione ha dovuto riproporla, pare con risultati finora modesti, frazionando le aree in uno “spezzatino” che favorisse l'acquisto anche di porzioni minime, accessibili anche a piccoli imprenditori. Con tutto ciò, e mentre si manifestava il lutto per il disastro di Capoterra, si è ritirata fuori ignobilmente questa storia senza capo né coda. Dimostra quanto senso di responsabilità e di decenza alberghi in un'assemblea di fannulloni extra-lusso: peccato che Brunetta, tascabile o meno, non possa intervenire come fa indiscriminatamente contro i dipendenti pubblici, tutti confusi nello stesso mazzo di nullafacenti.
Ma a proposito della tragedia di Capoterra, nessuno - nel clima di censura, autocensura o appoggio servile - ha segnalato l'assordante silenzio di Silvio Berlusconi verso il disastro che ha colpito una parte non piccola dei suoi “cari concittadini sardi”. Come si è rivolto a noi da palazzo Chigi per invitare-intimare (nella vulgata dell'Unione Sarda, che aveva imboccato il premier nella sceneggiata premeditata con un inviato-invitato speciale) di andare a votare per il referendum montato da Pili e bocciato sonoramente dall'elettorato. Napolitano ha espresso il suo cordoglio, Fini lo ha fatto alla Camera, Schifani con un messaggio al prefetto di Cagliari (dimentica che è il presidente della Regione ad avere la rappresentanza ufficiale e istituzionale della Sardegna). Da Berlusconi, non una parola, che si sappia, un telegramma, un messaggio, un segno di vita e di attenzione. Distratto o indifferente? Una ritorsione per il flop del suo appello referendario? Disattento ai sardi, proprio no. Anzi, attentissimo: ma solo per il suo interesse d'immagine ed elettorale, che stavolta non c'era. Non gli era sfuggita la visita del Papa, durante la quale (caso unico, senza precedenti e forse senza seguito) si è prodotto in una penosa invasione del sacro col profano politico-elettorale: purtroppo assecondata da Ratzinger. Sui morti di Capoterra, su questo disastro, sulle vittime, non una parola. Meglio così, anche perché disvela e conferma la strumentalità cinica e offensiva del suo dirsi “sardo” nella colonia mondana, circondata dal servilismo dei cani arcoriani nuragici accucciati in attesa che il padrone lanci qualche boccone. Meglio questo silenzio assordante, clamoroso e esaustivo. Meglio doverlo vedere e sentire solo per appelli referendari respinti al mittente. O a ogni vi(si)ta di Papa: sperando che il Vaticano non sia ancora connivente ma respinga l'intromissione che ha infastidito tanta parte del clero e dei fedeli.
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