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lunedì 6 Ottobre 2008

Vacilla il Pil, crolla il Pili. Urne oscurate?
Vana crociata da Unione e Videolina
Lo squillo anti-Soru, una pernacchietta…

di Andrea Pusceddu

Mentre gli economisti di tutto il mondo osservano preoccupati il crollo del PIL, dalle nostre parti ci dobbiamo più modestamente occupare del crollo del Pili.

Il battagliero deputato sardo aveva investito moltissimo sulla consultazione referendaria del 5 ottobre. Purtroppo per lui doveva trattarsi di un hedge fund, visti i risultati. Si è perso su tutte le ruote, comprese quelle delle zone costiere che - secondo la vulgata - dovevano essere particolarmente astiose verso chi aveva bloccato lo sviluppo edilizio in costa, e pronte finalmente a ribellarsi contro una legge che - sia per i detrattori che per i sostenitori - era diventata il simbolo dell'attuale Giunta Regionale.

Ed invece, ancora una volta ha vinto l'astensionismo, come del resto ampiamente previsto da quasi tutti.

Che poi questa astensione sia stata dovuta ad ignoranza, menefreghismo e colpevole disinformazione, oppure al contrario sia figlia di un motivato calcolo ed interesse, nessuno potrà dirlo con certezza.

Certo, sarà arduo sostenere la tesi del referendum passato sotto silenzio, vista la potenza di fuoco messa in campo dal più grande quotidiano regionale e dalla prima emittente televisiva sarda, che di tutto hanno fatto per pompare la causa referendaria, e non sempre con la cristallina terzietà che sarebbe stato lecito aspettarsi in situazioni come questa.

Delle due l'una: o nessuno guarda mai Videolina e legge l'Unione Sarda, oppure la comunicazione c'è stata, abbondante anche se non di certo ottima.

Eppure - scommessa anche questa vinta in partenza - ci sarà chi, misteriosamente accantonata la valenza politica del referendum, visto che i sardi hanno fatto spallucce alla spallata, invocherà lo spettro di una dittatoriale censura da parte della Regione, quasi che spot ed allarmistici servizi sugli scempi della salvacoste siano andati in onda alle tre di notte dopo gli spot dei telefoni erotici.

Personalmente, speriamo soltanto che le interviste e le dichiarazioni post elettorali ci risparmino almeno chi imputerà il flop anche alla bella giornata di sole, ha incoraggiato più le gite fuori porta che non le file ai seggi. Bisogna però evitare anche di cadere nell'errore opposto, quello di pensare che, se appena il venti per cento dei sardi è andato alle urne, ne deriva che Soru e la sua giunta hanno una popolarità dell'ottanta per cento. Il fatto è che i numeri parlano, ma lo fanno soltanto quando ci sono, per il resto si tratta al massimo di supposizioni o di educate guessing, come dicono gli anglosassoni.

Se però qualcosa si può dire, su questo colpo a vuoto che è tornato utile solo per regalare qualche giorno di vacanza agli scolari, è che è stato l'ennesimo sintomo di una malattia che sembra ormai endemica: quella della politica ormai incapace di "fare politica", di fare proposte od anche lotte che vadano al di là della solita tiritera della spallata, del rovesciamento dell'avversario sull'onda di un furor di popolo che le non certo brillanti menti dell'attuale classe partitica cercano invano di sollevare.

Il referendum doveva essere il primo squillo di tromba di una marcia trionfale verso la presidenza della Giunta da parte di un centrodestra talmente poco autorevole da dover aspettare da Roma (od Arcore, se vi pare) l'indicazione del candidato alle prossime elezioni.

Ne è venuta fuori una pernacchietta, sommessa ma percepibile.


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