mercoledì 14 maggio 2008
di Cinzia Isola
Il malumore c'è tutto, anche se in quello che sarà il Popolo della Libertà cercano di nasconderlo. La nomina di un solo sardo nella squadra di Berlusconi colpisce eccome. Al di là delle dichiarazioni di facciata - «È lui il primo ministro sardo», dice Pili; «Aspettiamo le azioni nell'isola ma abbiamo grande fiducia», rilancia Massidda - è uno smacco grosso: nella storia della seconda Repubblica era successo solo nel governo tecnico di Lamberto Dini. Per il resto la rappresentanza della Sardegna, tra ministri e vice e altri incarichi, era sempre stata importante: a fronte di campagne elettorali molto meno strombazzanti. Era stato lo stesso Cavaliere, nell'ultimo tour prima del voto, a magnificare quella che definiva «la nostra isola»: non c'è bene, se questo è il risultato.
Pure quel nome, Giuseppe Cossiga, non è che piaccia a tutti. Ci sono i convenevoli di rito - ancora Pili e Massidda - ma c'è anche chi avvisa che quell'unica scelta potrebbe essere il preludio a una «imposizione dall'alto» anche in vista della corsa alle regionali 2009: parole del sindaco di Cagliari Emilio Floris, che quando parla del partito lo fa a ragion veduta. Se così fosse, sarebbe una disfatta. È uno dei motivi per cui Bruno Murgia, deputato di An che per il Cavaliere mostra meno referenza, parla «di un patto da siglare subito» con il capo del governo: «La Sardegna la conosce bene», ma meglio mettere immediatamente i puntini sulle i.
Resta il fatto che l'isola ancora una volta ha funzionato da vetrina luccicante: buona per attirare consensi. Nel PdL nessuno lo dirà apertamente ma da altre parti, a mani libere, il discorso è quello. «Dispiace che nel governo non ci sia una rappresentanza sarda», dice il capogruppo dell'Udc in Consiglio regionale Roberto Capelli: «Perché, diciamola tutta, Cossiga non è sardo». Il punto è uno solo: gli esponenti del Popolo della Libertà «si sono mostrati pocos, locos y mal unidos»; incapaci «di mostrare unità nelle indicazioni per i ministeri ma anche per i sottosegretari». Non vale neanche il fatto che le decisioni siano arrivate direttamente dal premier: come in molte altre situazioni, taglia corto, «anche in questo caso dipende dalle nostre propensioni, non dalle determinazioni esterne». In due parole: «Si sarebbe potuto fare e ottenere di più».
La Berlus-colonia vista dal centro sinistra non è solo un'Isola, quella sarda, snobbata dal Cavaliere errante. È la sintesi della considerazione pratica che il Premier ha dei politici locali. «Una regione a statuto speciale avrebbe avuto necessità di una rappresentanza adeguata», commenta la socialista Maria Grazia Caligaris, «prendiamo atto che Berlusconi ha una concezione personalistica del governo e della politica: evidentemente non ritiene di avere tra i sardi figure in grado di aiutarlo. Così quella della Sardegna è l'immagine di una Sardegna da vetrina».
Tra i primi a commentare il Governo orfano di politici sardi, Giulio Calvisi:«Ce lo aspettavamo: Berlusconi ritiene che l'Isola non abbia nessun peso politico. Un atteggiamento coerente», commenta il neodeputato ed ex segretario regionale dei Ds: «per lui si tratta di un'entità geografica dove ha una casa». Non bastavano le liste con riserva continentale che, per volere di Silvio, hanno offerto asilo politico a “forestieri” o sardi nominali (vedi Saltamartini, Barbareschi, Testoni, Vella e lo stesso Cossiga, l'unico che è riuscito nell'impresa di ottenere uno spazietto).
Insomma: dopo il danno la beffa: «Se non fosse che da quelle parti c'è poca ironia, invierei un telegramma ai colleghi del Popolo delle libertà: temo lo stiano vivendo come la rivelazione della considerazione di Berlusconi per i politici sardi». Per Francesco Sanna, eletto senatore nelle liste del Partito democratico, però, non c'è da gioire: «Lo dico con rammarico: è finita la generazione degli anziani (Pisanu), e anche quella delle giovani fila. La stagione 2001-2006 si è consumata», commenta Sanna, «e trovo puerile la risposta di Mauro Pili che indica Berlusconi Primo ministro della Sardegna».
Chi lo sa: forse assecondare ancora una volta il leader supremo gli farà guadagnare sul campo della sottomissione un incarico prestigioso in futuro. Ma per ora i fatti parlano chiaro: liste sarde occupate in posizione chiave da strangios catapultati dall'alto e nessun incarico nel Governo per sardi doc. «Meno male che per essere candidati alla guida della Regione e in consiglio regionale bisogna avere la residenza», ironizza il senatore di Iglesias. Già: meno male che almeno lo Statuto, quello della Sardegna, è autonomo.
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