martedì 30 settembre 2008
di Andrea Pusceddu
A noi che economisti non siamo, non converrà addentrarci nei tecnicismi relativi a subprime, futures, hedge funds ed altre diavolerie finanziarie. Una cosa, però, ci sentiamo di dire, mentre il crollo a Wall Street di queste ore aspetta solo l'alba per varcare l'Atlantico e far scempio anche a Piazza Affari e nella City.
La questione di base è che il capitalismo ha attualmente vinto non per una intrinseca robustezza o bontà di fondo, ma per semplice abbandono del principale contendente, quel comunismo morto nella fine degli anni ottanta tra i calcinacci del muro di Berlino e quelli - purtroppo non altrettanto inerti - dell'Unione Sovietica. Una vecchia teoria economica di Adam Smith - uno dei padri dell'economia classica - prevedeva che in un libero mercato la tendenza di ciascun individuo a perseguire il proprio profitto in maniera egoistica portasse comunque ad un miglioramento del livello di benessere per la collettività.
Sebbene gli economisti moderni abbiano poi considerevolmente rivisto questo principio - noto come teoria della mano invisibile - negandone la validità, è evidente che tale fideismo - non molto diverso da una cattolicissima fiducia nella Provvidenza - abbia da sempre sorretto le man dei governi, statunitensi ma non solo.
Pensiamo ad esempio al piano reaganiano di riduzione delle tasse alle imprese: il tornaconto di grossi centri di interesse come quelli delle multinazionali era nelle idee di quella amministrazione il magico volano che avrebbe portato il benessere non solo a Wall Street, ma anche in Main Street: nelle strade, cioè, tra la gente.
Nulla di diverso dal celeberrimo “Meno tasse per tutti”, o da quanto fece Margaret Thatcher a suo tempo. Sotto lo slogan - anche questo attribuito al presidente ex attore - “lo Stato non è mai parte della soluzione, è parte del problema”, le istituzioni hanno permesso che banche ed istituti di credito partorissero creature informi come certi derivati che - a detta anche di espertissimi - sono prodotti talmente complessi da essere praticamente incomprensibili anche alla gran parte degli addetti ai lavori. Ed invece - con buona pace di chi ha sempre scandito il facile ritornello - siamo arrivati ad un momento in cui lo Stato non è soltanto parte della soluzione. È - con ogni probabilità - la soluzione, l'unica via di uscita.
Malgrado le complicatissime meccaniche della finanza internazionale, alla fine la soluzione che lo Stato prospetta, e che i banchieri attendono con apprensione, sarà semplicissima e banale, alla portata di tutti: si tratterà di fare una bella collettona da settecento miliardi di dollari, pagata da ogni singolo contribuente americano, compresi quelli rimasti senza casa e lavoro.
La collettività americana, in pratica, acquisterà i rottami delle società miseramente fallite, pagandoli però con moneta sonante. Lo Stato nazionalizza le banche e le finanziarie, ma solo nel momento in cui questo conviene a queste ultime. Nei momenti di boom, qualunque minima ipotesi di regolamentazione, moralizzazione, limitazione degli scambi finanziari ha provocato subito una bella levata di torce e forconi contro lo spettro del comunismo.
E, visto che per essere spettri bisogna prima passare a miglior vita, ci può anche stare che il fantasma di una nazionalizzazione socialista si aggiri in queste ore a Wall Street o nella City londinese. È, però, un fantasma che è stato evocato a gran voce dai tutti i super-manager con provvigioni a sei zeri.
Del resto, molte delle resistenze da parte del Congresso nei confronti del piano di salvataggio di Bush sono in ultima analisi ascrivibili al fatto che questo piano è esattamente l'antitesi di tutti i principi che sinora erano le tavole della legge per banchieri e broker. Gli apostoli della deregulation, quelli che col libero mercato si sono fatti le barche e magari comprati un intero atollo hanno deciso che in questo momento conviene cambiare gioco: un po' come i giochi a guardie e ladri che facevamo tra bambini quando, spalle al muro davanti ad una stella da sceriffo di cartone, dicevamo facciamo che ora il poliziotto sono io e tu sei il ladro.
Il comunismo è morto, ma il capitalismo non si sente tanto bene. Ha scoperto che la mano di Adam Smith è fin troppo invisibile, ancor meno di quella di uno spettro.
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