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sabato 10 maggio 2008

Nel nome di Aldo Moro, l'alta lezione
di passione politica di Pietro Soddu
un maestro che scalda i cuori e le teste

di Nanni Spissu

Quanto è ancora dolente il ricordo di Moro, quanto poco, ancora, abbiamo elaborato quel lutto, perchè le sue ragioni ci appaiono sempre più lontane da ogni desiderio e possibilità di scoprire un perchè decisivo, incontestabile, trasparente.

Quanto quel ricordo sa segnare la distanza da questo oggi, in cui tutto appare semplificato nella sua risposta così scoperta a ogni egoismo dichiarato, mai più velato almeno da un' ombra di pudore.

Questo società è impudica, lo è dichiaratamente. E lo è senza dubbi, senza nemmeno quel lieve fremito che l'impudicizia può provocare in una società pudibonda.

Moro sapeva guardare alla realtà da costruire come qualcosa da guidare in un processo i cui termini, i cui percorsi, non potevano essere svelati se non dall'umiltà della ricerca e dalla grandezza del dubbio. Così si generava anche sofferenza, perchè la via d'uscita dal dubbio è la fatica di decidere, di scegliere, portando sulla spalle pesi e croci, quando sembra si possa intravedere una via.

Il percorso dal dubbio alla verità, a quella per un tempo determinato, sta tutto dentro la capacità profetica di chi è chiamato a scegliere, di chi trova, al fine, il senso di quello che sta intorno e è capace di capire che guardare avanti, non fermarsi, significa attraversare il guado, perchè di là, oltre, sta il domani, quello unico tra i possibili. Di qua dal guado sta invece la fine, sta la miopia di chi non sa capire, stava, nelle preoccupazioni di Moro, nella caduta dei sogni, nella decadenza della democrazia, che non è se non la si sa reinventare, per conservarla vitale, ogni giorno.

Pietro Soddu ha ricordato Moro a Cagliari ieri sera: padrino Gianmario Selis, con Pinuccio Serra. Testimoni del tempo, per niente nostalgici, affatto rassegnati, per niente stupiti da questo oggi così prevedibile. Ma anche così lucidamente consapevoli che il cammino da percorrere è lungo, magmatico, perchè sa promettere amarezza e delusione, ma che va intrapreso con umiltà e consapevolezza che i tempi sono ormai altri, che dobbiamo ritrovare motivazioni profonde per un impegno non sterilmente legato ai ricordi e al come eravamo.

Semmai dobbiamo apprendere lo stile di quello statista che aveva sempre dentro di sè il rovello di capire quali strade avrebbero consentito al domani di essere ancora profondamente e radicalmente democratico.

Il coraggio di scegliere. Il coraggio di uscire da uno stallo in cui la politica italiana si trovava perchè una larga parte di elettori erano di fatto esclusi dal governo della nazione. Questo era un problema di democrazia, quando per il Partito Comunista l' esclusione dal governo della repubblica era dogma politico, anche per tutte le complesse implicazioni internazionali legate a questo fatto. La guerra fredda, la Nato. Ma quel Partito Comunista aveva contribuito largamente alla ricostruzione della democrazia italiana, aveva contribuito culturalmente e politicamente a dare alla nazione quella Carta Costituzionale i cui principi erano condivisi da tutte le forze costituenti antifasciste.

Questo processo verso una democrazia compiuta poteva essere guidato e Moro ne fu capace, perchè da lui affidato alla ragione politica e alla forza della logica democratica. E al coraggio civile di chi aveva la percezione, ma anche prove concrete del rischio anche personale che poteva correre, ma cui oppose, eroe nudo e indifeso, la determinata lucidità che gli veniva dalla certezza della necessità di quella scelta.

L'incontro con Pietro Soddu è sempre quello con un maestro, con uno che aveva condiviso, nei fatti e nella concretezza della politica da lui guidata e dalle istituzioni a lui affidate, quel disegno moroteo e che oggi mantiene inalterato quello smalto ideale. Egli ci ricorda che la politica può essere ancora impegno, può essere sacrificio e, magari, delusione, deve essere terreno della responsabilità e anche della lucida consapevolezza che c'è un cammino possibile se si saprà capire: che nulla è più quello che sappiamo e che ricordiamo, che dobbiamo adattare i nostri strumenti di analisi e di prassi politica, adeguandoli a questo presente per noi così straniante e indecifrabile. Che decifrarlo è, però, dovere nostro e da lì, allora, partenza, di nuovo, per risalire la china.

Una bella lezione politica, una bella presa di contatto con il duro terreno del lavoro politico, da caricare con i propri ideali, da mettere in comune, con ritrovata vitalità e coraggio, che non deve mancare o è la fine.

Questo lavoro, penso, deve ritrovare i suoi luoghi, deve ritrovare i suoi attori, deve trovare l'umiltà di ascoltare e l'orgoglio di credere e di immaginare.

Se circoli di partiti, associazioni e organizzazioni del centro sinistra sapranno reinventare la politica dell'incontro, ricominciando a farla fuori dai salotti e dagli studi televisivi, tra le persone, nel dibattito, nella ricerca, nella felicità della scoperta in comune, il tessuto ritroverà la sua trama e una nuova politica si potrà dipanare con fatica, ma con una ritrovata speranza e tangibili conquiste.

Il resto rischia di essere miserevole degrado, piccolo cabotaggio, meschine revanche, concierge da basso impero. Possiamo scegliere. Guai a sbagliare. E si sbaglia di grosso quando si è convinti che a guardare indietro è sempre perdersi nella nostalgia e adagiarsi su morbide e accoglienti coltri.

Si può ascoltare anche la memoria, non siamo figli di nessuno. Siamo e ci riconosciamo figli di un passato cui dobbiamo tanto, si chiama Moro, si chiama Berlinguer o chi altri, non so, come Ugo La Malfa.

La loro lezione è il coraggio di guardare avanti. Quei grandi lo avevano capito benissimo. Prima di noi.


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